Lo zafferano antico, oro rosso dai mille usi

Tradotto dal francese


Lo zafferano (Crocus sativus) nel Dioscoride di Vienna, manoscritto bizantino del VI secolo del De materia medica di Dioscoride.
Lo zafferano (Crocus sativus) nel Dioscoride di Vienna, manoscritto bizantino del VI secolo del De materia medica di Dioscoride. Österreichische Nationalbibliothek, Vienna. Dominio pubblico.

A Roma lo zafferano costava abbastanza caro da attirare i falsari. Spezia, colorante, profumo, medicamento e segno di lusso, si insinuava ovunque – persino nei teatri. Restava però da essere certi di aver comprato quello vero.

Vi porgono una presa di filamenti rosso scuro. Li sfregate tra le dita: devono macchiare la pelle e, pressati nel palmo, scricchiolare come un oggetto secco e friabile. Se i filamenti si sbriciolano in polvere o sanno di mosto cotto piuttosto che di zafferano vero, diffidate.

«Nulla è così falsificato», scrive Plinio il Vecchio[1] nel I secolo della nostra era.

Bisogna dire che la confusione comincia già con i termini stessi. Il greco krokos (κρόκος) e il latino crocum (o crocus, l’uso esita sul genere) designano, a seconda del contesto, la pianta, il suo fiore, la sostanza essiccata che se ne ricava, o semplicemente il suo colore. Occorre poi diffidare di un sottoprodotto, il crocomagma. Quando si preme lo zafferano per estrarne l’olio profumato, resta una massa compatta e odorosa, un po’ come la sansa di uva o di olive. E per complicare ulteriormente la faccenda, il greco conosce una parola dal suono vicino, il knêkos (κνῆκος), che designa il cartamo, una pianta cugina dai fiori altrettanto giallo-arancio, ma molto più economica.

Contemporaneo di Plinio, Dioscoride descrive la frode con la precisione di un falsario: allo zafferano si mescolava crocomagma pestato, litargirio – l’ossido di piombo ottenuto dall’affinazione dell’argento – o molibdena, un minerale piombifero senza alcun rapporto con il metallo moderno dello stesso nome. Si guadagnava così in peso, poi si spalmava il composto con mosto cotto per camuffare il tutto. L’inganno si tradiva quando il surrogato si sbriciolava in polvere o sapeva di mosto cotto[2].

Si comprende meglio l’interesse dei falsari quando si sa quanto valesse il prodotto. Nel 301, l’Editto sui prezzi massimi di Diocleziano fissa a 2000 denari la libbra romana – circa 327 g – per lo zafferano d’Arabia, a 1000 denari per quello di Cilicia e a 600 per quello d’Africa. A titolo di paragone, il pepe valeva 800 denari la libbra, e una vacca di prima qualità 2000. Sulla carta, almeno, una libbra di zafferano d’Arabia valeva dunque quanto una vacca[3].

Curiosamente, questo valore monetario non corrisponde alla classifica qualitativa stabilita da Plinio due secoli e mezzo prima. Al primo posto tra le regioni produttrici pone la Cilicia, e più precisamente il monte Coryco, sulla costa meridionale dell’odierna Turchia. Segue poi il monte Olimpo di Licia, anch’esso nell’attuale Turchia; quindi Centuripe, in Sicilia. Il migliore possiede «i filamenti più spessi e più corti». Pestato, «si accorda meravigliosamente con il vino, soprattutto con il vino dolce» e serve perfino «a riempire i teatri»[4] del suo profumo. Vi torneremo.

Dioscoride stabilisce una gerarchia analoga. Per l’uso medico, anch’egli pone al primo posto lo zafferano di Coryco; quelli della Cirenaica e di Centuripe in Sicilia sono, secondo lui, molto meno potenti[5]. E il geografo Strabone ci conduce direttamente sul posto. A venti stadi da Coryco – circa 3,5 km –, descrive la grotta Coricia, «dove cresce il miglior zafferano»[6].

Da Teofrasto a Plinio, passando per Orazio, Strabone e Dioscoride, la fama di Coryco è dunque notevolmente costante.

Raccoglitrice di zafferano. Dettaglio dell’affresco delle raccoglitrici di croco di Akrotiri, sull’isola di Thera (Santorini), circa 1600–1500 a.C. (Foto Yann Forget, dominio pubblico)

Plinio distingue anche il croco selvatico, che giudica superiore, dal croco coltivato, «più largo, più grande e più lucido, ma molto più debole». Più bello, meno buono: un po’ come la nostra frutta e verdura provenienti dall’industria agroalimentare… Il vero zafferano, precisa Dioscoride, deve essere «fresco, di bel colore […], allungato, intero, non spezzato, non untuoso, ben fornito» e colorare le mani quando lo si stempera[7]. Plinio propone i propri test: quello autentico «scricchiola, pressato nella mano, come un oggetto fragile» e, portato fino al viso, «punge leggermente il viso e gli occhi»[8].

