Tradotto dal francese

L’etimologia della nostra parola «lavanda», dal latino lavare, non risale all’Antichità, contrariamente a quanto si crede comunemente. Nessun bagno romano profumato con questa pianta odorosa: la lavanda era utilizzata esclusivamente in farmacia. Nessun piatto neppure. Se gli antichi aromatizzavano anche vino e aceto con la lavanda, era sempre a scopo terapeutico.
Non è cosa da poco: la lavanda stecade (Lavandula stoechas) entrava nella composizione di un antidoto realizzato per l’imperatore Augusto. Ebbene, condivide questo onore con altri quarantuno ingredienti: spezie orientali, resine, semi, sostanze minerali, sangue di animali e piante diverse. La formula ci è tramandata da Scribonio Largo, medico dell’imperatore Claudio, che ha lasciato una raccolta di ricette mediche, le Compositiones. Egli l’attribuisce a un certo medico Marciano, che doveva esercitare una generazione prima: essendo l’antidoto risalente all’epoca di Augusto, morto ben prima che Scribonio scrivesse sotto Claudio, Marciano ne è necessariamente il predecessore. L’antidoto, «al quale nulla manca», è per questo chiamato in greco teleia (τελεία), «perfetto», spiega Scribonio[1]. Con una composizione così ricca, il preparato è efficace contro tutto. La Storia non dice se Augusto vi abbia fatto ricorso.
Isole che danno un nome
Se la nostra parola «lavanda» deriva effettivamente dal latino lavare (lavare), l’accostamento si spiegherebbe con l’uso medievale della pianta per profumare l’acqua o la biancheria lavata[2]. Durante l’Antichità, la pianta è nota con il nome di stoichas (στοιχάς), una parola greca imparentata con il verbo steichō (στείχω), che significa «avanzare in linea, in fila», come una truppa schierata in ordine di marcia.
Il naturalista greco Dioscoride, contemporaneo degli inizi dell’Impero, spiega che il nome della pianta deriva da quello delle isole Stœchadi, che egli colloca di fronte a Massalia, l’odierna Marsiglia. Precisa che «è un’erba a piccoli frutti, la cui sommità ricorda quella del timo, ma con foglie più lunghe, dal gusto acre e alquanto amara. In decotto, allevia il petto, come l’issopo; si mescola utilmente agli antidoti»[3].
Plinio il Vecchio riprende quasi parola per parola questa descrizione botanica: la pianta cresce soltanto in queste isole omonime, è odorosa, il suo fogliame ricorda quello dell’issopo. Assunta come bevanda, provoca le mestruazioni e calma i dolori al petto; la si ritrova, come in Dioscoride, negli antidoti[4].

Altrove, nella sua descrizione geografica delle coste della Gallia, precisa l’origine del nome con maggior rigore rispetto a Dioscoride: tre isole, scrive, «così chiamate dai loro vicini di Marsiglia a causa dell’ordine in cui sono disposte»[5]. Non si tratta dunque delle isole che si trovano al largo di Marsiglia stessa, bensì dei Greci di Massalia, vicini e naviganti abituati a tutta questa costa, che diedero loro questo nome. Plinio le chiama Proté, Mese – detta anche Pomponiana – e Hypaea. Le si accosta generalmente alle tre principali isole d’Hyères, a buona distanza a est di Marsiglia: Porquerolles, Port-Cros e l’Île du Levant.
Diversi secoli più tardi, Isidoro di Siviglia non ha nulla di nuovo da aggiungere sull’origine del nome: la stœchas cresce nelle isole Stœchadi e a esse deve la propria denominazione [6]. L’enciclopedista si è limitato a tramandare un’etimologia vecchia di parecchi secoli.
È curioso notare come una tarda tradizione manoscritta attribuisca ancora tutta una collezione di nomi alla lavanda, tra cui «occhio di Pitone», che sarebbe in uso presso i profeti e gli indovini… L’origine di questa strana denominazione ci sfugge[7].
