Tradotto dal francese

Due passioni care a Nunc est bibendum, il pasto e il gioco, si incontrano su una pietra di venticinque secoli: la stele Peruzzi, conservata alla Villa Corsini a Castello, vicino a Firenze. In alto, due uomini levano le loro coppe. In basso, due giocatori si sfidano attorno a un tavolo, e uno di loro tende la mano per giocare una mossa che conserverà il suo mistero.
Datata alla fine del VI o all’inizio del V secolo a.C., questa stele funeraria alta 1,59 m è scolpita in un’arenaria grigia locale, la pietra serena, la stessa pietra che due millenni più tardi useranno gli architetti del Rinascimento fiorentino. Nota agli studiosi dal 1824, è stata a lungo ritenuta originaria di Antella, a sud-est di Firenze, mentre proviene da Varlungo, a est della città; la famiglia Peruzzi, che la possedeva, la vendette nel 1893 al Museo Archeologico di Firenze. Appartiene alla serie delle «pietre fiesolane», una quarantina di stele e cippi funerari scolpiti per le famiglie in vista del territorio di Fiesole, l’etrusca Vipsul, da Pistoia al Mugello. La sua superficie trapezoidale, coronata da una palmetta, si divide in due registri sovrapposti. Sulle altre pietre della serie si vedono guerrieri, talvolta nell’atto di stringersi la mano, donne sedute o altri banchetti.
Il banchetto: gerarchia e convivialità
Nella parte superiore, un banchetto: due giovani uomini imberbi, sdraiati fianco a fianco su una klinè, levano le coppe guardandosi. A sinistra, un coppiere sta dietro un tavolo a tre gambe su cui sono posati due secchi da vino, delle situle. Questo dettaglio non ha nulla di greco, è proprio dell’Etruria. Bere insieme, qui, è molto più che condividere un pasto: è affermare il proprio rango e celebrare l’appartenenza a un’élite.
Questo tipo di scena è frequente nell’arte funeraria etrusca. Rimanda al symposion, il banchetto greco, che le aristocrazie etrusche adottarono trasformandolo: le loro mogli vi prendevano posto accanto agli uomini, come sul celebre Sarcofago degli Sposi di Cerveteri. Lo storico greco Teopompo vi vedeva uno scandalo[1], perché nel suo mondo il banchetto era una faccenda da uomini. Le pietre fiesolane conoscono entrambe le formule. La stele Peruzzi mostra due uomini soli, mentre su quella di Travignoli una donna, seduta sulla propria sedia accanto al letto, assume la posa dignitosa della padrona di casa.
L’ultima mossa del giocatore
Sotto, un gioco da tavolo: due uomini seduti su sgabelli, uno di fronte all’altro, ai due lati di un tavolo a tre gambe su cui poggiano un cuscino e una tavoletta. Quello di destra allunga la mano: per lanciare un dado? Prendere una pedina? Il gesto rimane enigmatico.
Secondo l’archeologa Petra Amann, è l’unica scena di gioco nota tra la quarantina di pietre fiesolane. Il giocatore di sinistra, barbuto e un po’ più alto, occupa senza dubbio il rango più elevato. Potrebbe rappresentare il defunto stesso.
La scena non è isolata in Etruria. Vasi in bucchero di Chiusi mostrano già, verso il 550–525 a.C., due giocatori chini su una tavola con pedine. Su un’anfora attica dipinta da Exekias e ritrovata a Vulci, Achille e Aiace disputano la loro celebre partita, un’immagine che gli aristocratici etruschi, grandi acquirenti di vasi greci, conoscevano bene. L’archeologia conferma l’associazione tra vino e gioco: vicino a Bologna, una tomba etrusca della metà del V secolo, ritrovata intatta a Casalecchio di Reno, conteneva fianco a fianco un servizio da vino, i piedi di un tavolino, 17 pedine e tre dadi.


