In Omero, un loto può nasconderne altri

Tradotto dal francese


Sulla facciata della Haus zum Ritter, a Sciaffusa (Svizzera), Tobias Stimmer dipinse verso il 1568–1570 l’episodio dei Lotofagi nell’Odissea: i compagni di Ulisse colgono i frutti di un albero il cui tronco assume la forma di una donna (foto Wikimedia).

Si immagina volentieri che i Lotofagi offrissero a Ulisse un fiore di loto egiziano, dai petali blu pallido in contrasto con gli stami gialli. Errore: ciò che mangiano i compagni dell’eroe omerico, al punto da dimenticare persino il desiderio di tornare a casa, non è certamente il fiore di una ninfea acquatica, bensì il frutto di un arbusto. Gli Antichi, invece, distinguevano già bene la differenza.

Ulisse racconta ad Alcinoo come, doppiando il capo Malea, un vento contrario lo abbia sviato per nove giorni, lontano da ogni rotta conosciuta, fino a gettare la sua squadra su una terra sconosciuta: quella dei Lotofagi.

«Chiunque tra loro mangiasse il frutto del loto, dolce come il miele, non voleva più fare rapporto né ripartire; voleva restare sul posto, tra i Lotofagi, cibarsi di loto, dimenticando il ritorno.»[1]

Nulla di ostile nell’accoglienza dei Lotofagi. Gli abitanti offrono semplicemente agli esploratori di Ulisse il frutto che li nutre. Quelli che lo assaggiano non vogliono più ripartire: dimenticano persino il desiderio di tornare a casa, e Ulisse deve trascinarli in lacrime fino alle navi, per legarli sotto i banchi dei rematori.

Il testo greco non dice che questi uomini perdano la memoria. Ciò che abbandonano, molto precisamente, è il nostos (νόστος), il ritorno in patria – non il ricordo di chi sono.

Omero descrive i Lotofagi letteralmente come coloro che «mangiano un cibo floreale». Il qualificativo può evocarne l’aspetto o il profumo. Ma non ce ne voleva di più perché numerosi commentatori moderni dessero l’immagine di un popolo che si nutre di fiori, e in particolare di quelli di una pianta acquatica: il loto sacro delle rive del Nilo. Dieci versi più avanti, il testo dell’Odissea precisa tuttavia: «il frutto del loto, dolce come il miele». Un frutto, dunque, e non un mazzo di fiori.

Spesso associato nell’immaginario moderno ai Lotofagi, il loto blu d’Egitto (Nymphaea caerulea) non corrisponde al frutto descritto da Omero e dagli autori antichi (foto Wikimedia).

Gli Antichi indagavano già

Gli autori che, dopo Omero, hanno voluto localizzare e descrivere questo loto non l’hanno confuso più di tanto con la ninfea egiziana. Erodoto colloca i Lotofagi sulla costa libica e paragona la dolcezza del loro frutto a quella del dattero, precisando che se ne ricavava anche del vino[2]. Teofrasto, nelle sue Ricerche sulle piante, ne offre la descrizione più completa che ci sia pervenuta: un albero o un arbusto delle dimensioni di un pero, dalle foglie dentate come quelle del leccio, dal frutto grosso come una fava, che matura cambiando colore come un grappolo d’uva, fitto sui rami alla maniera delle bacche di mirto[3]. Nulla, in questa descrizione, che ricordi da vicino o da lontano una pianta acquatica.

Polibio va ancora oltre: avendo visto la pianta con i propri occhi, a credere ad Ateneo che ci ha tramandato questo passo, descrive un arbusto spinoso dalle foglie simili a quelle del ranno. Il suo frutto, dapprima simile a una bacca di mirto bianco, vira al porpora crescendo, fino a raggiungere la dimensione di un’oliva rotonda. Veniva preparato in modo diverso a seconda che fosse destinato agli schiavi o agli uomini liberi; se ne ricavava anche un vino dolce, simile a un vino mielato, oltre che dell’aceto[4]. Anche in Polibio, nessuna traccia di un potere di oblio.

Il Periplo attribuito a Scilace, composto nel IV secolo a.C., colloca un’isola – la Bracheiôn degli Antichi, tradizionalmente identificata con l’odierna Djerba – dove si trovavano due tipi di loto: uno che si mangiava, l’altro da cui si ricavava vino, uno dei due con un frutto delle dimensioni di una bacca di corbezzolo[5]. Strabone, secoli più tardi, colloca la stessa terra a Meninge e afferma che vi si mostrava ancora, ai suoi tempi, un altare di Ulisse[6]. Plinio il Vecchio, infine, riassume la tradizione: l’albero cresce intorno alle Sirti e presso i Nasamoni; il suo frutto ha il colore dello zafferano, e la sua dolcezza, scrive, ha dato il nome al popolo e alla terra – una terra «troppo ospitale», che faceva dimenticare agli stranieri persino la propria patria[7].

