L’arte sospetta di aspirare la birra antica con la cannuccia

Tradotto dal francese


Placchetta erotica paleobabilonese raffigurante una donna china in avanti che beve birra con una cannuccia immersa in una giara, durante un rapporto sessuale. Terracotta a stampo, Uruk (odierno Iraq), 1850–1595 a.C. Vorderasiatisches Museum, Berlino, inv. VA 06214. (Foto: Staatliche Museen zu Berlin, Vorderasiatisches Museum.)

Per più di mille anni, Greci e Romani hanno fatto della birra una bevanda di stranieri, di barbari: Traci, Egizi, Galli, Germani. L’hanno associata alla putrefazione, alla povertà e alla mancanza di virilità. Ne hanno persino fatto un insulto rivolto a un imperatore. Eppure, dietro questo disprezzo ostentato, la birra era ben presente nel mondo greco-romano.

Nel 365 l’imperatore Valente pose l’assedio a Calcedonia, sulla sponda asiatica del Bosforo. Dall’alto delle mura, gli assediati lo insultano: «Sabaiarius!». Che si può tradurre con «bevitore di birra». Lo storico Ammiano Marcellino, che riferisce l’aneddoto, ritenne opportuno spiegare la parola: «la sabaia è una bevanda dei poveri, in Illiria, fatta d’orzo o di frumento trasformati in liquido»[1]. Valente veniva dalla Pannonia, provincia romana dell’Europa centrale, e Ammiano lo descrive altrove come un uomo privo di cultura.

L’insulto non era nuovo. Più di 1000 anni prima di Valente, le élite greche e poi romane avevano fatto della birra una bevanda disprezzata, tipica dei popoli barbari.

Sorseggiare o aspirare

La prima menzione greca della birra si trova nel poeta Archiloco di Paro, nel VII secolo a.C., e ha poco a che vedere con la gastronomia. Archiloco conosceva i Traci, popolo della penisola balcanica, a nord-est della Grecia. Li aveva combattuti al tempo in cui i Greci colonizzavano Taso. Due versi di una poesia di Archiloco sono stati conservati da Ateneo:

«…come un Trace o un Frigio aspira con la cannuccia la sua birra; e lei, china in avanti, si dava da fare»[2].

I commentatori vi leggono una scena sessuale che lasceremo all’immaginazione del lettore o della lettrice.

La parola che designa il tubo, aulos (αὐλός), designa anche lo strumento a fiato ad ancia che accompagnava i banchetti, e la lingua greca la usava anche, per scherzo, per indicare il sesso maschile.

Una variante della pratica descritta da Archiloco, che associa un rapporto sessuale al consumo di birra con la cannuccia, è del resto ricorrente nell’iconografia mesopotamica più di 1000 anni prima. È illustrata su numerose placchette in terracotta a stampo, di cui diversi esemplari sono stati ritrovati in siti differenti.

Nella mente dei banchettanti greco-romani, il mondo si divideva dunque in due. Da una parte, coloro che poppano con la cannuccia un liquido biancastro – lattanti, donne e barbari; dall’altra, coloro che sorseggiano il nobile frutto della vite…

Il teatro ateniese riprese il tema. Nelle Supplici di Eschilo (prima metà del V secolo a.C.), il re di Argo, Pelasgo, protegge le cinquanta figlie di Danao dai loro cugini egizi, che vogliono sposarle con la forza. Quando il loro araldo augura la vittoria ai maschi, Pelasgo ribatte: «Scoprirete che gli abitanti di questo paese sono uomini, loro che non bevono vino fatto d’orzo»[3]. La battuta potrebbe contenere un gioco di parole osceno: krithê (κριθή), l’orzo, poteva designare anche il sesso maschile. La «bevanda d’orzo» alluderebbe allora alla fellazione. Anche senza questo doppio senso, Pelasgo si fa beffe della virilità degli Egizi presentandoli come bevitori di birra.

