Tradotto dal francese
In piena estate, nel mondo romano un’ora poteva durare quasi settantacinque minuti. In inverno ne contava appena quarantacinque. I Romani regolavano le loro giornate sul sole, con ore che si allungavano o si accorciavano secondo le stagioni. Un sistema spiazzante per noi, che il nostro simulatore aiuterà a comprendere.
«Che gli dèi mandino in rovina chi per primo inventò le ore!» L’uomo che lancia questa imprecazione ha fame. Un tempo, spiega, il suo ventre gli faceva da meridiana. Mangiava non appena lo reclamava, purché avesse qualcosa da mettere sotto i denti. Ma da quando sono state installate le meridiane, bisogna aspettare l’ora del pasto, anche quando il cibo è pronto.
Questa tirata proviene da una commedia intitolata Boeotia, attribuita a Plauto, di cui Aulo Gellio ha conservato alcuni versi[1]. Il personaggio è un parassita, sempre a caccia di una cena gratuita. Conclude che Roma è ormai così ingombra di meridiane che i suoi abitanti si trascinano per le strade, rinsecchiti dalla fame.
La battuta presuppone che gli spettatori conoscessero bene questi strumenti. Tuttavia i Romani non avevano sempre vissuto al ritmo delle ore numerate. Per molto tempo, il sorgere del sole, il mezzogiorno e il calar del giorno erano bastati a fornire i principali punti di riferimento. Plinio il Vecchio racconta che un apparitore dei consoli aveva il compito di annunciare il mezzogiorno quando scorgeva il sole, dalla Curia, tra i Rostri e la Grecostasi, due monumenti del Foro[2].
L’arrivo delle meridiane ha cambiato le abitudini. Restava però da sapere quale ora indicassero.
Ore che si allungano con i giorni
I Romani dividevano il tempo compreso tra il sorgere e il tramonto del sole in dodici parti uguali, dalla hora prima alla hora duodecima. Anche la notte contava dodici ore, dal tramonto al sorgere del sole. Questa suddivisione in dodici ore diurne e dodici ore notturne veniva dall’Egitto, dove si utilizzava in particolare lo spostamento delle stelle per seguire le ore notturne. I Greci la ripresero e la perfezionarono prima che si imponesse a Roma. Censorino, nel III secolo d.C., presenta questo sistema come un’evidenza nota a tutti[3].
I giorni sono più lunghi d’estate che d’inverno. La durata di ogni ora variava quindi nel corso delle stagioni. La sesta ora, hora sexta, occupava così il periodo che precedeva il mezzogiorno solare, mentre la settima cominciava a mezzogiorno. Tradurre sistematicamente la sesta ora con «mezzogiorno» significa dunque confondere un intervallo con il suo termine. In piena estate, a Roma, la hora sexta poteva cominciare verso le 10:45, ora solare locale, mentre in inverno iniziava verso le 11:15.
La durata del giorno dipendeva anche dalla latitudine. Il 21 giugno, il sole splendeva più a lungo a Londinium, l’attuale Londra, che ad Alessandria.

Novantanove anni all’ora sbagliata
Anche i Romani incontrarono qualche difficoltà con i loro orologi. Plinio racconta che nel 263 a.C. il console Manio Valerio Messalla fece installare vicino ai Rostri una meridiana portata da Catania, in Sicilia. Lo strumento, però, era stato costruito per un’altra latitudine: le sue linee orarie non corrispondevano correttamente al corso del sole nel cielo di Roma.
Secondo Plinio, gli abitanti di Roma continuarono comunque ad affidarsi a essa per novantanove anni. Si dovette attendere il 164 a.C. perché un censore ne facesse installare lì accanto una regolata meglio[4].
La fabbricazione di questi strumenti, peraltro, non aveva nulla di improvvisato. Sulle meridiane antiche, l’ombra di un’asta, chiamata gnomon, percorreva una rete di linee orarie e di curve stagionali tracciate secondo principi geometrici. Alcuni modelli erano abbastanza piccoli da poter essere trasportati.
