Tradotto dal francese
Nelle città romane pullulavano gli esercizi che vendevano cibo e bevande. Solo nella parte già scavata di Pompei, gli archeologi ne hanno identificati circa 160. Ciò si spiega con il fatto che solo una piccolissima parte della popolazione poteva permettersi il lusso di un’abitazione dotata di cucina e sala da pranzo. Per la massa, dunque, i pasti si consumavano fuori casa.

I testi impiegano diversi termini dai contorni difficili da delimitare: la taberna, bottega di commercio al dettaglio di derrate alimentari, divenuta rapidamente anche uno spaccio di vino; la caupona, ristorante e talvolta locanda per i viaggiatori, soprattutto in campagna; la popina, piccolo esercizio dove si vendeva cibo e bevande, spesso in modo rapido ed economico – una sorta di fast-food, insomma. Se era davvero di infima categoria, quest’ultima poteva meritarsi il nome di ganea, una bettola, si direbbe oggi. Quanto al termine oggi molto usato di thermopolium, esso compare solo in Plauto ed è probabilmente una sua invenzione.
In realtà, i Romani sembrano aver utilizzato questi diversi termini in modo piuttosto indifferenziato, e tutte le varianti di servizi e attrezzature sono probabilmente esistite: semplice bancone a forma di «L» che integrava grandi vasi di terracotta (dolia) con il cibo servito da asporto; piccola sala con tavoli per mangiare e giocare d’azzardo; modesti triclinia ricostruiti in muratura come surrogato delle sale da pranzo dei ricchi; stanza sul retro dove ci si poteva ritirare per soddisfare altri appetiti a pagamento…
Una clientela giudicata dalle élite
Nella letteratura morale e satirica delle élite, questi esercizi hanno generalmente cattiva reputazione, a causa della clientela popolare e talvolta malfamata che viene loro attribuita. All’inizio del II secolo d.C., il poeta Giovenale enumera in una delle sue Satire la clientela che frequenta le popinae: assassini, marinai, ladri, schiavi fuggitivi, boia, fabbricanti di bare e persino un sacerdote di Cibele[1].
Alcuni esercizi sono tuttavia decorati con affreschi di grande qualità, come l’esercizio detto di Vetutius Placidus a Pompei e il suo larario dipinto, posto sotto il duplice patrocinio di Mercurio, dio del commercio, e di Bacco, dio del vino. Oppure come l’esercizio scoperto di recente nella Regio V, che comprende, tra l’altro, una bella rappresentazione di una Nereide — ninfa marina — su un cavallo marino.

Altri affreschi informano sull’offerta, come quello che riporta il prezzo del vino in una bottega di Ercolano: un asse per la qualità più scadente, due per quella migliore, e quattro assi per il Falerno, un vino rinomato.
Infine, alcune illustrazioni descrivono anche, alla maniera di un fumetto, scene di vita quotidiana, come nella caupona di Salvius, sempre a Pompei. In una scena, si vedono due clienti litigare per attirare l’attenzione della cameriera. In un’altra, una partita a dadi tra due individui finisce in rissa e il proprietario interviene per cacciarli fuori.
Gli imperatori contro i bar
A Roma stessa, gli imperatori regolamentarono a più riprese il funzionamento degli spacci di bevande e cibo: Caligola (che regnò dal 37 al 41) vietò la vendita di acqua calda e di piatti cucinati durante il lutto seguito alla morte della sorella Drusilla, e fece persino giustiziare un uomo che aveva infranto questo divieto[2]. In precedenza, Tiberio (14-37) aveva proibito la vendita di dolci. Poi Claudio (41-54) vietò le carni cotte e l’acqua calda. Nerone (54-68) non autorizza più che verdure e piante da orto. Infine, Vespasiano (69-79) non lascia più in menu che i legumi…
Questi provvedimenti imperiali prendevano di mira gli esercizi che accoglievano la clientela più povera, la quale vi trovava un importante contesto di socialità. Essi sono dunque generalmente considerati come volti a ridurre l’attrattiva di bar e ristoranti al fine di limitare i rischi legati agli assembramenti popolari.
Ma questi tentativi sembrano essere rimasti limitati alla sola città di Roma e aver avuto scarso effetto.
[1] Giovenale, Satire, VIII, 172-177:
mitte Ostia, Caesar, mitte, sed in magna legatum quaere popina: inuenies aliquo cum percussore iacentem, permixtum nautis et furibus ac fugitiuis, inter carnifices et fabros sandapilarum et resupinati cessantia tympana galli.
«Invialo a Ostia, Cesare, invialo, ma cerca piuttosto il tuo legato in qualche grande bettola: lo troverai disteso accanto a un assassino, mescolato a marinai, ladri e schiavi in fuga, tra boia, fabbricanti di bare e i tamburelli silenziosi di un sacerdote gallo riverso sulla schiena.»[2] Cassio Dione, Storia romana, LIX, 11, 6:
πάρεστι δὲ ἐξ ἑνὸς πάντα τὰ τότε γενόμενα τεκμήρασθαι· τὸν γὰρ πωλήσαντα θερμὸν ὕδωρ ἀπέκτεινεν ὡς ἀσεβήσαντα.
«Un solo esempio permette di giudicare tutto ciò che accadde allora: fece mettere a morte, come colpevole di empietà, un uomo che aveva venduto acqua calda.»
Per saperne di più
- Jeremy Hartnett, Bars (taberna, popina, caupona, thermopolium), Oxford classical dictionary. Published online:22 August 2017
- Marie-Adeline Le Guennec, Le Princeps et la popina. Une législation somptuaire d’un ordre nouveau au Haut-Empire?, Mélanges de l’Ecole française de Rome – Antiquité, École française de Rome, 2016, 128 (1)
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