L’amara tuttofare
Più concretamente, un tratto ricorre sotto ogni penna: il gusto acre e leggermente amaro della stœchas. Galeno ha tentato di spiegare questa duplice qualità con la sua teoria delle sostanze. La pianta conterrebbe una piccola parte di materia terrosa fredda, responsabile del suo effetto astringente, e una parte più abbondante di materia raffinata, che la rende amara. Da questa combinazione deriverebbero le sue facoltà di disostruire, fluidificare, pulire e rinforzare gli organi interni come l’intero corpo [8].
Questa polivalenza ha avuto grande fortuna. Celso raccomandò una bevanda a base di trixago, ruta, stœchas oppure cumino e pepe, quando la tosse complicava una frattura costale[9].
In Scribonio Largo, già citato, la lavanda ha trovato posto anche in due preparati ad ampio spettro. Il primo, attribuito a Basso Tullio, era destinato alle coliche e ai gonfiori del colon. Il secondo era l’antidoto di Paccio Antioco, chiamato hiera (ἱερά), «sacro», e raccomandato contro quasi tutto ciò che poteva andare storto nel corpo: mal di testa, disturbi di stomaco, dolori al fianco o alle articolazioni, gotta e persino epilessia. Un vero coltellino svizzero farmaceutico dell’Antichità[10].
Marcello, più tardo, la pose in testa a un’altra hiera, lunga ricetta destinata ad alleviare il mal di testa, i disturbi della milza e del fegato, gli accessi di febbre quotidiani, la malinconia, le vertigini e i disturbi della vista[11].

Vino, ma non profumo
Dioscoride conosce anche un vino aromatizzato con la pianta, lo stoichaditès, che dissolve gli ispessimenti, le flatulenze, i dolori al fianco e ai reni, i raffreddamenti, e si somministra con profitto agli epilettici[12]. La notizia seguente descrive un aceto preparato secondo lo stesso principio. Plinio conferma a sua volta l’esistenza di questo vino, in un elenco di preparati simili a base di genziana, dittamo o mandragora[13]. Queste bevande appartengono sempre all’ambito medico: non sono prodotti da tavola.
Occhio di Pitone in un elenco di sinonimi, ingrediente di una hiera, componente di un antidoto «perfetto»: la stœchas ha conosciuto una brillante carriera medica. Il nome di lavanda, e l’odore di pulito che oggi evoca, le arriveranno solo molto più tardi.
Studio moderno consultato
Hassan Farsam, Sadegh Ahmadian Attari, Amir Khalaj, Mohammad Kamalinejad, Rafat Shahrokh, Mohammad Mahdi Ahmadian-Attari, «The Story of Stoechas: from Antiquity to the Present Day», Journal of Research on History of Medicine, 5/2, 2016, pp. 70-86.
[1] Scribonius Largus, Compositiones, 177.1:
Antidotus Marciani medici, cui quia nihil deest, telea dicitur Graece, id est perfecta. Facit ad omnia haec una, ad quae superiores antidoti omnes. Haec Augusto Caesari componebatur […] stycados ℥ VI […];
«L’antidoto del medico Marciano, al quale nulla manca, è chiamato in greco teleia, cioè “perfetto”. Da solo, agisce in tutti i casi in cui agiscono tutti gli antidoti precedenti. Questo era preparato per Augusto Cesare» […] «stœchas, sei denari» […].
La ricetta completa comprende altri quarantuno ingredienti, tra cui diversi sangui di animali (anatra femmina, anatra, capretto, tartaruga marina, oca) e miele attico.[2] Il termine italiano lavanda deriva dal latino lavanda, forma femminile (o neutro plurale) del gerundivo lavandus del verbo lavare, «ciò che deve essere lavato». Il collegamento con l’uso medievale della pianta per profumare l’acqua o la biancheria lavata è generalmente accolto, sebbene le tappe esatte restino discusse. Anche le forme parallele nelle altre lingue romanze attestano questa origine: il francese lavende è documentato tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, e il latino medievale lavendula è attestato a sua volta nel XIII secolo. Un’ipotesi concorrente, che farebbe risalire il nome al latino livere, «essere bluastro» (in riferimento al colore dei fiori), è considerata meno probabile.
