Palamede, l’eroe che ha perso la partita contro Ulisse

Tradotto dal francese


Achille e Aiace giocano al gioco delle cinque linee (pente grammai), sotto lo sguardo di Atena. Kyathos attico a figure nere, attribuito al Pittore di Caylus, intorno al 490 a.C. Bruxelles, Musei reali d’Arte e di Storia (MRAH), inv. R 2512. (Foto: MRAH)

Davanti a Troia, i soldati greci si annoiano e i viveri scarseggiano. Per evitare che sprofondino nell’inerzia, uno di loro, Palamede, avrebbe inventato i giochi di pedine e di dadi. Gli autori antichi gli attribuiscono così una curiosa trovata militare – una guerra in miniatura, combattuta attorno a una tavola da gioco, dove l’intelligenza conta almeno quanto la fortuna.

I combattimenti si sono interrotti per qualche tempo. Nel campo greco gli uomini aspettano, le scorte diminuiscono e il malumore si diffonde tra le file. Un po’ di svago non guasterebbe. Secondo la tradizione, è allora che il principe Palamede, figlio di Nauplio re dell’isola di Eubea, avrebbe ideato i giochi di pedine e di dadi.

Sofocle, in una tragedia oggi perduta, lo presenta come colui che seppe porre rimedio alla carestia e procurare ai soldati «i più ingegnosi modi di passare il tempo: i giochi di pedine e i dadi, piacevole rimedio all’ozio»[1].

Palamede avrebbe avuto all’attivo altre invenzioni. Gorgia gli attribuisce l’organizzazione delle formazioni militari, le leggi scritte, le lettere dell’alfabeto, i numeri e le misure. I giochi di pedine figurano alla fine di questo elenco, come un «passatempo piacevole e senza fatica per le ore di svago»[2].

Non tutti però concordavano sull’origine di queste invenzioni. Platone conosceva un’altra tradizione, che attribuiva al dio egizio Theuth l’invenzione dei giochi di pedine e di dadi, nonché quella della scrittura[3].

Una tavola da gioco per tenere tranquilli i soldati

Per quanto riguarda Palamede, la leggenda non colloca sempre l’invenzione nello stesso luogo. Una tradizione la situa ad Aulide, dove i Greci attendevano di potersi imbarcare per Troia. Un’altra la associa alle difficoltà dell’assedio.

Nel II secolo a.C., l’erudito Polemone di Ilio riferiva che nei pressi di Troia si mostrava una pietra come quella sulla quale i soldati avevano giocato per dimenticare la carestia. La testimonianza, trasmessa da un commentatore molto più tardo, non consente ovviamente di identificare questa pietra[4].

Euripide ci mostra Palamede intento lui stesso a questo genere di attività. In Ifigenia in Aulide, le donne del coro scorgono i guerrieri greci in attesa della partenza. Seduti fianco a fianco, Protesilao e Palamede sono assorti nelle complesse combinazioni di un gioco di pedine. Poco lontano, altri eroi si esercitano nel lancio del disco o nella corsa dei carri[5].

La più celebre raffigurazione antica di Achille e Aiace attorno a una tavola da gioco. Anfora attica a figure nere firmata da Exechias, intorno al 540–530 a.C. Musei Vaticani, inv. 16757.

Battaglie su cinque linee

I Greci conoscevano diversi giochi da tavolo, designati con il termine generico di petteia (πεττεία). Un gioco è tuttavia meglio documentato degli altri: le pente grammai (πέντε γραμμαί), ossia le «cinque linee».

Polluce, nel II secolo d.C., spiega che ciascuno dei due avversari disponeva di cinque pedine su una tavola segnata da cinque linee. Quella centrale era chiamata «linea sacra». Cita un frammento di Sofocle che menziona le «pedine delle cinque linee e i lanci di dadi»[6].

Il caso interveniva dunque nella partita, ma non decideva necessariamente da solo l’esito. Anche la posizione delle pedine e le scelte del giocatore avevano la loro importanza. Per i guerrieri che avevano lasciato per un momento il campo di battaglia, il gioco offriva un altro modo di misurarsi con un avversario.