Quando lo zafferano finiva in pentola

Vero o falso, lo zafferano finiva anche nei caccabuli, le pentole. Nel I secolo a.C., Orazio fornisce una delle prime testimonianze dirette. Nelle sue Satire, mette in scena il gastronomo Catio, che enumera gravemente i suoi precetti per riuscire una salsa: olio dolce, vino generoso, una salamoia «che non sia altra da quella di cui appesta una giara di Bisanzio», il tutto fatto bollire con erbe tritate, poi «cosparso di zafferano di Coryco», prima di aggiungere un filo del miglior olio d’Italia[9]. Orazio si prende gioco di una gastronomia divenuta assurdamente dotta, ma perché la battuta funzioni, occorre pure che questo genere di raffinatezza esista davvero.

Qualche secolo più tardi, Apicio continua a usare lo zafferano con parsimonia. Una dracma – circa 4,36 g – basta per quasi dieci litri di conditum paradoxum, un vino mielato e speziato[10]. Lo zafferano entra anche nella composizione di un vino aromatizzato all’assenzio, l’Absinthium Romanum[11]. Apicio ha la mano più generosa per il suo sale alle spezie: un’oncia, circa 27 g, per tre libbre di sale, ossia poco meno di un chilo[12]. Infine, Vinidario, compilatore tardivo, gli riserva addirittura il primo posto nella sua breve lista degli aromi che una cucina deve sempre avere a portata di mano: prima del pepe, prima dello zenzero[13]. Ma lo zafferano non è lì solo per il suo sapore. In una ricetta di pesci scorpione con rape, occorre aggiungerne esplicitamente «per il colore»[14].

Questa funzione spiega anche il suo impiego nel vino. Lo zafferano poteva servire a colorarlo – talvolta in modo fraudolento –, mentre il suo cugino economico, il cartamo, aveva i propri usi culinari.

Un profumo, un rimedio, e forse un afrodisiaco

Lo zafferano era anche un ingrediente di profumeria. Già nel IV secolo a.C., Teofrasto menziona il krokinon (κρόκινον), profumo allo zafferano, e precisa che i migliori provengono da Egina e dalla Cilicia[15]. In epoca romana, Plinio segnala a sua volta la fama del crocinum di Soli, in Cilicia, presto soppiantato da quello di Rodi[16].

Dioscoride ci informa perfino sulla sua fabbricazione: lo zafferano macerava per diversi giorni in un olio preparato, rimestato regolarmente e poi filtrato[17]. Il residuo pressato formava il crocomagma già menzionato[18].

Sul piano medico, Plinio attribuisce allo zafferano una sorprendente collezione di virtù: prevenirebbe i postumi della sbornia, resisterebbe all’ubriachezza, favorirebbe il sonno e perfino, aggiunge senza indugiare, «stimolerebbe il desiderio»[19]. Anche Dioscoride conosce questa fama afrodisiaca, ma accompagna il quadro con un avvertimento assai meno invitante: tre dracme di zafferano – circa 13 g – bevute con acqua sarebbero mortali[20]. Ma al prezzo di questa spezia, un tale eccesso era poco probabile…

Lo zafferano entra in numerose altre preparazioni medicinali. Celso lo associa in particolare al licio, al verderame e alla mirra, oppure al tuorlo d’uovo, al fieno greco e alla rosa in un rimedio ginecologico[21].

Nerone a cavallo durante una decursio, parata militare. Rovescio di un sesterzio coniato sotto Nerone (54–68). (Dominio pubblico – Wikimedia Commons)

Un pizzico di lusso nei teatri e nelle strade di Roma

Lo zafferano era tanto un colorante quanto un profumo. Il greco chiama krokôtos (κροκωτός) una veste tinta di zafferano; Omero attribuisce all’Aurora l’epiteto krokopeplos (κροκόπεπλος), «vestita di un peplo color zafferano». E Columella raccomanda di piantare vicino agli alveari croco di Coryco e di Sicilia «affinché colorino e profumino i mieli»[22].

Resta un uso sorprendente: profumare e colorare i teatri e le strade.