Piccolo lessico della birra nell’Antichità

In greco

– bryton (βρῦτον): birra dei Traci, dei Frigi e dei Peoni. È la più antica parola greca per la birra: Archiloco, in Ateneo 10, 447b.
– zythos (ζῦθος): birra egizia in Teofrasto, Le cause delle piante 6, 11, 2, poi termine generico, che designa per esempio la birra dei Galli in Diodoro 5, 26, 2.
–
oinos krithinos (οἶνος κρίθινος): «vino d’orzo», una perifrasi. Senofonte, Anabasi 4, 5, 26.
–
pinon (πῖνον): bevanda d’orzo che, secondo Aristotele, fa cadere all’indietro. Ateneo 10, 447a.
–
korma (κόρμα) o kourmi (κοῦρμι): birra gallica di frumento, talvolta al miele. Posidonio, in Ateneo 4, 152c. Dioscoride 2, 88.
–
parabiê (παραβίη): bevanda di miglio dei Peoni, di natura ancora incerta. Ecateo, in Ateneo 10, 447d.

In latino

– zythum: birra egizia, dal greco zythos. Plinio 22, 164; Columella 10, 116.
– cervesia: birra della Gallia e di altre province, la «cervogia». Plinio 22, 164; Editto di Diocleziano 2, 11.
–
caelia (celia): birra di frumento della Spagna. Plinio 22, 164; Orosio 5, 7, 13.
–
cerea (ceria): altro nome ispanico, attestato solo in Plinio (22, 164).
–
camum: birra d’orzo della Pannonia. Ulpiano, Digesto 33, 6, 9; Editto di Diocleziano 2, 11.
–
sabaia: «bevanda dei poveri» dell’Illiria. Ammiano Marcellino 26, 8, 2.

Non tutti gli autori greci, tuttavia, esprimevano un giudizio così crudo sulla birra. Intorno al 500 a.C., Ecateo di Mileto riferiva semplicemente che gli Egizi macinavano l’orzo per farne una bevanda, mentre i Peoni, vicini dei Traci, bevevano bryton (βρῦτον) d’orzo e un’altra preparazione a base di miglio, chiamata parabiê (παραβίη).

Anche Erodoto descrive gli usi egizi, ma li spiega con la presunta assenza della vite: «Si servono di un vino fatto d’orzo, perché nel loro paese non ci sono viti»[4]. Si sbaglia, perché in Egitto la viticoltura era praticata, e lui stesso menziona altrove del vino d’uva egizio. Ma la sua osservazione rivela la mentalità greca: se si beve birra, è per forza perché manca il vino.

Aristotele rileva anche che la birra provoca un’ebbrezza particolare. Ateneo ne ha conservato la spiegazione:

«Accade tuttavia un fenomeno particolare con le bevande d’orzo, e in particolare con quella chiamata “pinon”. Coloro che si ubriacano con le altre bevande inebrianti cadono da tutte le parti: a sinistra, a destra, sul ventre o sulla schiena. Solo quelli che il “pinon” ha ubriacato cadono all’indietro e restano distesi sulla schiena»[5].

Il Greco che amava la birra

Troviamo tuttavia la testimonianza di un Greco, e non dei meno noti, che apprezzò la birra. Durante l’inverno 401–400 a.C., l’ateniese Senofonte risaliva verso il Mar Nero con i Diecimila, inseguiti dai Persiani. In un villaggio dell’Armenia, i soldati furono accolti bene e fu loro servito del «vino d’orzo»:

«Gli stessi chicchi d’orzo galleggiavano fino all’orlo, e vi erano state piantate delle canne, alcune più grandi, altre più piccole, senza nodi. Quando si aveva sete, bisognava prenderne una in bocca e aspirare. Era molto forte se non vi si versava acqua, ed era una bevanda del tutto gradevole per chi vi si era abituato»[6].