Filostrato, nel III secolo d.C., sottolinea che il gioco inventato da Palamede non sarebbe stato «uno svago per pigri, ma un’attività che richiede sagacia e serietà»[7]. Un epigramma greco suggerisce perfino che le ossa di Palamede avrebbero meritato di essere trasformate in pedine da gioco (spesso fatte d’osso), lui che inventò «un’altra guerra, amichevole, su un campo di legno»[8].

Le regole complete di questo gioco sono andate perdute. Le partite che si possono ricostruire oggi restano ipotesi, fondate su testi frammentari e su alcuni oggetti archeologici.

Il gioco dei guerrieri, un tema ricorrente

I pittori greci hanno lasciato immagini abbastanza precise da permetterci di immaginare i gesti dei giocatori.

Su un’anfora dipinta da Exechias intorno al 540 a.C., Achille e Aiace siedono uno di fronte all’altro, armati, chini su un gioco. Le iscrizioni indicano «quattro» per Achille, «tre» per Aiace. Il primo sembra in vantaggio, ma la partita non è finita… Mentre giocano, i due uomini non perdono nulla della loro vigilanza di guerrieri, tengono le lance in mano.

Il tema ebbe un grande successo: più di 160 vasi attici raffigurano guerrieri intenti a giocare. Così, su un piccolo vaso conservato a Bruxelles, cinque linee e due gruppi di pedine permettono di riconoscere il gioco descritto dai testi. Quando delle iscrizioni nominano i giocatori, designano sempre Achille e Aiace. Curiosamente, né Palamede né alcun altro guerriero sono identificati dalle iscrizioni conservate.

I giochi da tavolo hanno lasciato tracce anche nella lingua greca. Un’antica espressione, «muovere la pedina dalla linea sacra», indicava il ricorso a una soluzione estrema, quando una situazione sembrava perduta.

Teocrito la impiega nel III secolo a.C. Galatea, che vuole attirare l’attenzione di Polifemo, «sposta la pietra dalla linea»[9]. Una mossa da giocatore diventata un’immagine per parlare di chi tenta il tutto per tutto.

I Greci associavano anche i dadi al caso, personificato dalla dea Tyche. Pausania riferisce, con una certa riserva, che Palamede avrebbe consacrato nel suo tempio, ad Argo, i dadi che aveva inventato[10]. Lo stesso autore descrive un dipinto di Polignoto, a Delfi, in cui Palamede continua a giocare ai dadi persino nel mondo dei morti, in compagnia di Tersite, il soldato che Ulisse aveva bastonato nell’Iliade. I due Aiace assistono alla partita. Secondo Pausania, il pittore aveva deliberatamente riunito dei nemici di Ulisse[11].

L’ultima partita di Palamede

In effetti, Ulisse e Palamede non erano esattamente i migliori amici del mondo, benché fossero entrambi celebri per la loro intelligenza e la loro astuzia.

Un celebre episodio, assente dai poemi di Omero ma riferito da altri autori antichi, spiega la loro inimicizia. Per sottrarsi alla guerra di Troia, Ulisse aveva tentato di fingersi pazzo. Aveva aggiogato un cavallo e un bue a un aratro e si era messo ad arare il suo campo in modo disordinato. Palamede, che non credeva alla sua follia, avrebbe posto il piccolo Telemaco davanti all’aratro. Ulisse aveva subito deviato l’aratro per risparmiare il figlio, svelando così l’inganno. Costretto a unirsi alla spedizione, non aveva mai perdonato a Palamede di averlo smascherato.

Palamede, un’animazione realizzata per la mostra «De la case au pixel» al Museo Svizzero del Gioco. https://museedujeu.ch/fr/. Fa parte del progetto Locus Ludi. The Cultural Fabric of Play and Games in Classical Antiquity: https://locusludi.ch.

Ulisse aveva atteso il suo momento per vendicarsi.

Secondo una versione del mito, avrebbe fatto redigere una falsa lettera di Priamo, re di Troia, indirizzata a Palamede. Il messaggio lasciava intendere che quest’ultimo aveva accettato di tradire i Greci in cambio di una cospicua somma d’oro. Per rendere credibile l’accusa, Ulisse aveva segretamente sotterrato dell’oro nella tenda del rivale, poi aveva fatto ritrovare la lettera nel campo. Agamennone, comandante dell’esercito greco, aveva letto il messaggio e ordinato una perquisizione. L’oro rinvenuto sembrava confermare il tradimento. Per quanto Palamede negasse i fatti, fu consegnato ai soldati e lapidato[13].