Il loro punto debole era altrove: senza sole, niente ombra. Per misurare il tempo quando il cielo era coperto o durante la notte, si utilizzavano anche orologi ad acqua, o clessidre. Alcuni erano dotati di meccanismi che permettevano di adattare le indicazioni alla durata variabile delle ore. Vitruvio ne descrive diversi nel suo trattato di architettura[5].
Di notte, i militari disponevano anche di una suddivisione in quattro vigiliae, o veglie. Ciascuna rappresentava un quarto della notte, ossia tre ore notturne. Una veglia era quindi sensibilmente più lunga in dicembre che in giugno.
L’ora di lavorare, di mangiare e di riposare
Disporre di orologi, del resto, non garantiva di conoscere l’ora esatta. Seneca, nella sua satira dedicata alla morte dell’imperatore Claudio, confessa di non poter precisare il momento del decesso: «Sarebbe più facile mettere d’accordo i filosofi che gli orologi.» Si limita a collocare l’evento tra la sesta e la settima ora[6].
Petronio spinge lo scherzo ancora più in là. Il suo stravagante Trimalcione possiede un orologio nella sala da pranzo e impiega un trombettiere incaricato di annunciargli regolarmente quanto tempo della sua vita ha già perduto[7].
Una giornata romana all’ora di Marziale
Alla fine del I secolo d.C., Marziale si diverte a tracciare l’orario della giornata di Roma in pochi versi. Ecco la giornata come la racconta nei suoi Epigrammi (4, 8).
| 1ª e 2ª ora | Visite di saluto |
| 3ª ora | Arringhe degli avvocati |
| 4ª e 5ª ora | Lavoro e affari |
| 6ª e 7ª ora | Riposo |
| 8ª ora | Esercizi fisici |
| 9ª ora | Pasto |
| 10ª ora | Momento propizio per presentare le proprie poesie all’imperatore |
Marziale non descrive la giornata di tutti i Romani. Evoca le abitudini di certi ambienti urbani, con un’intenzione letteraria: trovare il momento giusto per sottoporre i suoi versi all’imperatore[8]. La sesta ora, dedicata al riposo, ha lasciato una traccia nel nostro vocabolario: la parola «siesta» viene dallo spagnolo siesta, a sua volta derivato dal latino sexta.
[1] Aulo Gellio, Notti attiche, 3, 3, 5. Frammento della Boeotia, commedia attribuita a Plauto:
Ut illum di perdant, primus qui horas repperit, / quique adeo primus statuit hic solarium! / Qui mihi comminuit misero articulatim diem. / Nam me puero venter erat solarium / multo omnium istorum optimum et verissimum: / ubi is te monebat, esses, nisi cum nihil erat. / Nunc etiam quod est, non estur, nisi soli libet; / itaque adeo iam oppletum oppidum est solariis, / maior pars populi aridi reptant fame.
«Che gli dèi mandino in rovina chi per primo inventò le ore, e chi per primo collocò qui una meridiana! È lui che, per mia sventura, mi ha fatto a pezzetti la giornata. Quando ero bambino, il mio ventre era la mia meridiana, molto migliore e più esatta di tutte le altre. Quando mi avvertiva, mangiavo, purché ci fosse qualcosa da mangiare. Ora, anche quando c’è di che mangiare, non si mangia se il sole non lo permette. La città è ormai così piena di meridiane che la maggior parte dei suoi abitanti si trascina, rinsecchita dalla fame.»[2] Plinio il Vecchio, Storia naturale, 7, 212:
XII tabulis ortus tantum et occasus nominantur, post aliquot annos adiectus est et meridies, accenso consulum id pronuntiante, cum a curia inter Rostra et Graecostasin prospexisset solem.