La parola lôtos (λωτός), in greco, non ha mai designato una sola pianta: i lessici le riconoscono più significati, dal giuggiolo dei Lotofagi al loto egiziano (Nymphaea caerulea). Lo stesso Omero la impiega per piante erbacee ben diverse: nelle pianure di Troia, i cavalli di Achille brucano un loto che cresce vicino alle paludi, mentre, sui pendii del monte Ida, un altro loto, questo coperto di rugiada, cresce accanto allo zafferano e al giacinto[8]. Più tardi, i Greci intrecceranno ancora corone con un «loto» il cui fiore, giallo e profumato, non ha nulla a che vedere né con l’arbusto dei Lotofagi, né con il fiore acquatico del Nilo – senza contare un altro «loto» nordafricano, dal legno così duro che se ne ricavavano flauti. Un solo nome per tutto ciò: abbastanza da confondere le tracce già presso gli Antichi stessi.

Le piccole drupe del giuggiolo selvatico (Ziziphus lotus), dapprima verdi e poi rosso violaceo, sono protette dalle spine caratteristiche dell’arbusto. Molto mature, diventano zuccherine e assumono una consistenza vicina a quella del dattero (Foto Wikimedia).

Il giuggiolo riprende i suoi diritti

Alla fine del XVIII secolo, il botanico francese René Desfontaines fornì di questo loto di Libia una descrizione botanica che contribuì fortemente a identificarlo con il giuggiolo selvatico. Frutto alla maniera del mirto, arbusto spinoso, vino che inacidiva rapidamente – due o tre giorni secondo Teofrasto, fino a dieci secondo Polibio, Plinio e Cornelio Nepote: queste descrizioni concordanti designavano tutte la stessa specie, ben reale e ancora presente sulle coste dell’Africa del Nord: il giuggiolo selvatico (Ziziphus lotus). Esso produce numerosi piccoli frutti, drupe sferiche delle dimensioni di una prugnola, chiamate giuggiole-loto. Raccolte in ottobre a piena maturazione, presentano un sapore che ricorda la mela candita e una consistenza vicina a quella del dattero.

Oblio, istruzioni per l’uso

Ma perché un frutto così comune avrebbe fatto dimenticare a dei marinai persino il desiderio di tornare a casa? Omero parla solo di un frutto mangiato così com’è: nulla che suggerisca una preparazione composita, né il minimo accenno a ebbrezza, sonnolenza o euforia, ma soltanto la perdita del desiderio di ripartire.

Le fonti antiche attestano che la giuggiola serviva a fabbricare una bevanda fermentata. Questa potrebbe offrire una spiegazione materiale all’oblio del ritorno – interpretazione che il testo omerico non permette tuttavia di verificare.

Una pista più speculativa, proveniente dall’etnobotanica magrebina, propone di andare oltre. Presso i Beni Bou Ifrah, sul litorale rifano, un uomo interrogato nel 2015 ricordava una preparazione che i giovani pastori consumavano a scopo ricreativo durante la sua infanzia: un miscuglio di giuggiole schiacciate e canapa (Cannabis sativa). Nulla permette tuttavia di affermare che queste due piante fossero già associate nell’Antichità. Soprattutto, il testo greco descrive solo un frutto che si mangia, mai un miscuglio.

Dopotutto, la dolcezza di un frutto può bastare a far perdere la bussola a chi non ha più davvero voglia di tornare a casa.

Studi moderni consultati

[1] Omero, Odissea, IX, 82-84 e 94-97.
ἔνθεν δ᾽ ἐννῆμαρ φερόμην ὀλοοῖς ἀνέμοισιν πόντον ἐπ᾽ ἰχθυόεντα· ἀτὰρ δεκάτῃ ἐπέβημεν γαίης Λωτοφάγων, οἵ τ᾽ ἄνθινον εἶδαρ ἔδουσιν. […] τῶν δ᾽ ὅς τις λωτοῖο φάγοι μελιηδέα καρπόν, οὐκέτ᾽ ἀπαγγεῖλαι πάλιν ἤθελεν οὐδὲ νέεσθαι, ἀλλ᾽ αὐτοῦ βούλοντο μετ᾽ ἀνδράσι Λωτοφάγοισι λωτὸν ἐρεπτόμενοι μενέμεν νόστου τε λαθέσθαι.
«Per nove giorni, venti funesti mi trascinarono sul mare pescoso; il decimo, approdammo alla terra dei Lotofagi, che mangiano un cibo floreale. […] Chiunque tra loro mangiasse il frutto del loto, dolce come il miele, non voleva più fare rapporto né ripartire; voleva restare sul posto, tra i Lotofagi, cibarsi di loto, dimenticando il ritorno.»