Lucrezio evoca «la scena […] cosparsa di zafferano di Cilicia»[23]; Ovidio, nell’Arte di amare, ricorda che nei tempi più rozzi i teatri non erano ancora di marmo e i loro pavimenti non ancora «arrossati da zafferano liquido»[24]; Marziale descrive a sua volta una scena aspersa da una «nube rossa», «impregnata di zafferano sparso»[25]. A distanza di più generazioni, tre autori testimoniano dunque di una pratica che doveva ben corrispondere a una certa realtà di lusso senza limiti. Un lusso che si addice bene a Nerone, a proposito del quale Svetonio riporta il seguente episodio: al suo ritorno trionfale a Roma nel 67 d.C., dopo le vittorie nelle gare greche, «più volte si sparge zafferano sulle vie», in mezzo agli uccelli, ai nastri e ai dolciumi che si gettano al suo passaggio[26].

Duemila anni dopo, del resto, lo zafferano non ha cambiato molto il proprio statuto. Resta raro, costoso, intensamente colorante e potentemente aromatico.


Smilace e Croco abbracciati. Dettaglio de L’Impero di Flora, Nicolas Poussin, 1631. Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda. (Foto Hans Peter Klut / Elke Estel – Google Arts & Culture, dominio pubblico)

Croco: un giovane, un fiore, molte leggende

Il croco fiorisce molto presto nell’immaginario greco. Nell’Iliade, quando Zeus ed Era si uniscono sul monte Ida, la terra fa spuntare sotto di loro «l’erba nuova, il loto coperto di rugiada, il croco e il giacinto», che formano loro un giaciglio folto e morbido[27]. Ma quando si tratta di spiegare l’origine del fiore stesso, le tradizioni diventano molto meno coerenti.

Una prima tradizione riunisce Croco e Smilace in una storia d’amore e metamorfosi, ma ci è giunta a frammenti e in forme diverse. Ovidio è particolarmente frustrante: nelle Metamorfosi, menziona tra le storie che sceglie di non raccontare quella di «Croco mutato insieme a Smilace in piccoli fiori». E mantiene la parola: non ne sapremo di più[28].

Plinio racconta una versione meno felice. Smilace è una fanciulla innamorata di Croco; ma il giovane la respinge ed ella viene mutata nell’arbusto che porta ormai il suo nome. È anzi questa storia infelice a spiegare, secondo lui, perché la pianta fosse considerata di cattivo augurio ed esclusa dai riti e dalle corone[29].

Diversi secoli dopo, Nonno conosce ancora la coppia, ma in un’altra forma: Croco desidera la giovane Smilace – che chiama Milace – e deve diventare «un fiore degli Amori»[30]. Nonno non ne dice di più. Ovidio evoca dunque una storia senza raccontarla, Plinio mette in scena l’amore infelice di Smilace e Nonno quello di Croco. Gli stessi personaggi attraversano i secoli, ma il racconto che li univa ci sfugge.

Una seconda tradizione spiega in modo molto più diretto la nascita del croco. Galeno racconta che un giovane di nome Croco giocava al disco con Ermes. Rialzatosi con imprudenza, fu colpito dal disco alla testa e morì sul colpo. Il suo sangue scorse sulla terra e, in quel punto, spuntò il croco[31]. Il racconto ricorda evidentemente quello di Giacinto, anch’egli ucciso da un disco prima di diventare fiore.

Il sangue riappare infine dove meno lo si aspetterebbe. Nella tradizione manoscritta di Dioscoride, un elenco di nomi dati al croco indica che i «profeti» lo chiamavano «sangue di Eracle»[32]. Nessun racconto conservato permette tuttavia di spiegare con certezza questa misteriosa denominazione.

Non esisteva dunque un grande mito antico delle origini dello zafferano, ma un fascio di tradizioni frammentarie e contraddittorie.

Un’origine in Attica piuttosto che a Creta

Quanto alla sua origine reale, è stata a lungo cercata a Creta, dove il suo uso molto antico è attestato. A Cnosso, tavolette in lineare B del XV-XIV secolo a.C. contabilizzano lo zafferano come una derrata soggetta a pesatura, alla stregua di metalli preziosi. E ad Akrotiri, sull’isola di Thera (Santorini), affreschi del XVII-XVI secolo a.C. mostrano donne che raccolgono croco.

Ma la genetica moderna ha ridistribuito le carte. Lo zafferano coltivato, Crocus sativus, è un autotriploide sterile: incapace di produrre semi, si moltiplica solo tramite i suoi cormi. Due studi pubblicati nel 2019, uno filogenetico e l’altro citogenetico, hanno identificato come suo antenato selvatico Crocus cartwrightianus, una specie egea. Le popolazioni geneticamente più vicine allo zafferano coltivato si trovano in Attica, intorno ad Atene.


