Tradotto dal francese

Si chiamava parasitos per i Greci, parasitus per i Romani, mangiava a spese degli altri e se ne vantava. Funzionario religioso in origine, è diventato il personaggio della commedia antica più lucido dell’Antichità: quello che aveva capito, prima di tutti, che il banchetto è una scena.
All’origine, la parola è positiva. Nella Grecia antica, Parasitos (Παράσιτος, para, «presso», sitos, «il grano, il cibo») designa inizialmente colui che mangia presso qualcuno, e non colui che mangia a spese di qualcuno. Il «parassita» è dunque un personaggio onorevole: scelto in un demo (circoscrizione civica), assiste il sacerdote di Eracle o di Apollo, partecipa alla raccolta del grano sacro, mangia nel santuario… a spese del dio: si intravede già lo slittamento. Ateneo di Naucrati, che dedica all’argomento un lungo sviluppo nei suoi Deipnosofisti, cita il decreto ateniese esposto a Cinosarge: «Che il sacerdote sacrifichi con i parasitoi. Che i parasitoi siano scelti tra i bastardi e i loro figli, secondo le usanze ancestrali»[1]. Un parasiteion – edificio ufficiale – era loro riservato. La funzione era seria.
Poi la parola ha deviato.
Un ventre con una lingua
Epicarmo di Siracusa, nel V sec. a.C., offre uno dei primi ritratti conservati di un convitato di professione. Il personaggio si presenta da solo in Speranza o Ricchezza:
«Pranzo con chi mi vuole – basta che mi inviti – e con chi non mi vuole – senza bisogno di invitarmi. Lì sono affascinante, faccio ridere di gusto, e lodo chi riceve. Se qualcuno vuole contrariare il mio ospite, lo affronto e me ne faccio un nemico. Poi, dopo aver mangiato e bevuto molto, torno a casa. Il mio schiavo non mi porta la fiaccola; avanzo da solo nel buio scivolando»[3].
Ritratto in negativo di un mondo in cui l’accesso alla tavola non è mai garantito. Il banchetto antico – greco come romano – è un atto sociale codificato, gerarchizzato, carico di significati che il convitato ordinario ignora a proprio rischio e pericolo. Chi mangia con chi, in quale posto, in quale ordine: nulla è innocente. Il parasitos ha studiato questi codici meglio di chiunque altro. È la sua sopravvivenza che ne dipende.
La commedia greca si impadronisce del personaggio. I Kolakes di Eupoli (421 a.C.) mettono in scena un coro di adulatori professionisti attorno a Callia, il grande spendaccione ateniese. Il portavoce del coro spiega il metodo: individuare all’agora un uomo ricco e abbastanza sciocco, avvicinarsi, ammirare tutto ciò che dice, seguirlo fino alla tavola.
Fallire: essere cacciati a calci con un collare da cane, come l’infelice Acestor[4].
Riuscire: cenare gratuitamente fino alla stagione successiva.
Ateneo attribuisce ad Araros, figlio di Aristofane, uno dei primi impieghi comici della parola parasitos; Alessi il Comico, poeta del IV sec. a.C., consacra il soprannome in una commedia intitolata Parasitos: «Tutti i giovani lo chiamano Parasitos come soprannome – non se ne offende affatto»[2]. Il termine cultuale è diventato soprannome, poi figura comica.

Il duo che ha fatto l’Antichità
La fabula palliata – commedia romana in costume greco – riprende il personaggio e ne trae il meglio. Il parasitos greco diventa parasitus latino, ma il meccanismo resta identico. È Plauto, nel II sec. a.C., a dargli il volto più memorabile, associandolo al suo doppio naturale: il soldato fanfarone. La coppia Pirgopolinice e Artotrogo, nel Miles gloriosus, è una delle grandi invenzioni della commedia antica.
Il meccanismo è semplice. Pirgopolinice («Conquistatore glorioso di torri») gonfia il petto; Artotrogo («Rosicchiatore di pane») approva tutto. Il soldato si vanta: ha spezzato la coscia di un elefante con un pugno, disseminato cadaveri a migliaia. Artotrogo approva, rincara, inventa ulteriori imprese.
In un a parte, sogghigna: tutto ciò è falso, lo sa benissimo. Ma il cibo è buono. Bisogna acconsentire a tutto ciò che mentirà[5], conclude sobriamente, prima di aggiungere, in confidenza al pubblico: «i buoni bocconi me lo ricordano»[6]. Due parole latine che riassumono una filosofia. Il parasitus non crede a una parola di ciò che dice. Recita il ruolo che ci si aspetta da lui, con la piena consapevolezza dell’attore. E ne va fiero.
