Dare i numeri come un computer

Tradotto dal francese


Copia del XIII secolo del De Numeris di Rabano Mauro, monaco benedettino nato a Magonza intorno al 780 (cliccare per ingrandire l’immagine).

Se talvolta capita di contare sulle dita, non si va mai molto lontano. A dieci abbiamo esaurito le nostre risorse naturali. Aggirando l’ostacolo, i Greci, e dopo di loro i Romani, utilizzavano un sistema che permetteva di contare fino a 99 su una mano, e dunque fino a 9999 su entrambe. Il che richiedeva evidentemente una buona memoria e una certa destrezza digitale.

La pratica era talmente radicata negli usi quotidiani che nessun autore antico si preoccupò di descriverla sistematicamente. Bisogna attendere l’VIII secolo. Verso il 725, quando l’Impero romano d’Occidente era scomparso da oltre due secoli, Beda il Venerabile, monaco di Northumbria, annotò minuziosamente il metodo all’inizio del suo trattato De temporum ratione. Inserito in un’opera dedicata al calcolo del tempo e della data della Pasqua, l’antico linguaggio numerico delle dita divenne così uno strumento del computo ecclesiastico.

Il computo digitale declina progressivamente, ma resiste per tutto il Medioevo e fino al Rinascimento. Fibonacci lo descrive ancora nel Liber abaci, composto nel 1202 e rielaborato nel 1228, poi Luca Pacioli ne fornisce una celebre rappresentazione a stampa nel 1494. Il suo uso finisce per perdersi, senza che la tecnica scompaia per questo dai manoscritti e dai lavori eruditi.

Nel 2006, Gérard Minaud, dottore in storia e allora affiliato all’Université Paul-Cézanne di Aix-Marseille, ne rinnova lo studio confrontandolo sistematicamente con l’iconografia romana. Pubblica un articolo approfondito intitolato «Des doigts pour le dire»[1].

Lo studioso rileva che l’esistenza del computo digitale è confermata in almeno quarantotto testi latini scritti tra il 3e secolo a.C. e il 6e secolo d.C.[2]. Ma questi autori alludono alla pratica a titolo di illustrazione o di aneddoto, senza nominarla. Solo due autori, Quintiliano e Apuleio, la definiscono gestus computationis[3].

Se ne trova una traccia ancora più antica nel poeta comico greco Aristofane, il quale scrive questo nel 422 a.C.:

«E anzitutto calcola semplicemente, non con i sassolini, ma usando la tua mano, il tributo che ci spetta dal totale delle città alleate».[4]

Venditore di ortaggi. Rilievo funerario in marmo, seconda metà del II secolo, Ostia, Museo Ostiense, inv. 198.

Se il ricorso alla tecnica di numerazione digitale «era così comune e privo di spiegazioni nei testi, è perché il lettore romano li comprendeva certamente senza la minima difficoltà», commenta Gérard Minaud, che confronta poi le spiegazioni di Beda il Venerabile con l’iconografia antica.

Un bell’esempio è fornito dalla stele del venditore di ortaggi proveniente da Ostia. Dietro il suo banco, il commerciante tende la mano destra, con anulare e mignolo ripiegati sul palmo, il che esprime il numero otto. Un prezzo, certamente. Per Beda, la mano destra serviva per le centinaia e le migliaia, ma la sua descrizione è teorica: «La mia ipotesi è che, quando il migliaio non è raggiunto, una sola mano, tanto la sinistra quanto la destra, potrebbe indicare le unità e le decine conservando la stessa sintassi dattilologica», analizza lo studioso.

La Bibliothèque Nationale de France (BNF) possiede una collezione di tessere (gettoni) risalenti al periodo romano imperiale. Su una faccia, il numero in cifre romane, sull’altra il modo di rappresentarlo con la mano.

Alcuni anni dopo Gérard Minaud, due ricercatori matematici, Jérôme Gavin e Alain Schärlig, dedicano un intero libro al computo digitale antico[5], con l’ambizione di permettere di rivelare i messaggi nascosti delle opere d’arte antiche, osservando la posizione delle mani. Jérôme Gavin racconta che la sua curiosità è stata decuplicata durante una visita al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra con suo figlio. Osservando delle nicchie funerarie del 2e secolo provenienti da Palmira, nota che le mani dei personaggi rappresentati esprimono verosimilmente numeri codificati. Attraverso i secoli, le statue parlano un linguaggio simbolico, oggi inudibile per la maggior parte delle persone. Poiché evidentemente ogni cifra, oltre al suo valore matematico, comporta un significato simbolico. Questo poteva ovviamente variare a seconda dei luoghi e dei periodi[6].

Ma perché il computo digitale è scomparso, in realtà? Gavin e Schärlig propongono una spiegazione. In un mondo mediterraneo in cui coesistevano lingue e sistemi di scrittura diversi, la rappresentazione manuale dei numeri permetteva di comunicare senza parlare né scrivere. La diffusione progressiva delle cifre indo-arabe e del calcolo scritto, a partire dalla fine del Medioevo, avrebbe progressivamente ridotto l’utilità di questo linguaggio gestuale.

