Tradotto dal francese

Un’ecatombe di lumache di mare, un muco trasparente e un odore capace di mettere in fuga chiunque. La porpora tiria fu per due millenni la sostanza più ambita dai potenti… e la più imitata del mondo antico.
Due anni fa, nella baia di Kiladha, a est del Peloponneso, il team dell’archeologo ginevrino Julien Beck riportava in superficie dal fondo marino conchiglie di Hexaplex trunculus – il murice – datate all’Elladico Antico I, cioè intorno al 3000 a.C. Alcune recavano il segno di una frattura manuale mirata sulla ghiandola ipobranchiale. Se le analisi in corso confermano l’ipotesi, Lambayanna sarà il più antico laboratorio di produzione della porpora finora noto, anteriore di mezzo millennio ai siti cretesi e di due millenni ai Fenici a cui la storia ha attribuito l’invenzione.
L’idea che popolazioni preistoriche del Peloponneso producessero già questo colorante sovverte una narrazione consolidata: che la porpora sia stata anzitutto e soprattutto una questione di potere. Avrebbe cominciato, più semplicemente, come una produzione artigianale di villaggio.
Un muco, una ghiandola, un impero
Il pigmento più celebre dell’Antichità non trae origine da una pianta né da un minerale. Nasce nella cavità palleale di un gasteropode della famiglia dei Muricidi, sotto forma di una secrezione biancastra alloggiata nella ghiandola ipobranchiale – una striscia di due centimetri per quattro millimetri, nascosta tra l’intestino e l’apparato respiratorio. Il liquido non contiene ancora alcun colore: racchiude precursori incolori che l’enzima purpurase mantiene prudentemente separati finché l’animale è in vita. La frattura della conchiglia, la morte del mollusco, o la semplice esposizione all’aria bastano ad innescare la reazione: enzima, ossigeno, luce solare trasformano il muco trasparente in giallo, poi in verde, in blu, infine in viola rossastro o porpora a seconda della specie.
Tre specie mediterranee concentrano la maggior parte della produzione antica. Il Bolinus brandaris (murice spinoso) dà una porpora rossastra; l’Hexaplex trunculus (murice baccellato) produce una porpora bluastra; la Stramonita haemastoma (bocca di sangue) tende al rosso. I Fenici di Tiro avevano capito che associando le prime due specie in due bagni successivi – la tecnica detta dibapha, «doppia tintura» – si otteneva la sfumatura più ricercata: un rosso scuro tendente al nero, brillante alla luce, che Plinio il Vecchio paragona al sangue coagulato, al «sangue di porpora» di Omero[1]. La prima immersione nel bagno di brandaris tinge la lana in verde; la seconda, in quello di trunculus, sovrappone il viola al verde per produrre quel colore che gli autori latini tardivi chiamarono blatta.
Il problema di questa produzione tintoria è che ogni lumaca contiene soltanto un’infima goccia di precursore. Per tingere un abito intero in tinta profonda, occorrono tra cinquemila e diecimila molluschi. I cumuli di conchiglie frantumate rinvenuti a Sidone – centoventi metri di lunghezza per sette-otto di altezza – o a Delo – uno strato compatto di un metro di spessore per quarantaquattro metri di lunghezza – danno un’idea della scala industriale raggiunta. Plinio riassume la situazione con una formula lapidaria a proposito di Tiro: «tutta la sua gloria ormai riposa sul mollusco e sulla porpora»[2].
La ricetta e il suo segreto
Plinio il Vecchio ha dedicato diversi capitoli della sua Historia Naturalis al processo di fabbricazione. Vi si frantumano le conchiglie degli esemplari piccoli interi; si perfora quelle dei grandi all’altezza della ghiandola per estrarne il prezioso liquido; si sala la poltiglia – circa un sestario per cento libbre[3] –; si lascia macerare tre giorni; si fa poi ridurre lentamente in un calderone di stagno o di piombo per una decina di giorni a calore indiretto, schiumando regolarmente; si testa la tintura su un ciuffo di lana prima di immergervi le fibre per cinque ore. Il processo è descritto con un’apparente precisione – eppure non funziona. I chimici moderni che hanno tentato di riprodurlo alla lettera hanno sistematicamente fallito. I tintori custodivano i loro segreti: il re Hiram di Tiro inviò al re Salomone artigiani specializzati nella porpora come se si trattasse di una competenza rara quanto la scultura[4].