Altri racconti attribuiscono all’eroe una fine diversa, ma altrettanto sordida. Pausania riferisce che, secondo i Canti ciprii, un’epopea oggi perduta, Ulisse e Diomede avevano annegato Palamede mentre era andato a pescare[14].

Tutto ciò non dà di Ulisse un’immagine molto lusinghiera. Quanto a Palamede, ha finito per perdere la sua ultima partita di strategia. Inventore delle lettere, è stato vittima di un documento falso. Inventore del calcolo, è stato accusato ingiustamente di avidità.

E come se non bastasse, Ulisse gli ha sottratto perfino il suo posto nella posterità. Mentre il re di Itaca è noto a tutti e trionfa ancora oggi al botteghino, Palamede è del tutto assente dai poemi di Omero e dimenticato da tutti. Aveva inventato i giochi di strategia, ma è Ulisse ad aver vinto la partita.

Studi moderni consultati

  • Bouvier, David e Dasen, Véronique (a cura di), Héraclite: le temps est un enfant qui joue, Presses universitaires de Liège, 2020. Contributi sui giochi di pedine, in particolare quelli di Marco Vespa e di Ulrich Schädler.
  • Clúa Serena, Josep Antoni, «Palamedes’s ἐφεῦρε πεσσοὺς κυβοὺς τε in Hellenistic Poetry and in John Malalas’s Chronographia», Aitia, 14, 2024, pubblicazione elettronica 2025.
  • Costanza, Salvatore, «Palamede πρῶτος εὑρετής di lettere, dadi, pedine», Živa Antika, 70, 2020, p. 35–60.
  • Dasen, Véronique, «Achille et Ajax: quand l’agôn s’allie à l’alea», Revue du MAUSS, 46, 2015, p. 81–98.
  • Létoublon, Françoise, «Palamedes and Letters. A Hero and Martyr in the Trojan War», in Γέρα: Studies in Honor of Professor Menelaos Christopoulos, 2023.

[1] Sofocle, Palamede, frammento 479 Radt, citato da Eustazio, Commento all’Iliade, II, 308–320:
οὐ λιμὸν οὗτος τῶνδ’ ἔπαυσε, σὺν θεῷ / εἰπεῖν, χρόνου τε διατριβὰς σοφωτάτας / ἐφηῦρε φλοίσβου μετὰ κόπον καθημένοις, / πεσσοὺς κύβους τε, τερπνὸν ἀργίας ἄκος;
«Non è forse lui che ha posto fine alla loro carestia – con l’aiuto del dio, per così dire – e che ha inventato, per questi uomini seduti dopo le fatiche del tumulto, le occupazioni più ingegnose, i giochi di pedine e i dadi, piacevole rimedio all’ozio?»

[2] Gorgia, Difesa di Palamede, 30 (DK 82 B 11a):
φήσαιμι δ᾽ ἄν, καὶ φήσας οὐκ ἂν ψευσαίμην οὐδ᾽ ἂν ἐλεγχθείην, οὐ μόνον ἀναμάρτητος ἀλλὰ καὶ μέγας εὐεργέτης ὑμῶν καὶ τῶν Ἑλλήνων καὶ τῶν ἁπάντων ἀνθρώπων, οὐ μόνον τῶν νῦν ὄντων ἀλλὰ ‹καὶ› τῶν μελλόντων, εἶναι. τίς γὰρ ἂν ἐποίησε τὸν ἀνθρώπινον βίον πόριμον ἐξ ἀπόρου καὶ κεκοσμημένον ἐξ ἀκόσμου, τάξεις τε πολεμικὰς εὑρὼν μέγιστον εἰς πλεονεκτήματα, νόμους τε γραπτοὺς φύλακας [τε] τοῦ δικαίου, γράμματά τε μνήμης ὄργανον, μέτρα τε καὶ σταθμὰ συναλλαγῶν εὐπόρους διαλλαγάς, ἀριθμόν τε χρημάτων φύλακα, πυρσούς τε κρατίστους καὶ ταχίστους ἀγγέλους, πεσσούς τε σχολῆς ἄλυπον διατριβήν; τίνος οὖν ἕνεκα ταῦθ᾽ ὑμᾶς ὑπέμνησα;
«Potrei affermare, senza mentire né rischiare di essere smentito, che sono esente da colpa e che sono stato un grande benefattore per voi, per i Greci e per tutti gli uomini, quelli di oggi come quelli a venire. Chi dunque ha reso praticabile la vita umana quando non lo era, e ordinata quando era priva di ordine? Ho inventato le formazioni militari, che procurano grandi vantaggi, le leggi scritte, custodi della giustizia, le lettere, strumenti della memoria, i pesi e le misure, che facilitano gli scambi, il numero, che permette di controllare i beni, i segnali di fuoco, messaggeri più rapidi e più efficaci, e i giochi di pedine, passatempo senza fatica per lo svago. Perché vi ho ricordato tutto questo?»