[2] Erodoto, Storie, IV, 177.
ἀκτὴν δὲ προέχουσαν ἐς τὸν πόντον τούτων τῶν Γινδάνων νέμονται Λωτοφάγοι, οἳ τὸν καρπὸν μοῦνον τοῦ λωτοῦ τρώγοντες ζώουσι. ὁ δὲ τοῦ λωτοῦ καρπὸς ἐστὶ μέγαθος ὅσον τε τῆς σχίνου, γλυκύτητα δὲ τοῦ φοίνικος τῷ καρπῷ προσείκελος. ποιεῦνται δὲ ἐκ τοῦ καρποῦ τούτου οἱ Λωτοφάγοι καὶ οἶνον.
«Su un promontorio che si protende nel mare, oltre i Gindani, abitano i Lotofagi, che vivono soltanto del frutto del loto. Questo frutto ha la dimensione di quello del lentisco, e la sua dolcezza somiglia a quella del dattero. I Lotofagi ne ricavano anche del vino.»

[3] Teofrasto, Ricerche sulle piante, IV, 3, 1-4.
ἔστι δὲ τοῦ λωτοῦ τὸ μὲν ὅλον δένδρον ἴδιον εὐμέγεθες ἡλίκον ἄπιος ἤ μικρὸν ἔλαττον· φύλλον δὲ ἐντομὰς ἔχον καὶ πρινῶδες· τὸ μὲν ξύλον μέλαν […] ὁ δὲ καρπὸς ἡλίκος κύαμος, πεπαινεται δέ, ὥσπερ οἱ βότρυες, μεταβάλλων τὰς χροιάς· φύεται δέ, καθάπερ τὰ μύρτα, παρ ἄλληλα πυκνὸ ἐπὶ τῶν βλαστῶν· ἐσθιόμενος δ ὁ ἐν τοῖς Λωτοφάγοις καλουμένοις γλυκὺς καὶ ἡδὺς καὶ ἀσινὴς. […] καὶ τὸν οἶνον ὃν ἐξ αὐτοῦ ποιοῦσιν οὐ διαμένειν ἀλλ᾽ ἢ δύο ἢ τρεῖς ἡμέρας εἶτ᾽ ὀξύνειν.
«L’albero del loto, considerato nel suo insieme, ha una dimensione piuttosto grande, come un pero, o poco meno; la sua foglia è dentata e ricorda quella del leccio; il legno è nero […] Il frutto è grosso come una fava; matura cambiando colore, come fanno i grappoli d’uva; cresce, fitto sui rami, alla maniera delle bacche di mirto. Quello che mangiano le persone chiamate Lotofagi è dolce, gradevole e innocuo. […] E il vino che se ne ricava non si conserva più di due o tre giorni, dopodiché inacidisce.»

[4] Polibio, Storie, XII, 2, 1-8, frammento conservato da Ateneo, Deipnosofisti, XIV, 651d-e.
Τὰ παραπλήσια τοῖς περὶ τὸν Ἡρόδοτον ἱστορεῖ περὶ τοῦ ἐν Λιβύῃ καλουμένου λωτοῦ αὐτόπτης γενόμενος ὁ Μεγαλοπολίτης Πολύβιος ἐν τῇ ιβʹ τῶν Ἱστοριῶν λέγων οὕτως· Ἔστι δὲ τὸ δένδρον ὁ λωτὸς οὐ μέγα, τραχὺ δὲ καὶ ἀκανθῶδες, ἔχει δὲ φύλλον χλωρὸν παραπλήσιον τῇ ῥάμνῳ, μικρὸν βαθύτερον καὶ πλατύτερον. ὁ δὲ καρπὸς τὰς μὲν ἀρχὰς ὅμοιός ἐστι καὶ τῇ χρόᾳ καὶ τῷ μεγέθει ταῖς λευκαῖς μυρτίσι ταῖς τετελειωμέναις, αὐξανόμενος δὲ τῷ μὲν χρώματι γίνεται φοινικοῦς, τῷ δὲ μεγέθει ταῖς γογγύλαις ἐλαίαις παραπλήσιος, πυρῆνα δὲ ἔχει τελέως μικρόν. ἐπὰν δὲ πεπανθῇ, συνάγουσι, καὶ τὸν μὲν τοῖς οἰκέταις μετὰ χόνδρου κόψαντες σάττουσιν εἰς ἀγγεῖα, τὸν δὲ τοῖς ἐλευθέροις ἐξελόντες τὸν πυρῆνα συντιθέασιν ὡσαύτως, καὶ σιτεύονται τοῦτον. γίνεται δὲ καὶ οἶνος ἐξ αὐτοῦ βρεχομένου καὶ τριβομένου δι᾽ ὕδατος, κατὰ μὲν τὴν γεῦσιν ἡδὺς καὶ ἀπολαυστικός, οἰνομέλιτι χρηστῷ παραπλήσιος, ᾧ χρῶνται χωρὶς ὕδατος. οὐ δύναται δὲ πλέον δέκα μένειν ἡμερῶν· διὸ καὶ ποιοῦσι κατὰ βραχὺ πρὸς τὴν χρείαν. ποιοῦσι δὲ καὶ ὄξος ἐξ αὐτῶν.
«Polibio di Megalopoli, che aveva visto egli stesso ciò che in Libia si chiama loto, ne dà, nel dodicesimo libro delle sue Storie, un racconto simile a quello di Erodoto, in questi termini: il loto è un albero poco elevato, ruvido e spinoso; la sua foglia è verde, simile a quella del ranno, ma un po’ più profonda e più larga. All’inizio, il suo frutto somiglia, per colore e dimensione, alle bacche mature del mirto bianco; crescendo, diventa porpora e raggiunge la dimensione di un’oliva rotonda, con un nocciolo molto piccolo. Quando è maturo, lo si raccoglie: la parte destinata agli schiavi viene pestata con farro e pressata in recipienti; quella degli uomini liberi, privata del nocciolo, viene conservata allo stesso modo. Se ne fa anche del vino, facendolo macerare e poi pestandolo nell’acqua: la bevanda è dolce e gradevole, paragonabile a un buon vino mielato, che si beve senza allungarlo con acqua. Ma non si conserva più di dieci giorni; per questo se ne prepara solo in piccole quantità, secondo il bisogno. Se ne fa anche dell’aceto.»