La chiave era invisibile: un batterio. Le ricostruzioni moderne avevano scartato la carne in decomposizione del mollusco come un residuo privo di interesse. Eppure è proprio essa a contenere i batteri anaerobi capaci di rendere il pigmento solubile e quindi fissabile sulla lana.

Una pesca epica, un desiderio insaziabile
Il processo sprigionava, sia detto, un fetore memorabile, inevitabile conseguenza della carne in decomposizione che era precisamente la chiave del procedimento. Quanto Strabone ha osservato a Tiro: «il gran numero di tintorie rende la città difficile da abitare; ma questo coraggioso lavoro la rende ricca»[5]. E Marziale, in un epigramma contro Filenide (una delle sue solite vittime predilette), ha riassunto la situazione in quattro versi:
«Se Filenide porta notte e giorno abiti tinti alla porpora, non è per ambizione né per orgoglio: è l’odore che le piace, non il colore»[6].
La pesca aveva essa stessa qualcosa di epico. Oppiano, nelle sue Halieutiche, ha descritto con crudele precisione la cattura con la trappola: piccole nasse di giunchi intrecciati, imbesche con strombi e conchiglie aperte, attirano i murici, rinomati per la loro voracità[7]. L’animale fa scivolare tra i giunchi la sua lunga lingua affilata, quella stessa di cui si serve per perforare le conchiglie delle sue prede; si gonfia, la trappola si chiude, e il murice rimane «teso nel dolore» finché il pescatore non risolleva la nassa.
Ma il vero predatore di questa storia non è il murice. La porpora tiria è anzitutto una storia di desiderio umano, quello di possedere ciò che l’altro non può permettersi. Cornelio Nepote, storico morto sotto Augusto, ne ha redatto la cronaca nelle sue Chronica:
«Ai miei tempi, la porpora violetta era in voga, la libbra si vendeva a cento denari; poco dopo venne il rosso di Taranto. Poi arrivò la dibapha tiria, che non si poteva acquistare a meno di mille denari la libbra. P. Lentulo Spintere, edile curule, fu il primo a esibire questa porpora sulla sua praetexta, e lo si biasimava per questo. Or chi non ne fa oggi le coperte dei triclini?»[8]
In meno di un secolo, l’insegna suprema del patrizio romano serve a tappezzare i divani. Il meccanismo è quello di ogni moda: la rarità fa il prestigio, l’accessibilità lo distrugge, e occorre inventare una nuova rarità.
La porpora valeva il suo peso in argento a Colofone già nel IV sec. a.C., secondo Teopompo citato da Ateneo[9]. Sotto Augusto, la lana tinta costava quattromila sesterzi la libbra – quaranta volte il prezzo della lana naturale. Ovidio, nella sua Arte d’amare, se ne irrita: «Che follia portare il proprio patrimonio addosso!»[10] Tre secoli dopo, l’Editto di Diocleziano fissava il prezzo della seta tinta in blatta – la porpora imperiale più scura – a centocinquantamila denari la libbra. L’inflazione della rarità non aveva soffitto.

Porpora sacra, porpora proibita
La porpora non è mai stata semplicemente un colore, è stata un’insegna di potere. I re etruschi portavano la toga purpurea, interamente purpurea; i magistrati si accontentavano di una fascia sulla praetexta; i trionfatori indossavano la toga picta, purpurea ricamata in oro. Più si governava, più se ne portava – e guardando qualcuno, si capiva esattamente dove si collocava nell’ordine del mondo. Nel 40, il re di Mauritania fu ucciso per ordine di Caligola per essere entrato in un anfiteatro vestito di una toga purpurea troppo sfolgorante. Era amico di Roma. Non bastò.
Nerone portò la logica alle sue estreme conseguenze. Vietò il porto della porpora ametista e tiria a chiunque tranne che a se stesso, chiuse le botteghe dei trasgressori, spedì i suoi agenti tra le gradinate:
«Avendo vietato il porto della porpora ametista e tiria, fece notare ai suoi procuratori una matrona nel pubblico vestita della porpora proibita, e la si spogliò seduta stante, privandola non solo del vestito ma anche dei suoi beni»[11].