[3] Platone, Fedro, 274c–d:
Ἤκουσα τοίνυν περὶ Ναύκρατιν τῆς Αἰγύπτου γενέσθαι τῶν ἐκεῖ παλαιῶν τινα θεῶν, οὗ καὶ τὸ ὄρνεον ἱερὸν ὃ δὴ καλοῦσιν Ἶβιν· αὐτῷ δὲ ὄνομα τῷ δαίμονι εἶναι Θεύθ. τοῦτον δὴ πρῶτον ἀριθμόν τε καὶ λογισμὸν εὑρεῖν καὶ γεωμετρίαν καὶ ἀστρονομίαν, ἔτι δὲ πεττείας τε καὶ κυβείας, καὶ δὴ καὶ γράμματα.
«Ho dunque sentito dire che presso Naucrati, in Egitto, viveva un tempo uno degli antichi dèi del paese, quello a cui è consacrato l’uccello chiamato ibis. Questo dio si chiamava Theuth. Sarebbe stato il primo a inventare il numero e il calcolo, la geometria e l’astronomia, nonché i giochi di pedine, i giochi di dadi e la scrittura.»

[4] Polemone di Ilio, frammento 32 Preller, citato da Eustazio, Commento all’Iliade, ed. van der Valk, I, p. 346:
Καινὸν δὲ οὐδὲν καὶ τοῦτον ἀνατεθῆναι λίθον ἐν τοῖς ἐκεῖ· ἐπεὶ τοι καὶ Παλαμήδους ἐπινοησαμένου κυβείαν καὶ πεττείαν ἐν Τροίᾳ εἰς παραμύθιον λιμοῦ κατασχόντος τὴν στρατιὰν λίθος ἐκεῖ ἐδείκνυτο, κατὰ Πολέμων ἱστορεῖ, ἐφ’ οὗ ἐπέσσευον.
«Non c’è dunque nulla di sorprendente nel fatto che anche questa pietra sia stata consacrata tra gli oggetti che si trovavano là. Infatti, quando Palamede ebbe ideato i giochi di dadi e di pedine a Troia per dare sollievo all’esercito colpito dalla carestia, in quel luogo si mostrava, secondo il racconto di Polemone, una pietra sulla quale i soldati giocavano alle pedine.»

[5] Euripide, Ifigenia in Aulide, 192–199:
κατεῖδον δὲ δύ’ Αἴαντε συνέδρω, / τὸν Οἰλέως Τελαμῶνός τε γόνον, τὸν / Σαλαμῖνος στέφανον· Πρω- / τεσίλαόν τ’ ἐπὶ θάκοις / πεσσῶν ἡδομένους μορ- / φαῖσι πολυπλόκοις / Παλαμήδεά θ’, ὃν τέκε παῖς ὁ Ποσει- / δᾶνος, Διομήδεά θ’ ἡδο- / ναῖς δίσκου κεχαρημένον,
«Ho visto i due Aiace seduti insieme, il figlio di Oileo e quello di Telamone, gloria di Salamina; ho visto anche Protesilao e Palamede, discendente di Poseidone, seduti sui loro seggi e intenti a godersi le complesse combinazioni delle pedine, nonché Diomede, che si dilettava dei piaceri del lancio del disco.»