Per saperne di più:

Chiusure di nicchie sepolcrali provenienti da Palmira, metà del 2e secolo, esposte al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra (foto MAH, cliccare per ingrandire).

[1] Gérard Minaud, Des doigts pour le dire, Histoire & mesure, XXI – 1 | 2006, 3-34.

[2] Così in: Plauto (Mil., v. 203-204), Cicerone (Att., v. 21,13; Cael., xiv, 5), Ovidio (Fasti, iii, v. 119-126; Pont., ii, 3, v. 17-18), Seneca (Ep. xii, 88, 10), Plinio il Vecchio (N. H., ii, xxi, 87; xxxiv, xvi, 33; xxxiv, xix, 88), Quintiliano (i, 10, 35; xi, 3, 94; xi, 3, 114; xi, 3, 117), Giovenale (x, 248), Apuleio (Apol., 89, 6-7), Plinio il Giovane (Ep. ii, 20, 3), Svetonio (Claud.,xxi),

[3] Quintiliano, Institutio oratoria I, 10.35:
in quibus actor, non dico, si circa summas trepidat, sed si digitorum saltem incerto aut indecoro gestu a computatione dissentit, iudicatur indoctus.
«l’avvocato vi passa per ignorante, non dico soltanto se esita sulle somme, ma anche se, contando sulle dita, un gesto incerto o sgraziato non corrisponde al calcolo.»
Apuleio, Apologia, 89, 6-7:
Si triginta annos pro decem dixisses, posses videri computationis gestu errasse, quos circulare debueris digitos aperuisse. Cum vero quadraginta, quae facilius ceteris porrecta palma significantur, ea quadraginta tu dimidio auges, non potest digitorum gestu errasse, nisi forte triginta annorum Pudentillam ratus binos cuiusque anni consules numerasti.
«Se tu avessi detto trent’anni invece di dieci, si sarebbe potuto credere che ti fossi sbagliato nel gesto usato per contare, aprendo le dita che avresti dovuto arrotondare a cerchio. Ma quaranta si rappresenta più facilmente di tutti gli altri numeri, semplicemente presentando il palmo aperto. Poiché tu aumenti questi quarant’anni della metà, non puoi aver commesso un errore nel gesto delle dita – a meno che, credendo Pudentilla di trent’anni, tu non abbia contato due consoli per ciascuno dei suoi anni.»

[4] Aristofane, Le vespe, 656–657.

[5] Jérôme Gavin et Alain Schärlig, Sur les doigts, jusqu’à 9999, La numération digitale, des Anciens à la Renaissance, 2014, Presses polytechniques et universitaires romandes. Jérôme Gavin è insegnante di matematica al Collège Voltaire di Ginevra. Alain Schärlig (1936-2025) era matematico (Université de Genève) e dottore in economia politica (Université de Dijon). Dopo il pensionamento, si era dedicato alla storia del calcolo, campo nel quale ha pubblicato diverse opere.

[6] Ecco una lettura simbolica dei numeri nell’Antichità greco-romana, da considerare con cautela poiché si tratta necessariamente di una semplificazione.
Il numero 1 simboleggiava l’unità primordiale, il principio creatore e l’origine di tutte le cose. Era associato ad Apollo nella mitologia greca.
Il 2 rappresentava la dualità, l’opposizione e la complementarità (giorno/notte, uomo/donna, ecc.). Era legato ad Artemide/Diana, sorella gemella di Apollo.
Il 3 era considerato sacro, associato a numerose triadi divine come Zeus/Giove, Poseidone/Nettuno e Ade/Plutone. Simboleggiava la perfezione e la completezza.
Il 4 rappresentava la stabilità e l’ordine cosmico, in relazione ai quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) e alle quattro stagioni.
Il 5 simboleggiava l’armonia e l’equilibrio. Era associato al matrimonio e ad Afrodite/Venere.
Il 6 era considerato un numero perfetto dai pitagorici. Rappresentava l’equilibrio e la creazione.
Il 7 era visto come un numero sacro che simboleggiava la totalità e la perfezione. Lo si ritrova nelle sette meraviglie del mondo antico.
L’8 era associato alla giustizia e all’equilibrio cosmico. Rappresentava anche la rigenerazione.
Il 9 simboleggiava il compimento di un ciclo. Era legato alle nove Muse nella mitologia greca.
Il 10 rappresentava la perfezione divina e cosmica per i pitagorici. Era associato alla decade.
L’11 simboleggiava il superamento e l’eccesso. Era considerato un numero transitorio.
Il 12 aveva un’importanza particolare, visibile nel pantheon dei dodici dei olimpici o nelle dodici fatiche di Ercole. Rappresentava la pienezza cosmica.

Prima pubblicazione: agosto 2024. Versione rivista: luglio 2026.


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