La birra sembra essere una bevanda spesso densa, che si può diluire come il vino e si beve con la cannuccia. La descrizione di Senofonte si rivolge evidentemente a un pubblico che non conosce questa bevanda.

I Greci avevano anche altre ragioni per diffidarne. Teofrasto, il successore di Aristotele, annoverava la birra tra i prodotti snaturati:

«Altre sostanze vegetali vengono trasformate, distolte dal loro stato naturale e sottoposte a un inizio di decomposizione per ricavarne liquidi bevibili: così si procede per fabbricare vini d’orzo o di frumento, o ancora la bevanda chiamata “zythos” in Egitto.»[7].

Lo zythos (ζῦθος), il cui nome greco evoca probabilmente l’ebollizione e la fermentazione, era per lui grano guasto. Secondo le teorie mediche antiche, il vino era generalmente ritenuto capace di riscaldare il corpo, mentre Galeno attribuiva ad alcune birre proprietà fredde. Questa opposizione poteva evocare anche quella tra il maschile, associato al calore, e il femminile, associato al freddo.

In Gallia, una bevanda dei poveri?

All’inizio del I secolo a.C., il filosofo greco Posidonio descrisse la Gallia, che aveva visitato. Vi osservò che la bevanda variava a seconda della ricchezza: «Presso i ricchi si beve vino portato dall’Italia e dal territorio di Marsiglia. […] Presso i più modesti, è una birra di frumento preparata con il miele; presso i più, la si beve semplice. La si chiama korma»[8]. Il korma (κόρμα) è probabilmente affine al kourmi (κοῦρμι) che il medico Dioscoride, un secolo e mezzo più tardi, dice fatto d’orzo.

La passione dei Galli per il vino italico faceva la fortuna dei mercanti, che lo trasportavano per via fluviale e su carri: «In cambio di un’anfora di vino ricevono uno schiavo, barattando la bevanda con il coppiere»[9]. Gli scavi hanno confermato questo commercio: centinaia di migliaia di frammenti di anfore italiche sono disseminati nel sud della Francia.

La birra non era però riservata ai poveri. Polibio descrive così il palazzo di un re iberico i cui crateri d’argento e d’oro erano pieni di «vino d’orzo»[10]. In Spagna, accompagnava anche i guerrieri. Nel 133 a.C., i difensori di Numanzia, assediati dai Romani, avrebbero bevuto grandi quantità di caelia, una birra di frumento, prima di tentare un’ultima sortita. Lo storico Orosio ne descrive persino la fabbricazione: i chicchi vengono inumiditi, riscaldati, essiccati, poi macinati e messi a fermentare[11].

Lettera del decurione Masclus al prefetto Flavius Cerialis. In un poscritto segnala che i suoi commilitoni sono rimasti senza birra e chiede che gliene venga inviata. Vindolanda (Britannia romana), 97–105 d.C. British Museum, Londra, inv. 1995,0701.373. (Foto: The Trustees of the British Museum).

La birra sotto le aquile romane

Estendendo il loro dominio, i Romani integrarono nel loro impero popolazioni che producevano e bevevano birra da secoli. Nel I secolo d.C., Plinio il Vecchio ne traccia una vera e propria mappa: zythum in Egitto, caelia e cerea in Spagna, cervesia in Gallia. Osserva che alcune birre spagnole potevano invecchiare e che la schiuma di fermentazione serviva da lievito ai fornai gallici. Ma non nasconde la sua scarsa stima per queste bevande: «Ah! Sorprendente ingegnosità del vizio! Si è trovato il modo di rendere inebriante persino l’acqua!»[12]

Il disprezzo degli scrittori romani contrastava con le abitudini dei loro soldati. Intorno al 100 d.C., nel forte di Vindolanda, nel nord della Britannia romana, il decurione Masclus scrive al suo comandante: «I miei commilitoni non hanno più birra: ti prego di ordinare che ne venga inviata»[13]. Altre tavolette menzionano un birraio e conti di birra. Gli ausiliari batavi e tungri al servizio di Roma non avevano abbandonato la bevanda delle loro regioni d’origine.