Il commercio ne fu appena rallentato. Nel 383, gli imperatori presero atto della situazione: la porpora divenne monopolio di Stato, e il possesso di certi tessuti purpurei, crimine di alto tradimento.
L’imperatore Giuliano, nel IV sec., aveva risolto diversamente la questione. Informato che un uomo si era fatto confezionare abiti imperiali purpurei, archiviò la faccenda e gli inviò un paio di scarpe dello stesso colore – per fargli capire che non si sentiva minacciato da dei vestiti[12].
La porpora e i suoi impostori
La domanda aveva naturalmente generato l’offerta alternativa e la proliferazione dei falsari. I tintori gallici, segnala Plinio, riproducevano con erbe la porpora tiria, l’ostrinum e tutti gli altri colori: «non vanno a cercare il murice in fondo ai mari; non si espongono nel catturarlo a essere divorati dai mostri marini»[13]. I porphyrobaphoi di Hierapolis di Frigia, lontano da qualsiasi costa, praticavano la tintura di robbia su fondo d’indaco che «imitava perfettamente l’originale», nota Strabone[14]. Due papiri alessandrini del III sec. (il Papyrus Leydensis e il Papyrus Holmiensis) raccolgono ricette di contraffazione: rosso di robbia sovrapposto al blu di guado, o di orcanetta, o di orcello.
Perfino la vera porpora aveva le sue graduazioni sociali interne. L’amethystinus (sfumatura ametista), l’ianthinus (viola, dal greco íon (ἴον), la violetta), il conchyliatus (succo di murice diluito nell’urina, tono lavanda pallido molto apprezzato), l’hyacinthinus, il tyrianthinus, il thalassinus – la nomenclatura si arricchiva al ritmo dell’inflazione dei desideri. Vitruvio, architetto del I sec. a.C., notava che la porpora variava a seconda della latitudine di produzione: scura e bluastra nel nord pontico, rossa nel sud mediterraneo[15]. Gli esperimenti di ricostruzione suggeriscono che è meno la geografia che i metodi di fabbricazione a determinare la sfumatura.
Sacrifici e misteri
Che la porpora fosse qualcosa di più che una merce, gli archeologi dell’isola di Egina lo hanno recentemente confermato in modo inatteso. Negli strati di distruzione di un edificio miceneo del XVI sec. a.C. a Egina-Kolonna, associato a un laboratorio di tintura purpurea attestato da analisi chimiche e dalla massiccia presenza di conchiglie frantumate di Hexaplex trunculus, si trovavano depositi di resti di animali bruciati ad alta temperatura, maialini e agnelli di uno-due mesi, completamente consumati. Non si arrostisce un maialino di un mese per un pasto ordinario. Tingere in porpora era un atto abbastanza grave da richiedere la protezione divina.
Questo legame tra porpora e sacro non sorprenderà: in ebraico, argaman (אַרְגָּמָן, il rosso-porpora del brandaris) e tekhelet (תְּכֵלֶת, il blu-viola del trunculus) sono i due colori sacri del Tempio, i colori delle vesti dei sacerdoti e dei veli del tabernacolo[16]. Le tavolette in Lineare B di Cnosso associano il termine «regale» a tintori o oggetti purpurei già nell’età del Bronzo miceneo. La porpora e il potere si frequentavano ben prima di Roma.

La fine, e ciò che rimane
La mattina del 29 maggio 1453, Costantinopoli cadde in mano agli Ottomani. È la fine dell’Impero romano d’Oriente. È anche, incidentalmente, la fine della porpora tiria. Le manifatture imperiali della città si spensero; la Chiesa, che faceva venire da Costantinopoli la porpora dei cardinali dal XIII sec., si ritrovò senza fornitore. Il rosso scarlatto prese il sopravvento – prima tinto con la kermes, poi, dopo la conquista del Messico, con la cocciniglia. La ricetta in più fasi della purpura dibapha Tyria, tenuta segreta per due millenni, scomparve con gli artigiani che la praticavano.
Un mucchio di rifiuti rinvenuto nel 2003 sul sito dell’antico porto di Andriake, in Turchia, datato al VI sec., racconta forse un’altra fine: sul fondo della discarica, le conchiglie di murice erano grandi e ben formate; verso la sommità, diventavano sempre più piccole e giovani. La popolazione era stata sovrapescata fino a non contare più che individui giovanili. L’industria si era forse esaurita ancor prima della caduta dell’Impero – non per oblio, ma per esaurimento della risorsa. Oggi la Stramonita haemastoma, la specie che conferiva al rosso-porpora la sua sfumatura più vivida, è scomparsa dal Mediterraneo orientale.