[6] Polluce, Onomasticon, IX, 97, che cita Sofocle, Nauplio, frammento 429 Radt:
ἐπεὶ δὲ ψῆφοι μέν εἰσιν οἱ πεττοί, πέντε δ’ ἑκάτερος τῶν παιζόντων εἶχεν ἐπὶ πέντε γραμμῶν, εἰκότως εἴρηται Σοφοκλεῖ· καὶ πεσσὰ πεντέγραμμα καὶ κύβων βολαί. τῶν δὲ πέντε τῶν ἑκατέρωθεν γραμμῶν μέση τις ἦν ἱερὰ καλουμένη γραμμή.
«Poiché le pedine sono gettoni e ciascuno dei giocatori ne possedeva cinque, disposti su cinque linee, Sofocle ha potuto parlare a buon diritto delle pedine delle cinque linee e dei lanci di dadi. Tra le cinque linee, quella centrale era chiamata linea sacra.»

[7] Filostrato, Eroico, passo dedicato alle invenzioni di Palamede, paginazione Kayser 708:
ὄντων δὲ τῶν Ἀχαιῶν ἐν Αὐλίδι πεττοὺς εὗρεν οὐ ῥᾴθυμον παιδιάν, ἀλλ’ ἀγχίνουν τε καὶ ἔσω σπουδῆς.
«Mentre gli Achei si trovavano ad Aulide, egli inventò i giochi di pedine, non come uno svago indolente, ma come un’attività che esige sagacia e serietà.»

[8] Antologia greca, XV, 18:
Ὀστέα σου, Παλάμηδες, ἔδει πρισθέντα γενέσθαι / ὄργανα τῆς τέχνης τῆς ἀπὸ τοῦ πολέμου· / ἐν πολέμοις γὰρ ἐὼν ἕτερον πόλεμον κατέδειξας, / ἐν ξυλίνῳ σταδίῳ τὸν φιλικὸν πόλεμον.
«Le tue ossa, Palamede, avrebbero dovuto essere segate per diventare i pezzi di quest’arte nata dalla guerra. Poiché, in mezzo ai combattimenti, hai inventato un’altra guerra, una guerra amichevole combattuta su un campo di legno.»

[9] Teocrito, Idilli, VI, 15–19:
ἁ δὲ καὶ αὐτόθε τοι διαθρύπτεται, ὡς ἀπ’ ἀκάνθας / ταὶ καπυραὶ χαῖται, τὸ καλὸν θέρος ἁνίκα φρύγει· / καὶ φεύγει φιλέοντα καὶ οὐ φιλέοντα διώκει, / καὶ τὸν ἀπὸ γραμμᾶς κινεῖ λίθον· ἦ γὰρ ἔρωτι / πολλάκις ὦ Πολύφαμε τὰ μὴ καλὰ καλὰ πέφανται.
«Ti fa già delle avance, persino da lontano, come i pappi secchi dei cardi quando la bella estate li brucia. Fugge chi la ama e insegue chi non la ama; sposta persino la pedina dalla linea. Perché in amore, Polifemo, ciò che non è bello appare spesso bello.»

[10] Pausania, Descrizione della Grecia, II, 20, 3:
πέραν δὲ τοῦ Νεμείου Διὸς Τύχης ἐστὶν ἐκ παλαιοτάτου ναός, εἰ δὴ Παλαμήδης κύβους εὑρὼν ἀνέθηκεν ἐς τοῦτον τὸν ναόν.
«Al di là del santuario di Zeus Nemeo si trova un tempio di Tyche, che deve risalire a un’epoca molto antica, se davvero Palamede vi consacrò i dadi che aveva inventato.»

[11] Pausania, Descrizione della Grecia, X, 31, 1–2:
εἰ δὲ ἀπίδοις πάλιν ἐς τὸ ἄνω τῆς γραφῆς, ἔστιν ἐφεξῆς τῷ Ἀκταίωνι Αἴας ὁ ἐκ Σαλαμῖνος, καὶ Παλαμήδης τε καὶ Θερσίτης κύβοις χρώμενοι παιδιᾷ, τοῦ Παλαμήδους τῷ εὑρήματι· Αἴας δὲ ὁ ἕτερος ἐς αὐτοὺς ὁρᾷ παίζοντας. τούτῳ τῷ Αἴαντι τὸ χρῶμά ἐστιν οἷον ἂν ἀνδρὶ ναυαγῷ γένοιτο ἐπανθούσης τῷ χρωτὶ ἔτι τῆς ἅλμης. ἐς δὲ τὸ αὐτὸ ἐπίτηδες τοῦ Ὀδυσσέως τοὺς ἐχθροὺς ἤγαγεν ὁ Πολύγνωτος· ἀφίκετο δὲ ἐς Ὀδυσσέως δυσμένειαν ὁ τοῦ Ὀιλέως Αἴας, ὅτι τοῖς Ἕλλησιν Ὀδυσσεὺς παρῄνει καταλιθῶσαι τὸν Αἴαντα ἐπὶ τῷ ἐς Κασσάνδραν τολμήματι·
«Se si guarda di nuovo verso la parte superiore del dipinto, si vede, accanto ad Atteone, Aiace di Salamina, poi Palamede e Tersite intenti a giocare ai dadi, invenzione di Palamede. L’altro Aiace li guarda giocare. Il suo colorito è quello di un naufrago la cui pelle porta ancora le tracce del sale marino. Polignoto ha deliberatamente riunito nello stesso luogo i nemici di Ulisse. Aiace, figlio di Oileo, aveva preso in odio Ulisse perché questi aveva consigliato ai Greci di lapidarlo per il suo misfatto contro Cassandra.»