Borraccia anulare gallo-romana in terracotta, che reca su una faccia l’iscrizione «Ostessa, riempi la borraccia di cervogia!» e sull’altra un invito a servire vino aromatizzato. IV secolo d.C. Scoperta nel 1867 sull’Île de la Cité, a Parigi. Musée Carnavalet, inv. AC3437. (Foto: Musée Carnavalet, CC0).

Nelle province settentrionali, la birra era diventata un’attività commerciale ben consolidata. Alcune iscrizioni menzionano birrai e mercanti. Su un bicchiere scoperto a Magonza, datato al IV secolo, si legge questo invito: «Riempi il boccale di cervogia, ostessa, servi!». A Parigi, una fiasca reclama cervogia su una faccia e vino speziato sull’altra. Le due bevande convivevano persino sul vasellame[14].

L’ultima parola a Dioniso

L’opposizione tra vino e birra non era del resto a senso unico. Cesare riferisce che i Nervi, nella Gallia Belgica, rifiutavano l’importazione di vino, convinti che rammollisse gli uomini e indebolisse il loro coraggio[15]. Là dove i Greci vedevano nella birra una bevanda poco virile, alcuni popoli del Nord diffidavano del vino per la stessa ragione.

Il pregiudizio greco-romano era tuttavia duro a morire. Nel IV secolo, l’imperatore Giuliano dedicò un epigramma beffardo alla birra dei Celti. Rivolgendosi a questa bevanda come se fosse Dioniso, le lancia:

«Per il vero Bacco, non ti riconosco: conosco solo il figlio di Zeus. Lui profuma di nettare, tu di caprone. Forse che i Celti, in mancanza d’uva, ti hanno fabbricato con le spighe?»[16]

Poi ribattezza la bevanda Demetrios, da Demetra, dea dei cereali, come per negarle ogni parentela con il dio del vino.

Ma le iscrizioni e i reperti archeologici mostrano che, nonostante il disprezzo degli autori classici, la birra era largamente consumata nelle province romane, fin nelle guarnigioni dell’Impero.

Studi moderni consultati

  • André, Jacques, L’Alimentation et la cuisine à Rome, Parigi, Les Belles Lettres, 2a ed., 1981.
  • Auberger, Janick, Manger en Grèce classique. La nourriture, ses plaisirs et ses contraintes, Québec, Presses de l’Université Laval, 2010.
  • Nelson, Max, «The Cultural Construction of Beer among Greeks and Romans», Syllecta Classica 14, 2003, p. 101–120.
  • Nelson, Max, The Barbarian’s Beverage. A History of Beer in Ancient Europe, Londra – New York, Routledge, 2005.
  • Nelson, Max, «Did Ancient Greeks Drink Beer?», Phoenix 68, 2014, p. 27–46.
  • Romney, Jessica M., «Sip, don’t suck: defining “Greek” and “male” via beer, wine and sex», The Journal of Hellenic Studies 145, 2025, p. 84–99.

[1] Ammiano Marcellino, Storie 26, 8, 2 (ed. Seyfarth): cuius e muris probra in eum iaciebantur et irrisive compellabatur ut Sabaiarius. est autem sabaia ex ordeo vel frumento in liquorem conversis paupertinus in Illyrico potus. «Dall’alto delle sue mura gli venivano lanciate ingiurie, e lo si apostrofava per derisione chiamandolo Sabaiarius. La sabaia è infatti una bevanda dei poveri, in Illiria, fatta d’orzo o di frumento trasformati in liquido.»