[3] Dioscoride, De materia medica, III, 26:
στοιχάς· γεννᾶται μὲν ἐν ταῖς κατὰ Γαλατίαν νήσοις κατ’ ἀντικρὺς Μασσαλίας, καλουμέναις Στοιχάσιν, ὅθεν καὶ τὴν ὀνομασίαν ἔσχεν· πόα δέ ἐστι λεπτόκαρπος, ὁμοίαν ἔχουσα θύμῳ κόμην, μακροφυλλοτέρα μέντοι καὶ δριμεῖα τῇ γεύσει, ὑπόπικρος ποσῶς. ποιεῖ δὲ τὸ ἀφέψημα αὐτῆς πρὸς τὰ ἐν θώρακι καθὼς ὁ ὕσσωπος· μείγνυται δὲ καὶ ἀντιδότοις χρησίμως.
«La stœchas cresce nelle isole situate dal lato della Gallia, di fronte a Massalia, chiamate Stœchadi, da cui ha ricevuto il nome. È un’erba a piccolo frutto, la cui sommità somiglia a quella del timo, ma con foglie più lunghe; è acre al gusto e alquanto amara. La sua decozione è efficace contro le affezioni del petto, come quella dell’issopo; entra anche utilmente negli antidoti.»
[4] Plinio il Vecchio, Histoire naturelle, XXVII, 131:
Stoechas in insulis tantum eiusdem nominis gignitur, odorata herba, coma hysopi, amara gustu. Menses ciet potu, pectoris dolores levat. Antidotis quoque miscetur.
«La stœchas cresce soltanto nelle isole omonime. È un’erba odorosa, dal fogliame d’issopo, amara al gusto. Assunta come bevanda, provoca le mestruazioni e allevia i dolori al petto. Entra anche negli antidoti.»
[5] Plinio il Vecchio, Histoire naturelle, III, 79:
(…) et tres Stoechades a vicinis Massiliensibus dictae propter ordinem quo sitae sunt. Nomina singulis Prote, Mese, quae et Pomponiana vocatur, tertia Hypaea.
«(…) E tre Stœchadi, così chiamate dagli abitanti vicini di Marsiglia a causa dell’ordine in cui sono disposte. Ciascuna ha il proprio nome: Proté, Mese, detta anche Pomponiana, e la terza Hypaea.»
[6] Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XVII, 9, 88:
Stoechas in insulis Stoechadibus nascitur; unde et nuncupatur.
«La stœchas cresce nelle isole Stœchadi; è da lì che trae il proprio nome.»
[7] Sinonimi conservati dalla recensio varia di Dioscoride, III, 26:
στοιχάς· οἱ δὲ συγκλίνωπα, Ἀλκιβιάδειον, παγκράτιον, Τυφωνία, Αἰγύπτιοι σουφλώ, προφῆται ὀφθαλμὸς Πύθωνος, Ῥωμαῖοι σκίλλα ῥούβιδα;
«Stœchas; alcuni la chiamano synklinôpa, altri alkibiadeion, altri pankration, altri Typhonia; gli Egizi la chiamano souphlô; i profeti o indovini, “occhio di Pitone”; i Romani, scilla rubida.»[8] Galeno, De simplicium medicamentorum temperamentis ac facultatibus, VIII, 39:
Στοιχάδος ἡ μὲν πρὸς τὴν γεῦσιν ποιότης πικρά τ’ ἐστὶ καὶ ὑποστύφουσα μετρίως. ἡ δὲ κρᾶσις σύνθετος ἔκ τε ψυχρᾶς γεώδους οὐσίας ὀλίγης, ἀφ’ ἧς στύφει, καὶ λελεπτυσμένης ἑτέρας γεώδους πλείονος, ἀφ’ ἧς πικράζει. διὰ δὲ τὴν ἀμφοτέρων σύνοδον ἐκφράττειν καὶ λεπτύνειν καὶ ἀποῤῥύπτειν καὶ ῥωννύναι πέφυκε τά τε σπλάγχνα πάντα καὶ ὅλου τοῦ ζώου τὴν ἕξιν.
