Grano e uomini nell’Italia pre-romana

Tradotto dal francese


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Ben prima della nascita di Roma, i cereali già nutrivano le società della penisola italiana. Coltivati sin dal Neolitico, hanno strutturato non solo l’alimentazione, ma anche i paesaggi, gli scambi e le pratiche rituali. Grazie all’archeobotanica e all’archeologia, oggi è possibile ricostruirne la storia con una precisione crescente.

Già dal IV millennio a.C., le prime comunità agricole si insediano nella pianura padana, ai piedi delle Alpi e sulle colline dell’Italia meridionale. Provenienti dal Neolitico mediterraneo, queste popolazioni introducono diverse specie cerealicole domesticate nel Vicino Oriente: il farro (Triticum dicoccum), il farro piccolo (Triticum monococcum), il grano nudo (Triticum aestivum/durum) e l’orzo (Hordeum vulgare).

Nel sito di Rendina (Basilicata), datato a circa il 5160 a.C., grani di frumento e d’orzo testimoniano questa agricoltura pionieristica. Nel nord, i villaggi palafitticoli dei laghi lombardi e veneti hanno restituito, grazie a condizioni umide favorevoli alla conservazione, resti abbondanti di cereali, in particolare a Fagnigola e Sammardenchia.

La predominanza del farro e del farro piccolo, due specie rustiche che tollerano suoli poveri e variazioni climatiche, rivela un adattamento precoce alle condizioni locali. Questa selezione colturale segna già una specializzazione regionale dell’agricoltura.

Diversificazione nell’età del bronzo

Durante l’età del bronzo (2200–900 a.C.), le società italiane sviluppano sistemi agricoli più intensivi e diversificati. È in questo periodo che compaiono due nuovi cereali originari dell’Asia: il miglio comune (Panicum miliaceum) e il panico o miglio degli uccelli (Setaria italica). Introdotte attraverso due grandi vie (attraverso l’Europa centrale e attraverso il Mediterraneo orientale), queste graminacee si insediano progressivamente nella penisola.

Gli scavi della Terramara di Montale (Emilia-Romagna) e di Lavagnone (Lombardia) hanno restituito tracce di miglio datate al Bronzo medio e finale. Queste piante presentavano numerosi vantaggi: ciclo breve, buona resistenza alla siccità, adattamento a diversi tipi di suolo.

Analisi isotopiche del carbonio e dell’azoto condotte su resti ossei umani di questo periodo hanno evidenziato un aumento significativo del consumo di miglio, in particolare tra le donne. Questo cambiamento riflette una diversificazione alimentare e una migliore resilienza di fronte alle avversità climatiche.

Apertura dei paesaggi e controllo dei suoli nell’età del ferro

Nel corso dell’età del ferro (900–200 a.C.), le pratiche agricole continuano a evolversi. I paesaggi si trasformano: le zone boschive arretrano, le radure si aprono, le superfici coltivate aumentano, in particolare sui versanti collinari.

Due nuovi cereali vengono talvolta menzionati: l’avena (Avena sativa) e la segale (Secale cereale). Tuttavia, la loro importanza resta limitata in questo periodo in Italia. Queste specie compaiono essenzialmente in contesti marginali (zone alpine o come infestanti, cioè senza essere state seminate) e svolgono solo un ruolo secondario prima dell’epoca romana.

Al contrario, la sistemazione dei terreni si perfeziona: terrazzamenti agricoli, canali d’irrigazione e drenaggi di zone umide diventano frequenti in alcune regioni (Etruria, Lazio, pianura padana). Analisi polliniche condotte su laghi e torbiere mostrano un aumento notevole dei pollini di cereali, a testimonianza di un’intensificazione generalizzata della coltivazione dei grani.

Un’agricoltura razionalizzata dagli Etruschi

Gli Etruschi, popolo dell’Italia centrale (800–280 a.C.), sviluppano uno dei sistemi agricoli più avanzati del Mediterraneo occidentale. I loro possedimenti associano grandi colture cerealicole, vigneti, oliveti e allevamento in un modello integrato che prefigura la villa rustica romana.

Siti come Populonia, Vetulonia o Spina hanno restituito resti di grano nudo, farro, orzo e miglio. Il grano duro (Triticum durum), probabilmente utilizzato per la semola o per alcune focacce, diventa qui più frequente, sebbene non soppianti ancora le specie antiche come il farro.

I granai monumentali scoperti a Tarquinia o Vulci, e i numerosi silos interrati, testimoniano una notevole capacità di produrre, trasformare e immagazzinare le eccedenze cerealicole. L’iconografia religiosa e le offerte di grani nei santuari confermano l’importanza sociale e rituale della cerealicoltura.

Inoltre, i testi greci, come quelli di Teofrasto, lodano la fertilità dell’Etruria. Residui organici analizzati in anfore etrusche ritrovate in Grecia e a Cartagine lasciano supporre l’inizio di un commercio cerealicolo di esportazione, anche se le prove dirette restano ancora rare.

Il perfezionamento degli strumenti accompagna queste trasformazioni. Gli Etruschi impiegano aratri con vomere in ferro, più robusti di quelli in legno usati fino ad allora. Falci dentellate, in bronzo e poi in ferro, ottimizzano le mietiture.

La macina rotativa, comparsa verso il IV secolo a.C., sostituisce progressivamente la macina a va e vieni e permette di produrre una farina più fine e in maggiore quantità. L’uso di tecniche di stoccaggio ermetico, come gli intonaci d’argilla sulle pareti interne dei silos, è attestato dall’analisi di residui in diverse strutture incendiate.

Del resto, i cereali non erano soltanto derrate alimentari: simboleggiavano anche la prosperità, la fertilità e il legame con gli antenati. I santuari delle divinità agrarie, come Cerere (forma italica di Demetra), comportavano spesso fosse votive colme di grani.

Le urne funerarie etrusche contengono di frequente resti alimentari a base di cereali, integrati nei riti di passaggio. L’arte etrusca abbonda di motivi di spighe di grano, visibili su affreschi, fibule o ceramiche, a sottolineare lo status centrale dei grani nella rappresentazione della vita e della morte.

L’eredità dei Romani

Quando Roma si impone, eredita direttamente questa tradizione cerealicola plurimillenaria. Gli agronomi latini come Catone il Vecchio, Varrone o Columella spesso non fanno che formalizzare saperi anteriori: scelta delle sementi, organizzazione delle rotazioni, tecniche di conservazione.

La vera rottura arriva con la generalizzazione della villa rustica, azienda agricola integrata su vasta scala, e lo sviluppo di un approvvigionamento imperiale basato sull’Italia ma anche sulle province cerealicole (Sicilia, Africa, Egitto).

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