Cleopatra secondo l'immaginario del XIX secolo. Alexandre Cabanel, Cleopatra, 1887, Museo Reale di Belle Arti di Anversa. CC0.
Cleopatra secondo l’immaginario del XIX secolo. Alexandre Cabanel, Cleopatra, 1887, Museo Reale di Belle Arti di Anversa. (Foto: M.Grandjean)

Cleopatra, Alessandro e lo zafferano, miti fasulli

Lo zafferano ha anche suscitato una mitologia moderna, volentieri presentata come antica.

Si legge così spesso che Cleopatra versasse zafferano nei suoi bagni, talvolta con la sorprendente precisione di «un quarto di tazza». Problema: nessun testo antico conosciuto racconta questo episodio. La leggenda ricorda quella, altrettanto tenace, dei suoi bagni nel latte d’asina, anch’essa priva di fonte antica e probabilmente nata da una confusione con Poppea, moglie di Nerone, di cui Plinio riferisce effettivamente l’uso del latte d’asina per la cura della pelle.

Alessandro Magno non è messo meglio. Due racconti circolano ampiamente: in uno, cura le sue ferite con lo zafferano; nell’altro, in Kashmir, il suo esercito scopre al mattino un campo di croco apparso miracolosamente durante la notte, prodigio che lo spinge a ritirarsi. Anche qui, nessuna fonte antica conosciuta conferma l’uno o l’altro episodio.

Studi moderni consultati

  • Jacques André, L’Alimentation et la cuisine à Rome, Paris, Les Belles Lettres, 1981 (1re éd. 1961).
  • Jo Day, «Counting Threads. Saffron in Aegean Bronze Age Writing and Society», Oxford Journal of Archaeology 30/4, 2011, p. 369-391.
  • Zahra Nemati, Dörte Harpke, Almila Gemicioglu, Helmut Kerndorff, Frank R. Blattner, «Saffron (Crocus sativus) is an autotriploid that evolved in Attica (Greece) from wild Crocus cartwrightianus», Molecular Phylogenetics and Evolution 136, 2019, p. 14-20.
  • Thomas Schmidt, Tony Heitkam, Susan Liedtke, Veit Schubert, Gerhard Menzel, «Adding color to a century-old enigma: multi-color chromosome identification unravels the autotriploid nature of saffron (Crocus sativus) as a hybrid of wild Crocus cartwrightianus cytotypes», New Phytologist 222/4, 2019, p. 1965-1980.
  • Seyyedeh-Sanam Kazemi-Shahandashti, Ludwig Mann, Abdullah El-Nagish, Dörte Harpke, Zahra Nemati, Björn Usadel, Tony Heitkam, «Ancient Artworks and Crocus Genetics Both Support Saffron’s Origin in Early Greece», Frontiers in Plant Science 13, 2022, art. 834416.
  • Kathleen J. Birney, «Rethinking Pliny’s “Sicilian Crocus”: Ecophysiology, Environment, and Classical Texts», Economic Botany 78, 2024, p. 274-291.
  • Daniel Fuks et al., «Orphan crops of archaeology-based crop history research», Plants, People, Planet 7/3, 2025, p. 562-589.

[1] Plinio il Vecchio, Storia naturale XXI, 32: adulteratur nihil aeque – «Nulla è così falsificato».

[2] Dioscoride, De materia medica I, 26, 1-3: δολοῦται δὲ μείξει κροκομάγματος κεκομμένου καὶ λιθαργύρου ἢ μολυβδαίνης διὰ τὸ βάρος ἑψήματί τε ἀλείφεται. δηλοῖ δὲ ταῦτα τό τε ἐντρέχειν κονιορτῶδες καὶ τὸ τὴν ὀσμὴν ἑψηματώδη τυγχάνειν – «Lo si falsifica mescolandovi crocomagma pestato e litargirio o molibdena per il peso, e spalmandolo di mosto cotto; ciò si rivela dal fatto che diventa friabile come polvere e che il suo odore vira verso quello del mosto cotto.»