I Greci, del resto, legavano il gioco all’origine stessa degli Etruschi. Secondo Erodoto, i Lidi si dicevano inventori dei dadi, degli astragali e della palla, ideati per ingannare una lunga carestia, prima che una parte del popolo partisse per stabilirsi in Italia sotto la guida di Tirreno. Solo il gioco delle pedine, riconoscevano, non era di loro invenzione[2].
Come il banchetto, il gioco segnala l’ozio, quel tempo libero che solo i ricchi potevano concedersi. Su una stele funeraria, però, la scena assume un altro rilievo. La partita sembra sospesa, come se il giocatore, sulla soglia della morte, giocasse la sua ultima mossa contro la sorte. Nessun testo conferma questa lettura moderna, ma la collocazione dell’immagine su una tomba la rende allettante.
L’ideale aristocratico etrusco
Sulle pietre fiesolane tutto va a coppie: due commensali sul letto, due giocatori al tavolo, altrove due guerrieri che si salutano o due notabili seduti uno di fronte all’altro. I rilievi di Chiusi mostrano assemblee numerose, mentre l’élite di Fiesole si fa rappresentare tra pari. Visto da Roma, questo svago condiviso divenne caricatura. Nell’Eneide, il re etrusco Tarconte rimprovera ai suoi guerrieri di essere lenti in battaglia, ma sempre pronti quando si tratta di attendere le vivande e le coppe di una tavola ben imbandita[3].
Fonti e riferimenti
- Petra Amann, Le pietre fiesolane: repertorio iconografico e strutture sociali, in Cippi, Stele, Statue–Stele e Semata. Testimonianze in Etruria, nel mondo italico ed in Magna Grecia dalla prima Età del ferro fino all’Ellenismo, a cura di S. Steingräber, Pisa, ETS, 2018, p. 63–79.
- Danza e banchetto sulle stele funerarie felsinee, in Studi Etruschi (2014).
- L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo tra pianura e collina, a cura di Paola Perazzi, Gabriella Poggesi, Susanna Sarti, Edifir, Firenze, 2016.
[1] Teopompo, citato da Ateneo, Deipnosofisti 12, 517d (FGrHist 115 F 204): δειπνεῖν δὲ αὐτὰς οὐ παρὰ τοῖς ἀνδράσι τοῖς ἑαυτῶν, ἀλλὰ παρ’ οἷς ἂν τύχωσι τῶν παρόντων, καὶ προπίνουσιν οἷς ἂν βουληθῶσιν· εἶναι δὲ καὶ πιεῖν δεινὰς καὶ τὰς ὄψεις πάνυ καλάς. «Non cenano accanto ai propri mariti, ma accanto a chiunque capiti tra i commensali, e brindano a chi vogliono. Sono inoltre bevitrici formidabili, e molto belle.»
[2] Erodoto, Storie 1, 94: ἐξευρεθῆναι δὴ ὦν τότε καὶ τῶν κύβων καὶ τῶν ἀστραγάλων καὶ τῆς σφαίρης καὶ τῶν ἀλλέων πασέων παιγνιέων τὰ εἴδεα, πλὴν πεσσῶν· τούτων γὰρ ὦν τὴν ἐξεύρεσιν οὐκ οἰκηιοῦνται Λυδοί. «Fu allora che vennero inventati i diversi giochi di dadi, di astragali, di palla e tutti gli altri tipi di giochi, eccetto il gioco delle pedine, di cui i Lidi non rivendicano l’invenzione.»
[3] Virgilio, Eneide 11, 736–739: at non in Venerem segnes nocturnaque bella, / aut ubi curva choros indixit tibia Bacchi. / exspectare dapes et plenae pocula mensae / (hic amor, hoc studium)… «Ma non siete lenti per Venere e per le battaglie notturne, né quando il flauto ricurvo annuncia i cori di Bacco, né per attendere le vivande e le coppe di una tavola piena: questa è la vostra passione, questo il vostro zelo.»
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