È qui che risiede il genio del dispositivo. L’a parte crea una complicità tra il parassita e gli spettatori che il soldato non avrà mai: Artotrogo sa di essere in una commedia, Pirgopolinice no. Il pubblico condivide il segreto del parasitus; ne diventa complice, non del fanfarone. In tutta la commedia, è il personaggio più in basso nella gerarchia sociale a disporre dello sguardo più lucido.
E lui, soprattutto, non paga il conto. Pirgopolinice sarà umiliato, picchiato, ricacciato nella sua vanità; Artotrogo, invece, ha già lasciato la scena. La commedia non punisce chi mangia a spese degli altri, purché sappia esattamente ciò che fa.
Terenzio, qualche decennio più tardi, raffina il ritratto con Gnatone, nell’Eunuco. Gnatone (dal greco gnáthos, la mascella) non è più soltanto un commensale aggrappato al suo patrono; è un teorico della dipendenza felice. Ha capito che non basta più rendersi divertente o incassare colpi: bisogna ammirare il padrone ancor prima di sapere cosa pensa, suggerirgli le parole quando tenta e non trova, ascoltare le stesse storie per la centesima volta come se fosse la prima. «Qualunque cosa dicano, applaudo; se dicono il contrario, applaudo ancora», spiega[7] – ed è così fiero di questo nuovo metodo che vuole farne una scuola, quella dei Gnatoniciani.
In Terenzio, il gioco si sposta. Artotrogo sogghignava in un a parte; Gnatone, invece, pratica un’adulazione più sottile, fatta di sottintesi che Trasone non coglie sempre, ma che il pubblico comprende. La complicità rimane, semplicemente più discreta. Il parassita non si accontenta più di alimentare la vanità del soldato: la governa. Trasone crede di tenere il suo entourage grazie alla sua gloria; Gnatone tiene Trasone grazie al suo bisogno di essere ammirato. La gerarchia si confonde. Chi dipende davvero da chi?
La risposta arriva alla fine: stanco di «spingere questo masso», Gnatone tradisce Trasone e passa al nemico, consegnando il suo ex patrono mani e piedi legati al rivale. Il parasitus serve soltanto se stesso – e cambia campo quando il pasto lo esige.

Ciò che la commedia mette in tavola
Questi duetti fanno ridere, ma dicono anche altro: il parassita non è soltanto un ghiottone. Rende visibile una regola che i convitati preferiscono dimenticare: a tavola, ciascuno occupa un posto. Il padrone distribuisce le vivande, ma anche i segni di favore; gli invitati si riconoscono, si classificano, si giudicano. Chi mangia senza contribuire – l’asumbolos – turba quest’equilibrio. Approfitta del banchetto comune senza entrare del tutto nello scambio.
Ateneo cita a questo proposito un frammento di Diodoro di Sinope, tratto dall’Epiklēros (L’Epìclera), in cui un parassita difende la propria causa paragonandosi a Zeus philios, dio dell’ospitalità:
«Entra nelle case senza distinguere poveri e ricchi. Là dove vede un letto ben preparato e una tavola fornita di tutto il necessario, si sdraia dignitosamente, pranza, prende il dessert, beve, se ne va senza aver versato la sua quota. E anch’io faccio altrettanto»[8].
L’argomento è insolente, ma efficace: se l’ospitalità è un valore sacro, perché non approfittarne fino in fondo?
La stessa tirata distingue tuttavia gli antichi parasitoi di Eracle – scelti con cura tra uomini rispettabili – dai parassiti moderni, capaci di lodare i ruttini del loro patrono e di annusarne le flatulenze chiedendo da dove venga quel profumo d’incenso[9]. Tutta la storia della parola è lì: da un lato, il commensale sacro; dall’altro, il scroccone di professione. In mezzo, lo stesso posto a tavola, ma un prestigio del tutto diverso.
Una stirpe a testa dura
Plauto ha dato a questa professione il suo stemma più divertente. Nella Persa, Saturione rivendica il proprio mestiere come un’eredità familiare: padre, nonno, bisnonno, tutti hanno vissuto da parassiti prima di lui, «come topi, sempre a rosicchiare il cibo altrui»[10]. Li soprannominano le «Teste dure»: crani forgiati da generazioni di colpi ricevuti, di porte sbattute in faccia e di inviti strappati per un pelo.
Il parassita non è soltanto colui che mangia. È colui che insiste. Incassa le umiliazioni, trasforma la vergogna in tecnica, la dipendenza in mestiere, l’adulazione in competenza.