«La qualità della stœchas percepibile al gusto è amara e moderatamente astringente. La sua costituzione è composta, da un lato, da una piccola quantità di sostanza terrosa fredda, a cui deve la sua astringenza, e, dall’altro, da una quantità più importante di un’altra sostanza terrosa, più tenue, a cui deve la sua amarezza. Dall’unione di queste due sostanze, essa possiede naturalmente la facoltà di disostruire, fluidificare, pulire e fortificare tutti i visceri, così come la costituzione generale dell’organismo.»
[9] Celso, De medicina, VIII, 9, 1e:
Quod si tussis infestabit, potio sumenda erit vel ex trixsagine vel ex ruta vel ex herba stoechade vel ex cumino et pipere.
«Se la tosse diventa fastidiosa, bisognerà assumere una bevanda preparata con trixago, oppure con la ruta, oppure con la stœchas, oppure con cumino e pepe.»
La trixago è generalmente identificata con il camedrio (Teucrium chamaedrys).[10] Scribonius Largus, Compositiones, 121:
Colice mirifica Bassi Tullii cito levat […] recipit autem haec: […] stoechadis, dauci, ami, singulorum ℥ p. XVIII;
«Il meraviglioso rimedio contro le coliche di Basso Tullio allevia rapidamente […] Contiene in particolare diciotto dracme di stœchas, di daucus e di ami per ciascuno.»
Per la hiera di Paccio Antioco, si veda Compositiones, 97-107, in particolare 97.1 (Antidotos hiera Paccii Antiochi ad universa corporis vitia, maxime ad lateris et podagram) e 106 (recipit autem haec: stycadis […] singulorum ℥ p. X);
«L’antidoto sacro di Paccio Antioco contro tutte le affezioni del corpo, soprattutto i dolori al fianco e la gotta […] contiene in particolare dieci dracme di stœchas.» Stoechadis e stycadis sono due varianti grafiche del nome della pianta.[11] Marcello, De medicamentis, 1, 106:
Hiera maior faciens ad capitis nimium et veterem dolorem et ad phlegmata spissa et constricta laxanda et provocanda […] maxime prodest etiam melancholicis et scotomaticis […] quae constat ex speciebus his: Stoechados, agarici, colocynthidos…
«Grande hiera, efficace contro il mal di testa intenso e cronico e per sciogliere ed evacuare i flegmi densi e contratti […] È particolarmente utile anche ai malinconici e alle persone affette da disturbi che offuscano la vista […] Si compone delle seguenti sostanze: stœchas, agarico, coloquintide…»
Marcello Empirico è un autore medico latino della tarda Antichità, nato in Gallia, a Bordeaux, verso la metà del IV secolo.[12] Dioscoride, De materia medica, V, 42:
σκευάζεται καὶ ὁ στοιχαδίτης ὁμοίως. δεῖ δὲ τοῖς Ϛ΄ χοεῦσι μνᾶν μίαν στοιχάδος προσδιδόναι. διαλύει δὲ πάχη καὶ πνευματώσεις καὶ πόνους πλευρᾶς καὶ νεφρῶν καὶ καταψύξεις· δίδοται καὶ ἐπιλημπτικοῖς ὠφελίμως μετὰ πυρέθρου καὶ σαγαπηνοῦ.
«Il vino alla stœchas si prepara allo stesso modo. Per sei choes, bisogna aggiungere una mina di stœchas. Dissolve gli ingorghi, le flatulenze, i dolori al fianco e ai reni, nonché i raffreddamenti. Lo si somministra anche con profitto agli epilettici, associato al piretro e al sagapeno.»
La notizia seguente (V, 43) descrive un aceto alla stœchas preparato secondo lo stesso principio.[13] Plinio il Vecchio, Histoire naturelle, XIV, 111:
Fit et ex herbis quarum naturae suo loco dicentur: e stoechade et radice Gentianae et tragorigano et dictamno, asaro, dauco, elelisphaco, panace, acoro, thymo, mandragora, iunco.
«Si fa anche vino con erbe le cui proprietà saranno esposte al momento opportuno: con la stœchas, la radice di genziana, il tragorigano, il dittamo, l’asaro, il daucus, la salvia, il panace, l’acoro, il timo, la mandragora e il giunco odoroso.»
Altri articoli del blog Nunc est bibendum