[12] Igino, Favole, 95, Ulysses, 1–2:
Agamemnon et Menelaus Atrei filii cum ad Troiam oppugnandam coniuratos duces ducerent, in insulam Ithacam ad Ulixem Laertis filium venerunt, cui erat responsum, si ad Troiam isset, post vicesimum annum solum sociis perditis egentem domum rediturum.
Itaque cum sciret ad se oratores venturos, insaniam simulans pileum sumpsit et equum cum bove iunxit ad aratrum. Quem Palamedes ut vidit, sensit simulare atque Telemachum filium eius cunis sublatum aratro ei subiecit et ait, Simulatione deposita inter coniuratos veni. Tunc Ulixes fidem dedit se venturum; ex eo Palamedi infestus fuit.
«Mentre Agamennone e Menelao, figli di Atreo, radunavano i capi alleati per attaccare Troia, si recarono sull’isola di Itaca da Ulisse, figlio di Laerte. Un oracolo aveva annunciato a costui che, se fosse partito per Troia, sarebbe tornato a casa soltanto dopo vent’anni, solo, dopo aver perduto i compagni e ridotto in miseria.
Sapendo che degli inviati sarebbero venuti a cercarlo, Ulisse simulò la follia. Si mise in capo un berretto e aggiogò insieme un cavallo e un bue a un aratro. Vedendolo, Palamede capì che fingeva. Prese Telemaco, suo figlio, dalla culla e lo pose davanti all’aratro. Poi gli disse: “Smetti di fingere e unisciti ai capi alleati.” Ulisse promise allora di partire. Da quel momento nutrì una profonda ostilità verso Palamede.»

[13] Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, Epitome, III, 8.
ὅτι Ὀδυσσεὺς λαβὼν αἰχμάλωτον Φρύγα ἠνάγκασε γράψαι περὶ προδοσίας ὡς παρὰ Πριάμου πρὸς Παλαμήδην· καὶ χώσας ἐν ταῖς σκηναῖς αὐτοῦ χρυσὸν τὴν δέλτον ἔρριψεν ἐν τῷ στρατοπέδῳ. Ἀγαμέμνων δὲ ἀναγνοὺς καὶ εὑρὼν τὸν χρυσόν, τοῖς συμμάχοις αὐτὸν ὡς προδότην παρέδωκε καταλεῦσαι.
«Ulisse prese un prigioniero frigio e lo costrinse a scrivere un messaggio che evocava un tradimento, come se provenisse da Priamo e fosse indirizzato a Palamede. Dopo aver sotterrato dell’oro nelle tende di quest’ultimo, abbandonò la tavoletta nel campo. Agamennone lesse il messaggio, trovò l’oro e consegnò Palamede agli alleati perché lo lapidassero come traditore.»

[14] Pausania, Descrizione della Grecia, X, 31, 2.
Παλαμήδην δὲ ἀποπνιγῆναι προελθόντα ἐπὶ ἰχθύων θήραν, Διομήδην δὲ τὸν ἀποκτείναντα εἶναι καὶ Ὀδυσσέα ἐπιλεξάμενος ἐν ἔπεσιν οἶδα τοῖς Κυπρίοις.
«Quanto a Palamede, so, per averlo letto nei versi dei Canti ciprii, che fu annegato mentre era uscito a pescare, e che i suoi assassini furono Diomede e Ulisse.»


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