[2] Archiloco, fr. 42 West, citato da Ateneo, Deipnosofisti 10, 447b: ὥσπερ αὐλῷ βρῦτον ἢ Θρέϊξ ἀνὴρ / ἢ Φρὺξ ἔβρυζε· κύβδα δ’ ἦν πονεομένη. «…come un Trace o un Frigio aspira con il tubo la sua birra; e lei, china in avanti, si dava da fare.».

[3] Eschilo, Supplici 952–953: ἀλλ’ ἄρσενάς τοι τῆσδε γῆς οἰκήτορας / εὑρήσετ’, οὐ πίνοντας ἐκ κριθῶν μέθυ. «Scoprirete che gli abitanti di questo paese sono maschi, loro, e che non bevono la bevanda fatta d’orzo.»

[4] Erodoto, Storie 2, 77, 4: οἴνῳ δὲ ἐκ κριθέων πεποιημένῳ διαχρέωνται· οὐ γάρ σφι εἰσι ἐν τῇ χώρῃ ἄμπελοι. «Si servono di un vino fatto d’orzo, perché nel loro paese non ci sono viti.»

[5] Aristotele, Sull’ubriachezza, fr. 106 Rose, citato da Ateneo, Deipnosofisti 10, 447a–b (ed. Kaibel): πλὴν ἴδιόν τι συμβαίνει περὶ τὰς τῶν κριθῶν, τὸ καλούμενον πῖνον. ὑπὸ μὲν γὰρ τῶν λοιπῶν τε καὶ μεθυστικῶν οἱ μεθυσθέντες ἐπὶ πάντα τὰ μέρη πίπτουσι· καὶ γὰρ ἐπὶ τὰ ἀριστερὰ καὶ δεξιὰ καὶ πρηνεῖς καὶ ὕπτιοι. μόνοι δὲ οἱ τῷ πίνῳ μεθυσθέντες εἰς τοὐπίσω καὶ ὕπτιοι κλίνονται. «Accade tuttavia una cosa particolare con le bevande d’orzo, con quella chiamata pinon. Con le altre bevande inebrianti, quelli che sono ubriachi cadono da tutte le parti: a sinistra, a destra, sul ventre o sulla schiena. Solo quelli che il pinon ha ubriacato cadono all’indietro, distesi sulla schiena.»

[6] Senofonte, Anabasi 4, 5, 26–27: ἦσαν δὲ καὶ πυροὶ καὶ κριθαὶ καὶ ὄσπρια καὶ οἶνος κρίθινος ἐν κρατῆρσιν. ἐνῆσαν δὲ καὶ αὐταὶ αἱ κριθαὶ ἰσοχειλεῖς, καὶ κάλαμοι ἐνέκειντο, οἱ μὲν μείζους οἱ δὲ ἐλάττους, γόνατα οὐκ ἔχοντες· τούτους ἔδει ὁπότε τις διψῴη λαβόντα εἰς τὸ στόμα μύζειν. καὶ πάνυ ἄκρατος ἦν, εἰ μή τις ὕδωρ ἐπιχέοι· καὶ πάνυ ἡδὺ συμμαθόντι τὸ πῶμα ἦν. «C’erano anche frumento, orzo, legumi e vino d’orzo in crateri. Gli stessi chicchi d’orzo galleggiavano fino all’orlo, e vi erano state piantate delle canne, alcune più grandi, altre più piccole, senza nodi. Quando si aveva sete, bisognava prenderne una in bocca e aspirare. Era molto forte se non vi si versava acqua, ed era una bevanda del tutto gradevole per chi vi si era abituato.»

[7] Teofrasto, Le cause delle piante 6, 11, 2: τοὺς δὲ καὶ ἐξίσταντες τῆς φύσεως καὶ ὑποσήποντες εἰς χυλοὺς ἄγουσι ποτίμους, οἷον ὡς οἱ τοὺς οἴνους ποιοῦντες ἐκ τῶν κριθῶν καὶ τῶν πυρῶν καὶ τὸ ἐν Αἰγύπτῳ καλούμενον ζῦθος. «Altre sostanze vegetali vengono trasformate, distolte dal loro stato naturale e sottoposte a un inizio di decomposizione per ricavarne liquidi bevibili: così si procede per fabbricare vini d’orzo o di frumento, o ancora la bevanda chiamata zythos in Egitto.» Il passo si inserisce in una riflessione sull’estrazione e la trasformazione dei succhi vegetali.