In una capanna da giardino a Ben Arous, in periferia di Cartagine, Mohammed Ghassen Nouira trascorre dal 2007 i suoi fine settimana a schiacciare murici. Gli sono occorsi anni di prove per avvicinarsi alla tinta autentica – mescolare le secrezioni delle tre specie, regolare l’acidità, alternare luce e oscurità, modulare i tempi di cottura. I suoi pigmenti e i suoi tessuti sono stati esposti al British Museum e al Museum of Fine Arts di Boston. Descrive il colore ottenuto con le parole di chi ha visto qualcosa che pochi viventi hanno visto: «È molto vivo, molto dinamico. A seconda della luce, cambia e scintilla… non smette mai di cambiare e di giocare brutti scherzi ai vostri occhi».
Studi moderni utilizzati
- Beck J. et al., «Bay of Kiladha 2023», su Antike Kunst 67, 2024, p. 110-116.
- Berger L. et al., «More than just a color», su PLoS ONE 19(6), 2024.
- Gratton K., «Production et échange de la pourpre au Proche-Orient aux époques grecque et romaine», su Topoi suppl. 8, 2007, p. 151-172.
- Koren Z.C., «The First Optimal All-Murex All-Natural Purple Dyeing», su Dyes in History and Archaeology 20, 2005, p. 136-149.
- Radicke J., «Colores – colour, dress style, and fashion», in Dress and Human Body, De Gruyter, 2022, p. 395-461.
- Robert J.-N., Les Romains et la mode, Paris, 1992 – Rothe U., The Toga and Roman Identity, Londra, 2020.
- Schoelzke M.V., «In pursuit of antique fake purple», su European Textile Forum 2022.
- Sebesta J.L. et Bonfante L. (dir.), The World of Roman Costume, Madison, 1994.
- Verhecken A., «Experiments with the dyes from European purple-producing molluscs», su Dyes in History and Archaeology 12, 1994, p. 32-35.
[1] Plinio il Vecchio, Historia Naturalis IX, 133-135: color sanguinis concreti, nigricans aspectu idemque suspectu refulgens – «colore di sangue coagulato, scuro alla luce diretta ma brillante alla luce obliqua». La tecnica dibapha: primo bagno nel succo del Murex pelagium (= brandaris), che tinge in verde; secondo bagno nel buccinum (= trunculus). Cfr. anche IX, 127: laus ei summa in colore sanguinis concreti, nigricans aspectu idemque suspectu refulgens – «il suo merito supremo è nel colore del sangue coagulato, scuro alla luce diretta ma brillante alla luce obliqua».
[2] Plinio il Vecchio, Historia Naturalis V, 76: Tyros, quondam insula […] olim partu clara, urbibus genitis Lepti, Utica et illa aemula terrarumque orbis avida Carthagine, etiam Gadibus extra orbem conditis: nunc omnis eius nobilitas conchylio atque purpura constat. – «Tiro, un tempo isola […] un tempo celebre per i suoi parti, avendo dato vita alle città di Leptis, Utica, e quella Cartagine rivale e avida di dominio sul mondo, e perfino a Gades fondata fuori dal mondo conosciuto: tutta la sua gloria ormai riposa sul mollusco e sulla porpora.»
[3] Plinio il Vecchio, Historia Naturalis IX, 133: quantum salis circiter sextarium in centenas adicere conveniat – «circa un sestario di sale per cento libbre»; la macerazione dura tre giorni, poi cottura lenta per circa dieci giorni.
[4] 2 Cronache II, 6: Hiram invia a Salomone un artigiano «sapiente nel tingere in cremisi, in porpora e in violetto».
[5] Strabone, Geografia XVI, 2, 23: δυσδιάγωγον μὲν ποιεῖ τὴν πόλιν ἡ πολυπληθία τῶν βαφείων, πλουσίαν δὲ διὰ τὴν τοιαύτην ἀνδρείαν. – «il gran numero di tintorie rende la città difficile da abitare; ma questo coraggioso lavoro la rende ricca».