[5] Pseudo-Scilace, Periplo, 3, 110.
Οὗτοι λωτῷ χρῶνται σίτῳ καὶ ποτῷ […] Ἐν δὲ τῇ νήσῳ γίνεται λωτὸς, ὃν ἐσθίουσι, καὶ ἕτερος, ἐξ οὗ οἶνον ποιοῦσιν. Ὁ δὲ τοῦ λωτοῦ καρπός ἐστι τῷ μεγέθει ὅσον μιμαίκυλον.
«Questi si servono del loto come cibo e come bevanda […] Nell’isola cresce un loto che si mangia, e un altro da cui si ricava vino. Il frutto del loto è, per dimensione, come quello del corbezzolo.»

[6] Strabone, Geografia, XVII, 3, 17.
τὴν δὲ Μήνιγγα νομίζουσιν εἶναι τὴν τῶν Λωτοφάγων γῆν τὴν ὑφ᾽ Ὁμήρου λεγομένην, καὶ δείκνυταί τινα σύμβολα, καὶ βωμὸς Ὀδυσσέως καὶ αὐτὸς ὁ καρπός· πολὺ γάρ ἐστι τὸ δένδρον ἐν αὐτῇ τὸ καλούμενον λωτόν, ἔχον ἥδιστον καρπόν.
«Si considera Meninge come la terra dei Lotofagi di cui parla Omero; se ne mostrano alcuni indizi, un altare di Ulisse, e il frutto stesso: l’albero che vi si chiama loto è infatti abbondante, e il suo frutto tra i più gradevoli.»

[7] Plinio il Vecchio, Storia naturale, XIII, 104-106.
Eadem Africa, qua vergit ad nos, insignem arborem loton gignit, quam vocat celthim […] Praecipua est circa Syrtis atque Nasimonas. Magnitudo quae piro […] Magnitudo huic fabae, color croci […] Nascitur densus in ramis myrti modo […] tam dulcis ibi cibo, ut nomen etiam genti terraeque dederit nimis hospitali advenarum oblivione patriae. […] Vinum quoque exprimitur illi simile mulso, quod ultra denos dies negat durare idem Nepos.
«Questa stessa Africa, dal lato che guarda verso di noi, produce un albero notevole, il loto, che chiama anche celtis […] È soprattutto diffuso intorno alle Sirti e presso i Nasamoni. La sua grossezza è quella del pero […] Il frutto ha la dimensione di una fava, il colore dello zafferano […] Cresce fitto sui rami alla maniera del mirto […] così dolce al gusto che ne ha dato il nome al popolo e alla terra, troppo ospitale, per l’oblio della patria che ispira agli stranieri. […] Se ne ricava anche un vino simile al vino mielato, che, secondo lo stesso Nepote, non dura più di dieci giorni.»

[8] Omero, Iliade, II, 776 e XIV, 348.
λωτὸν ἐρεπτόμενοι ἐλεόθρεπτόν τε σέλινον […] λωτόν θ᾽ ἑρσήεντα ἰδὲ κρόκον ἠδ᾽ ὑάκινθον
«[I cavalli], brucando loto e sedano delle paludi […] loto coperto di rugiada, zafferano e giacinto.»


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