[8] Posidonio, citato da Ateneo, Deipnosofisti 4, 152c: τὸ δὲ πινόμενόν ἐστι παρὰ μὲν τοῖς πλουτοῦσιν οἶνος ἐξ Ἰταλίας καὶ τῆς Μασσαλιητῶν χώρας παρακομιζόμενος, ἄκρατος δ’ οὗτος· ἐνίοτε δὲ ὀλίγον ὕδωρ παραμίγνυται· παρὰ δὲ τοῖς ὑποδεεστέροις ζύθος πύρινον μετὰ μέλιτος ἐσκευασμένον, παρὰ δὲ τοῖς πολλοῖς καθ’ αὑτό· καλεῖται δὲ κόρμα. «Presso i ricchi si beve vino portato dall’Italia e dal territorio di Marsiglia; lo si beve puro, e talvolta vi si mescola un po’ d’acqua. Presso i più modesti, è una birra di frumento preparata con il miele; presso i più, la si beve semplice. La si chiama korma.»

[9] Diodoro Siculo, Biblioteca storica 5, 26, 2–3: διόπερ τῶν Γαλατῶν οἱ τούτων τῶν καρπῶν στερισκόμενοι πόμα κατασκευάζουσιν ἐκ τῆς κριθῆς τὸ προσαγορευόμενον ζῦθος, καὶ τὰ κηρία πλύνοντες τῷ τούτων ἀποπλύματι χρῶνται. […] διδόντες γὰρ οἴνου κεράμιον ἀντιλαμβάνουσι παῖδα, τοῦ πόματος διάκονον ἀμειβόμενοι. «Per questo i Galli, privati di questi frutti, preparano con l’orzo una bevanda chiamata zythos, e lavano i favi di miele per servirsi dell’acqua di risciacquo. […] In cambio di un’anfora di vino ricevono uno schiavo, barattando la bevanda con il coppiere.»

[10] Polibio, Storie 34, 9, 14–15, citato da Ateneo, Deipnosofisti 1, 16c: Πολύβιος Ἴβηρός τινος βασιλέως οἰκίαν, ὃν καὶ ἐζηλωκέναι λέγει τὴν τῶν Φαιάκων τρυφὴν πλὴν τοῦ τοὺς κρατῆρας ἐν μέσῳ τῆς οἰκίας ἑστάναι πλήρεις οἴνου κριθίνου, ἀργυροῦς ὄντας καὶ χρυσοῦς. «Polibio descrive la dimora di un re iberico che, dice, rivaleggiava con il lusso dei Feaci, con la sola differenza che i crateri d’argento e d’oro collocati al centro della dimora erano pieni di vino d’orzo.»

[11] Floro, Epitome della storia romana 1, 34, 12 (= 2, 18, 12): cum se prius epulis quasi inferiis implevissent carnis semicrudae et celiae; sic vocant indigenam ex frumento potionem. «Dopo essersi rimpinzati, come per un banchetto funebre, di carne semicruda e di celia – così chiamano una bevanda locale fatta di frumento.» Orosio, Storie contro i pagani 5, 7, 13–14: suscitatur enim igne illa vis germinis madefactae frugis ac deinde siccatur et post in farinam redacta molli suco admiscetur; quo fermentato sapor austeritatis et calor ebrietatis adicitur. «Si risveglia con il fuoco la forza germinativa del grano inumidito, poi lo si essicca, lo si riduce in farina e lo si mescola a un liquido dolce; fermentando, acquista un sapore aspro e il calore dell’ebbrezza.»