Ma questa competenza ha un prezzo. Per restare a tavola, bisogna diventare ciò che l’altro si aspetta: adulatore, buffone, messaggero, complice, capro espiatorio. Il parassita vive della propria intelligenza, ma la affitta a chi è più ricco di lui. Non possiede né casa, né tavola, né potere proprio; possiede una cosa ancora più utile nella commedia: il senso esatto della situazione.
Un ultimo avatar spinge ancora più in là la logica. Nel Querolus (Il Brontolone), commedia latina tarda del IV o V secolo, Mandrogero non cerca più soltanto un pasto: vuole l’oro, l’eredità, l’indipendenza. Ottiene la chance di cui ogni parassita sogna – non dipendere più da nessuno – ma vuole tutto e perde tutto. Alla fine è tollerato accanto a Querolus in una posizione subalterna: il tentativo di sfuggire alla dipendenza lo riconduce verso di essa. La commedia gli ha lasciato tentare un’uscita. Poi richiude la porta.
Dopo di lui, il tipo di personaggio non scompare di colpo; si disperde: clienti dipendenti (clientes), adulatori professionisti (assentatores), buffoni di tavola (scurrae). Ma nessuno ha più del tutto la superbia teatrale di Artotrogo, Gnatone, Saturione o Mandrogero. Il parassita comico aveva almeno questa grandezza: sapeva di recitare. La vera caduta del personaggio non risiede dunque nella sua golosità. Risiede nella sua lucidità. Mentre gli altri mangiano, lui osserva. Mentre parlano, lui calcola. Ha capito, prima di Pirandello, che il banchetto è una scena – e che bisogna tenervi il proprio ruolo, pena essere cacciati a calci con un collare da cane.
Studi consultati
- Elizabeth Ivory Tylawsky, Saturio’s Inheritance: The Greek Ancestry of the Roman Comic Parasite, Peter Lang, 2002.
- Élisabeth Gavoille, «Il soldato fanfarone e il suo parassita in Plauto e Terenzio», su «Euphrosyne», Università di Tours, 2020.
- Stephan Flaucher, Studien zum Parasiten in der römischen Komödie, Mannheim, 2002.
- Goran Vidović, Dish to Cash, Cash to Ash: The Last Roman Parasite and the Birth of a Comic Profession, MA Thesis in Medieval Studies, Central European University, Budapest, 2009.
[1] Ateneo, Deipnosofisti VI, 234 c–d: ψήφισμα Ἀλκιβιάδου […] τὰ δὲ ἐπιμήνια θυέτω ὁ ἱερεὺς μετὰ τῶν παρασίτων· οἱ δὲ παράσιτοι ἔστων ἐκ τῶν νόθων καὶ τῶν τούτων παίδων κατὰ τὰ πάτρια, «Decreto di Alcibiade […]: che il sacerdote sacrifichi con i parassiti alle assemblee mensili; che i parassiti siano scelti tra i bastardi e i loro figli, secondo le usanze ancestrali».
[2] Alessi, Parasitos, fr. 183 K.-A. (ap. Ateneo VI, 235 a): καλοῦσι δ᾽ αὐτὸν πάντες οἱ νεώτεροι / Παράσιτον ὑποκόρισμα· τῷ δ᾽ οὐδὲν μέλει, «Tutti i giovani lo chiamano Parassita come soprannome – non se ne offende affatto».
[3] Epicarmo, Elpis ē Ploutos, fr. 34–35 Kaibel (ap. Ateneo VI, 235 e–f): συνδειπνέων τῷ λῶντι, καλέσαι δεῖ μόνον / […] τηνεὶ δὲ χαρίης τ᾽ εἰμὶ καὶ ποιέω πολὺν / γέλωτα καὶ τὸν ἱστιῶντ᾽ ἐπαινέω, «Pranzo con chi mi vuole, basta che mi inviti […]; lì sono affascinante, faccio ridere di gusto e lodo chi riceve».
[4] Eupoli, Kolakes, fr. 172 K.-A. (ap. Ateneo VI, 236 e–237 a).
[5] Plauto, Miles gloriosus, v. 32–35: venter creat omnis hasce aerumnas: auribus / peraurienda sunt, ne dentes dentiant, / et adsentandumst quidquid hic mentibitur, «È il mio ventre a causarmi tutte queste tribolazioni; le mie orecchie devono subirle affinché i miei denti non si allunghino – e bisogna acconsentire a tutto ciò che mentirà».
