La Roma del buon profumo

Tradotto dal francese


Il metodo più semplice per creare profumi gradevoli era quello di bruciare rami, gomme, resine o miscele aromatiche. Fu probabilmente nei templi che fiorì l’arte della profumeria, attraverso l’uso di fumi purificanti in onore delle divinità.

Ma non passò molto tempo prima che anche gli esseri umani volessero profumare di divino. Ma la facenda non era cosa da poco. Le divinità hanno naturalmente un buon odore, mentre i mortali no. Si dovette quindi inventare il profumo, o più precisamente l’olio o l’acqua profumata (e per inciso l’igiene e i bagni termali).

Quando fu inventata questa invenzione? Nel primo secolo, il naturalista Plinio rifletteva sulla questione:

I profumi devono risalire ai Persiani. Essi se ne inondano e ricorrono a questo palliativo per soffocare il cattivo odore causato dalla loro sporcizia. La prima menzione che riesco a trovare è che quando Alessandro s’impossessò dell’accampamento di Dario, prese una scatola di profumi tra tutto l’equipaggiamento reale.[1]

Plinio non sembra aver avuto accesso a fonti sufficientemente affidabili su questo punto: l’archeologia ha dimostrato che, già nel III millennio a.C., i profumieri erano al servizio degli dei e dei potenti nei palazzi mesopotamici, egizi e cretesi.

Il commercio e la fiaschetta

L’errore di Plinio si spiega senza dubbio con il fatto che solo nel periodo ellenistico, e poi in quello romano, i profumi si sono realmente diversificati e sono diventati ampiamente disponibili. Le ragioni erano due.

La prima fu l’aumento del commercio con l’Arabia -terra di incenso e mirra- e con l’India, ricca di spezie profumate.

La seconda fu la padronanza della tecnica della soffiatura del vetro, che permise di creare bottiglie delicate e molto elaborate, ma soprattutto di conservare molto meglio le fragranze.

Fiasca romana a forma di piccola data, metà del I – inizio del II secolo. Vetro soffiato e modellato.

Una delle difficoltà della profumeria è quella di evitare che l’aroma svanisca o si alteri. Questa volatilità ha fornito a Plinio un argomento pronto per criticare le spese eccessive dei profumieri:

Questo è un oggetto di lusso, il più superfluo di tutti. Le perle e i gioielli si tramandano agli eredi, le stoffe durano un certo tempo. I profumi evaporano all’istante e, per così dire, muoiono appena nati. La massima raccomandazione di un profumo è che, quando passa una donna che lo indossa, il suo stesso odore attiri chi è impegnato in tutt’altro.[2]

Va detto che alcuni uomini potenti non lesinavano sul flacone. Si dice che Nerone si profumasse fino alla pianta dei piedi e che Caligola si facesse cospargere le panche del bagno. Tutto ciò ricordava il lusso dissoluto dei re d’Oriente, ben lontano dall’austera moralità romana.

Nello stesso passo di Plinio leggiamo che il profumo era uno strumento di seduzione. In effetti, i testi antichi abbondano di esempi di corpi unti e profumati per suscitare il desiderio. Afrodite, la dea dell’amore, era legata ai fiori e ai profumi fin dalla sua nascita sulla “profumata Cipro”, come dice Omero.

È quindi facile capire perché Plinio rabbrividisce quando si accorge che i profumi hanno divampato nel potente esercito romano. Le insegne militari vengono spalmate di profumo nei giorni di festa e c’è chi crede addirittura che questo abbia permesso alle aquile romane di conquistare la terra:

Questi sono i patrocini che cerchiamo per i nostri vizi, e li usiamo per giustificare i profumi sotto l’elmo.[3]

Sucus e corpus

Giovane donna che versa il profumo in una bottiglia. Affresco Villa Farnesia – I secolo a.C.

Ma Plinio non si limitava a criticare: nella sua Storia naturale descriveva in modo preciso la composizione e la fabbricazione dei profumi antichi. Egli distingue tra sucus (la sostanza odorosa) e corpus (l’eccipiente). Poiché nell’Antichità non si conosceva l’alcool forte, come corpus si usava generalmente l’olio. L’olio di oliva era il più comune, ma si usava anche l’olio di sesamo (che aveva il vantaggio di essere inodore), l’olio di moringa e l’olio di mandorle. Teofrasto[4] fornisce un elenco degli oli utilizzati.

A volte vengono utilizzati anche agenti fissanti come le resine, coloranti come l’orcanetto[5] e conservanti, soprattutto sale.

Il miele viene utilizzato anche per rivestire i contenitori dei profumi, probabilmente per le sue proprietà antiossidanti e antisettiche.

Esistono diverse sostanze profumate – i suci. Nei tempi più antichi, i legni profumati – cedro, cipresso o ginepro – erano i più utilizzati. Ma in epoca ellenistica e romana, le piante, le gomme e le spezie occupano un posto di primo piano (vedi elenco sotto).