«Nella legge delle Dodici Tavole sono menzionati soltanto il sorgere e il tramonto del sole. Alcuni anni più tardi vi si aggiunse il mezzogiorno, che un apparitore dei consoli annunciava quando scorgeva, dalla Curia, il sole tra i Rostri e la Grecostasi.»[3] Censorino, De die natali, 23, 6:
In horas XII diem divisum esse noctemque in totidem vulgo notum est; sed hoc credo Romae post reperta solaria observatum. Quorum antiquissimum quod fuerit, inventu difficile est: alii enim apud aedem Quirini primum statutum dicunt, alii in Capitolio, nonnulli ad aedem Dianae in Aventino.
«Tutti sanno che il giorno è diviso in dodici ore e la notte in altrettante. Ma credo che questo uso sia stato osservato a Roma solo dopo la comparsa delle meridiane. È difficile stabilire quale sia stata la più antica: alcuni dicono che la prima fu collocata presso il tempio di Quirino, altri sul Campidoglio, altri ancora presso il tempio di Diana sull’Aventino.»[4] Plinio il Vecchio, Storia naturale, 7, 214:
Nec congruebant ad horas eius lineae, paruerunt tamen ei annis undecentum, donec Q. Marcius Philippus, qui cum L. Paulo fuit censor, diligentius ordinatum iuxta posuit.
«Le sue linee non corrispondevano tuttavia alle ore, ma ci si attenne a essa per novantanove anni, finché Quinto Marcio Filippo, censore con Lucio Paolo, ne collocò un’altra accanto, regolata con maggiore cura.»[5] Vitruvio, De architectura, 9, 8, 7:
In columella horae ex analemmatos transverse describantur, menstruaeque lineae columella signentur. Eaque columna versatilis perficiatur, uti ad sigillum virgulamque, qua virgula egrediens sigillum ostendit horas, columna versando continenter sui cuiusque mensis brevitates et crescentias faciat horarum.
«Si traccino trasversalmente le ore sulla colonnina in base all’analemma, e vi si segnino anche le linee dei mesi. Si renderà questa colonna girevole, in modo che, ruotando davanti alla statuetta e alla bacchetta con cui la statuetta, sollevandosi, indica le ore, faccia corrispondere a ciascun mese la diminuzione o l’aumento della loro durata.»[6] Seneca, Apocolocintosi del divo Claudio, 2:
Puto magis intellegi, si dixero: mensis erat October, dies III idus Octobris. Horam non possum certam tibi dicere, facilius inter philosophos quam inter horologia conveniet, tamen inter sextam et septimam erat.
«Credo che sarò compreso meglio dicendo che eravamo in ottobre, il terzo giorno prima delle idi, ossia il 13 ottobre. Non posso indicarti l’ora esatta: sarebbe più facile mettere d’accordo i filosofi che gli orologi. Era comunque tra la sesta e la settima ora.»[7] Petronio, Satyricon, 26:
Trimalchio, lautissimus homo. Horologium in triclinio et bucinatorem habet subornatum, ut subinde sciat quantum de vita perdiderit!
«Trimalcione è un uomo di un lusso straordinario. Possiede un orologio nella sala da pranzo e un trombettiere incaricato di annunciargli regolarmente quanto tempo della sua vita ha già perduto!»[8] Marziale, Epigrammi, 4, 8, versi 1–6:
Prima salutantes atque altera conterit hora, / exercet raucos tertia causidicos, / in quintam varios extendit Roma labores, / sexta quies lassis, septima finis erit, / sufficit in nonam nitidis octava palaestris, / imperat extructos frangere nona toros.
«La prima e la seconda ora si consumano in visite di saluto; la terza tiene occupati gli avvocati fino a renderli rauchi. Roma protrae le sue varie occupazioni fino alla quinta ora. La sesta è quella del riposo per gli stanchi, la settima ne segna la fine. L’ottava basta agli esercizi della palestra, fino alla nona. La nona ordina di distendersi sui letti preparati per il pasto.»
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