[6] Plauto, Miles gloriosus, v. 49: Offae monent, «i buoni bocconi me lo ricordano» – risposta di Artotrogo a Pirgopolinice che aveva appena lodato la sua memoria.
[7] Terenzio, Eunuchus, v. 250–253: quidquid dicunt laudo; id rursum si negant, laudo id quoque; / negat quis: nego; ait: aio; postremo imperavi egomet mihi / omnia adsentari, «Qualunque cosa dicano, l’approvo; se poi lo negano, lo approvo lo stesso. Qualcuno dice no: dico no; dice sì: dico sì. Insomma, mi sono comandato di approvare tutto». Per i «Gnatoniciani», vedere v. 263–264: parasiti ita ut Gnathonici vocentur.
[8] Diodoro di Sinope, Epiklēros (L’Epìclera), fr. 2 K.-A., frammento conservato da Ateneo, Deipnosofisti, VI, 238c–239a: Διόδωρος δὲ ὁ Σινωπεὺς ἐν Ἐπικλήρῳ περὶ τοῦ παρασιτεῖν καὶ αὐτὸς οὐκ ἀγλαφύρως τάδε φησίν· βούλομαι δεῖξαι σαφῶς ὡς σεμνόν ἐστι τοῦτο καὶ νενομισμένον καὶ τῶν θεῶν εὕρημα· τὰς δʼ ἄλλας τέχνας οὐδεὶς θεῶν κατέδειξεν, ἀλλʼ ἄνδρες σοφοί· τὸ γὰρ παρασιτεῖν εὗρεν ὁ Ζεὺς ὁ φίλιος, ὁ τῶν θεῶν μέγιστος ὁμολογουμένως. οὗτος γὰρ εἰς τὰς οἰκίας εἰσέρχεται οὐχὶ διακρίνας τὴν πενιχρὰν ἢ πλουσίαν. οὗ δʼ ἂν καλῶς ἐστρωμένην κλίνην ἴδῃ, παρακειμένην τε τὴν τράπεζαν πάνθʼ ἃ δεῖ ἔχουσαν, ἤδη συγκατακλιθεὶς κοσμίως ἀριστίσας ἑαυτόν, ἐντραγών, πιών, ἀπέρχετʼ οἴκαδʼ οὐ καταβαλὼν συμβολάς. κἀγὼ ποῶ νῦν τοῦτʼ, «Diodoro di Sinope, nell’Epìclera, parla anch’egli del parassitismo in questi termini […]: “Voglio mostrare chiaramente che questa pratica è venerabile, riconosciuta dall’uso e inventata dagli dèi […]. È Zeus Philios ad aver inventato il parassitismo […]. Entra nelle case senza distinguere la povera dalla ricca. Là dove vede un letto ben preparato e, accanto ad esso, una tavola fornita di tutto il necessario, si sdraia subito dignitosamente, pranza, prende il dessert, beve, poi torna a casa senza aver versato la sua quota. E anch’io, ora, faccio questo”».
[9] Diodoro di Sinope, Epiklēros (L’Epìclera), fr. 2 K.-A., frammento conservato da Ateneo, Deipnosofisti, VI, 239a: οἷς ἐπειδὰν προσερύγῃ ῥαφανῖδα καὶ σαπρὸν σίλουρον καταφαγών, ἴα καὶ ῥόδα φασὶν αὐτὸν ἠριστηκέναι. ἐπὰν δʼ ἀποπάρδῃ μετά τινος κατακείμενος τούτων, προσάγων τὴν ῥῖνα δεῖθʼ αὑτῷ φράσαι· πόθεν τὸ θυμίαμα τοῦτο λαμβάνεις; «Quando erutta loro in faccia dopo aver mangiato un ravanello e un siluro avariato, dicono che ha pranzato di viole e rose. Quando scorreggia stando sdraiato accanto a uno di loro, il parassita avvicina il naso e gli chiede: “Da dove prendi questo incenso?”».
[10] Plauto, Persa, v. 53–60: veterem atque antiquom quaestum maio / servo atque obtineo et magna cum cura colo. / nam numquam quisquam meorum maiorum fuit, / quin parasitando paverint ventres suos: / pater, avos, proavos, abavos, atavos, tritavos / quasi mures semper edere alienum cibum, / neque edacitate eos quisquam poterat vincere; / atque eis cognomentum erat duris Capitonibus, «Mantengo e conservo con grande cura il vecchio e antico mestiere dei miei avi […]; padre, nonno, bisnonno, trisavolo, quadrisavolo, quinquisavolo, sempre come topi, mangiavano il cibo altrui […]; li soprannominavano le Teste dure».
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