Il medico Dioscoride, contemporaneo di Plinio, fornisce un elenco molto completo dei profumi dell’epoca. Descrive con precisione ogni ricetta, che riporta il nome dell’ingrediente principale, della città in cui è stata creata o del suo inventore. Spiega anche come realizzare un prodotto di qualità inferiore aggiungendo olio al substrato già utilizzato e filtrato. Esisteva quindi una gamma di qualità diverse dello stesso profumo, rendendo accessibile alle persone meno abbienti la versione di qualità inferiore.

Dioscoride porgeva attenzione soprattutto alle virtù terapeutiche dei profumi, che si confondevano spesso con gli unguenti. La professione di profumiere e quella di droghiere non erano chiaramente distinte.

Nell’antichità ci si poteva curare profumandosi. Alcuni osavano persino aggiungere profumo al cibo. Inutile dire che oggi questo è fortemente sconsigliato.


Profumi antichi

Ecco un elenco non esaustivo dei suci più utilizzati nella profumeria romana.

Fiori di gelsomino.

Fiori: Gelsomino (Jasminum grandiflorum, Jasminum sambac); Rosa (Rosa centifolia/Rosa damascena); Narciso (Narcissus poeticus); Giglio (Lilium candidum); Henné (Lawsonia inermis); Maggiorana (Origanum majorana).

Rizomi: Iris (Iris pallida); Nardo (Nardostachys jatamansi).

Gomme e resine: Mirra (Commiphora myrrha); Balsamo di Giuda (Commiphora opobalsamum); Stirace (Liquidambar orientalis); Incenso (Boswellia carterii); Labdano (Cistus ladaniferus); Galbano (Ferula galbaniflua).

Spezie: Cannella (Cinnamomum verum); Cardamomo (Elettaria cardamomum); Zafferano (Crocus sativus); Fieno greco (Trigonella foenum-graecum).

[1] Plinio, Storia naturale, XIII, I, 3: Unguentum Persarum gentis esse debet. Illi madent eo et accersita commendatione inluvie natum virus extinguunt. Primum, quod equidem inveniam, castris Darii regis expugnatis in reliquo eius appartu Alexander cepit scrinium unguentorum.

[2] Plinio, Storia naturale, XIII, IV, 20: Haec est materia luxus e cunctis maxime supervacui. Margaritae enim gemmaeque ad heredem tamen transeunt, vestes prorogant tempus: unguenta ilico expirant ac suis moriuntur horis. Summa commendatio eorum ut transeuntem feminam odor invitet etiam aliud agentis.

[3] Plinio, Storia naturale, XIII, IV, 23: Ista patrocinia quaerimus vitiis, ut per hoc ius sub casside unguenta sumantur.

[4] Teofrasto, Sugli odori, 14.

[5] Alkanna tinctoria, una pianta prostrata, molto bassa e molto pelosa, che cresce soprattutto sulle sabbie costiere, in ciuffi più o meno circolari. È stata utilizzata fin dall’antichità per le sue proprietà medicinali e per la tintura rossa estratta dalle sue radici.

Fonti

  • Odeurs antiques, testi raccolti e presentati da Lydie Bodiou e Véronique Melh, collezione Signets, Belles-Lettres, Parigi, 2011.
  • Jean-Pierre Brun, Cécilia Castel, Xavier Fernandez, Jean-Jacques Filippi, Les parfums antiques dans le bassin méditerranéen, articolo pubblicato su l’Actualité Chimique N°359 – gennaio 2012. Accesso online il 4 febbraio 2024.
  • Video: animazione di Renaud Chabrier di un affresco di Pompei che mostra la fabbricazione del profumo, realizzata per il film Le parfum retrouvé (link in basso). Vengono mostrate, da destra a sinistra, tutte le fasi della preparazione dei profumi in una bottega: 1. estrazione dell’olio di profumo con una pressa a cuneo, 2. enfleurage a caldo dell’olio in un calderone su un focolare, 3. macinazione degli ingredienti, in particolare delle resine, in un mortaio, 4. banco di vendita con bilancia, papiro e, nell’armadio sullo sfondo, file di flaconi di profumo e una statuetta di Venere, 5. una commessa fa provare un profumo al polso di una cliente.

Per saperne di più

  • Le parfum retrouvé, autore e regista: Luc Renat, immagini CNRS, 2012
  • Jean-Pierre Brun e Nicolas Monteix. Les parfumeries en Campanie antique In: Artisanats antiques d’Italie et de Gaule: Mélanges offerts à Maria Francesca Buonaiuto [online]. Napoli: Pubblicazioni del Centro Jean Bérard, 2009.

Febbraio 2024, riproduzione vietata


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