[12] Plinio il Vecchio, Storia naturale 14, 149: Hispaniae iam et vetustatem ferre ea genera docuerunt. […] heu mira vitiorum sollertia! inventum est quem ad modum aquae quoque inebriarent. «Le Spagne hanno persino dimostrato che queste bevande potevano invecchiare. […] Ah! Sorprendente ingegnosità del vizio! Si è trovato il modo di rendere inebriante persino l’acqua.» – 22, 164: ex iisdem fiunt et potus, zythum in Aegypto, caelia et cerea in Hispania, cervesia et plura genera in Gallia aliisque provinciis. «Con questi stessi cereali si preparano anche bevande: lo zythum in Egitto, la caelia e la cerea in Spagna, la cervesia e diversi altri tipi in Gallia e in altre province.» – 18, 68: Galliae et Hispaniae, frumento in potum resoluto quibus diximus generibus, spuma ita concreta pro fermento utuntur, qua de causa levior illis quam ceteris panis est. «Le Gallie e le Spagne usano come lievito la schiuma prodotta durante la fabbricazione delle loro bevande di cereali; per questo il loro pane è più leggero di quello degli altri popoli.»

[13] Tavolette di Vindolanda III, 628, colonna II, righe 4–6: ceruesam commilitones / non habunt quam / rogó iubeas mitti. «I miei commilitoni non hanno più birra: ti prego di ordinare che ne venga inviata.» Lettera del decurione Masclus al prefetto Flavius Cerialis, databile agli anni 97–105 d.C.

[14] Bicchiere di Magonza, IV secolo: imple (h)ospita ol(l)a(m) de cervesa da. «Riempi il boccale di cervogia, ostessa, servi!» Fiasca scoperta a Parigi, CIL XIII, 10018, 7a: (h)ospita, reple lagona(m) cervesa. «Ostessa, riempi la fiasca di cervogia!».

[15] Cesare, La guerra gallica 2, 15, 4: nihil pati vini reliquarumque rerum inferri, quod eis rebus relanguescere animos eorum et remitti virtutem existimarent. «Essi [i Nervi] non tolleravano che si importasse vino né alcun altro prodotto di lusso, convinti che queste cose rammollissero i loro animi e indebolissero il loro coraggio.»

[16] Giuliano, Sul vino d’orzo, Antologia Palatina 9, 368: τίς πόθεν εἶς, Διόνυσε; μὰ γὰρ τὸν ἀληθέα Βάκχον, / οὔ σ’ ἐπιγιγνώσκω· τὸν Διὸς οἶδα μόνον. / κεῖνος νέκταρ ὄδωδε, σὺ δὲ τράγον· ἦ ῥά σε Κελτοί / τῇ πενίῃ βοτρύων τεῦξαν ἀπ’ ἀσταχύων; / τῷ σε χρὴ καλέειν Δημήτριον, οὐ Διόνυσον, / πυρογενῆ μᾶλλον καὶ Βρόμον, οὐ Βρόμιον. «Chi sei, Dioniso, e da dove vieni? Per il vero Bacco, non ti riconosco: conosco solo il figlio di Zeus. Lui profuma di nettare, tu di caprone. Forse che i Celti, in mancanza d’uva, ti hanno fabbricato con le spighe? Bisogna dunque chiamarti Demetrios e non Dioniso, nato dal grano piuttosto che nato dal fuoco, Bromos e non Bromios.». Dioniso e Bacco designano lo stesso dio: Giuliano si rivolge ironicamente alla birra come a un falso Dioniso. Gli ultimi versi moltiplicano i giochi di parole su Demetra, dea dei cereali, sulla nascita di Dioniso e su bromos (βρόμος, «avena»), contrapposto a Bromios, epiteto del dio.


Altri articoli del blog Nunc est bibendum

errore: Ce contenu est protégé