[6] Marziale, Epigrammi IX, 62, 1-4: Tinctis murice vestibus quod omni / Et nocte utitur et die Philaenis, / Non est ambitiosa nec superba: / Delectatur odore, non colore. – «Se Filenide porta notte e giorno abiti tinti alla porpora, non è per ambizione né per orgoglio: è l’odore che le piace, non il colore.»
[7] Oppiano, Halieutiche V, 598-601: Πορφύραι αὖ πέρι δή τι μετ’ ὀστρείοισιν ἔασι / λίχναι· τοίη δέ σφιν ἐτήτυμος ἵσταται ἄγρη. / κυρτίδες ἠβαιαὶ ταλάροις γεγάασιν ὁμοῖαι, / πυκνῇσι σχοίνοισι τετυγμέναι· – «I murici, tra i molluschi, sono particolarmente voraci (líchnai, λίχναι); ed è proprio per questa voracità che si compie la loro cattura. Piccole nasse, simili a cesti, sono fatte di giunchi intrecciati.»
[8] Plinio il Vecchio, Historia Naturalis IX, 137, citando Cornelio Nepote (Chronica): “me,” inquit, “iuvene violacea purpura vigebat, cuius libra denariis centum venibat, nec multo post rubra Tarentina. huic successit dibapha Tyria, quae in libras denariis mille non poterat emi. hac P. Lentulus Spinther aedilis curulis primus in praetexta usus inprobabatur. qua purpura quis non iam,” inquit, “tricliniaria facit?” Spintere fu edile curule nel 63 a.C., sotto il consolato di Cicerone.
[9] Teopompo citato da Ateneo, Banchetto dei sofisti XII, 526a: la porpora raggiungeva a Colofone il prezzo dell’argento al peso.
[10] Ovidio, Arte d’amare III, 169-172: Quid de veste loquar? Nec vos, segmenta, requiro / Nec te, quae Tyrio murice, lana, rubes. / Cum tot prodierint pretio leviore colores, / Quis furor est census corpore ferre suos! – «Che dire del vestito? Non vi reclamo, voi ricami, né te, lana che arrossisci della porpora tiria. Dato che tanti colori sono comparsi a minor prezzo, che follia portare il proprio patrimonio addosso!»
[11] Svetonio, Vita di Nerone 32, 3: et cum interdixisset usum amethystini ac Tyrii coloris summisissetque qui nundinarum die pauculas uncias venderet, praeclusit cunctos negotiatores. quin etiam inter canendum animadversam matronam in spectaculis vetita purpura cultam demonstrasse procuratoribus suis dicitur detractamque ilico non veste modo sed et bonis exuit. – «Avendo vietato il porto della porpora ametista e tiria, piazzò degli agenti che vendevano qualche oncia nei giorni di mercato, poi chiuse le botteghe a tutti i mercanti. Si dice che mentre cantava fece notare ai suoi procuratori una matrona nel pubblico vestita della porpora proibita, e che la si spogliò seduta stante, privandola non solo del vestito ma anche dei suoi beni.»
[12] Ammiano Marcellino, Storia romana XXII, 9, 11: Giuliano archiviò senza seguito la denuncia contro un uomo che aveva fatto confezionare abiti imperiali, e gli spedì delle scarpe purpuree.
[13] Plinio il Vecchio, Historia Naturalis XXII, 3: Gallia Transalpina […] herbis tingit purpuras Tyrias conchyliaque omnes […] non enim illis opus est petere murices in profundo – «La Gallia Transalpina tinge con erbe le porpore tire e tutti i colori di mollusco […] non è loro necessario andare a cercare il murice nelle profondità.»
[14] Strabone, Geografia XIII, 4, 14: i tintori di Hierapolis di Frigia produssero con la robbia un’imitazione della porpora fenicia che non si poteva distinguere dall’originale.
[15] Vitruvio, De Architectura VII, 13, 1: purpura […] non omnibus locis parem habet colorem, sed naturaliter cursu solis temperatur – la porpora del Ponto e della Gallia è scura; quella del sud mediterraneo è rossa.
[16] Esodo XXV, 4; XXVI, 1; XXVII, 16; XXXIX, 1: l’argaman (porpora rossa) e il tekhelet (porpora blu) figurano tra i materiali del tabernacolo e delle vesti sacerdotali prescritti da Dio a Mosè.
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