[3] Edictum Diocletiani de pretiis rerum venalium, De pigmentis: croci Arabici pondo unum – 2000 denari; croci Cilicensis pondo unum – 1000 denari; croci Afri pondo unum – 600 denari. Per confronto, lo stesso editto fissa a 2000 denari il prezzo massimo di una vacca primae formae – «vacca di prima qualità». Poiché gli esemplari conservati sono frammentari, il testo è stabilito confrontando diverse testimonianze epigrafiche. Nella numerazione di Lauffer, i tre zafferani corrispondono a 36, 60-62; la nuova edizione dell’iscrizione di Afrodisia colloca la rubrica De pigmentis al capitolo 68.

[4] Plinio il Vecchio, Storia naturale XXI, 31 e 33: crocum silvestre optimum […] sativum latius maiusque et nitidius, sed multo lenius […] prima nobilitas Cilicio et ibi in Coryco monte, dein Lycio e monte Olympio, mox Centuripino Siciliae […] optimum ubicumque quod pinguissimum et brevis capilli […] sed vino mire congruit, praecipue dulci, tritum ad theatra replenda – «Il croco selvatico è il migliore […] Quello coltivato è più largo, più grande e più lucido, ma molto più debole […] Il primo posto per reputazione spetta a quello di Cilicia, e in particolare a quello del monte Coryco; segue poi quello di Licia, del monte Olimpo; quindi quello di Centuripe in Sicilia […] Il migliore, qualunque sia la sua origine, è quello che possiede i filamenti più spessi e più corti […] Ma si accorda meravigliosamente con il vino, soprattutto con il vino dolce; pestato, serve a riempire i teatri.»

[5] Dioscoride, De materia medica I, 26, 1: δευτερεύει δὲ ὁ ἐκ τῆς πρὸς Λυκίαν Κωρύκου καὶ ὁ ἀπὸ τοῦ Λυκιανοῦ Ὀλύμπου, εἶτα ὁ ἐξ Αἰγῶν τῆς Αἰτωλίας. ὁ δὲ Κυρηναικὸς καὶ ὁ ἐκ Κεντορίπων κατὰ τὴν Σικελίαν ἀσθενεῖς κατὰ δύναμιν – «Vengono poi quello del Coryco vicino alla Licia e quello dell’Olimpo licio, quindi quello di Aigai in Etolia. Quello della Cirenaica e quello di Centuripe in Sicilia sono deboli quanto a efficacia.»

[6] Strabone, Geografia XIV, 5, 5: Κώρυκος […] ὑπὲρ ἧς εἴκοσι σταδίους τὸ Κωρύκιον ἄντρον, ἐν ᾧ ἡ ἀρίστη κρόκος φύεται – «Coryco […] al di sopra del quale, a venti stadi, si trova la grotta Coricia, dove cresce il miglior zafferano.»

[7] Dioscoride, De materia medica I, 26, 1-3: κρόκος ἐστὶ κράτιστος ἐν ἰατρικῇ χρήσει ὁ Κωρύκιος, πρόσφατός τε καὶ εὔχρους […] ἐπιμήκης, ὁλομελής, ἄθραυστος, ἀλιπής, πλήρης, βάπτων ἐν διέσει τὰς χεῖρας, οὐκ εὐρωτιῶν ἢ ἰκμάζων – «Per l’uso medico, il miglior zafferano è quello di Coryco: deve essere fresco, di bel colore […] allungato, intero, non spezzato, non untuoso, ben fornito, colorare le mani quando lo si stempera, non ammuffito né umido.»

[8] Plinio il Vecchio, Storia naturale XXI, 32: probatio sinceri, si inposita manu crepitet veluti fragile; umidum enim, quod evenit adulteratione, sentit. altera probatio, si manu relata ad ora leniter faciem oculosque mordeat – «La prova dell’autenticità è che, pressato nella mano, scricchiola come un oggetto fragile – poiché l’umidità, che tradisce l’adulterazione, si nota subito. Altra prova: portato con la mano fino al viso, punge leggermente il viso e gli occhi.»

[9] Orazio, Satire II, 4, 63-69: est operae pretium duplicis pernoscere iuris / naturam. simplex e dulci constat olivo, / quod pingui miscere mero muriaque decebit / non alia quam qua Byzantia putuit orca. / hoc ubi confusum sectis inferbuit herbis / Corycioque croco sparsum stetit, insuper addes / pressa Venafranae quod baca remisit olivae – «Vale la pena conoscere con precisione la natura dei due tipi di salsa. La salsa semplice è fatta di olio dolce, che conviene mescolare con vino generoso e con una salamoia che non sia altra da quella di cui appesta una giara di Bisanzio. Quando questo composto avrà bollito con erbe tritate e sarà rimasto a riposare dopo essere stato cosparso di zafferano di Coryco, aggiungerai sopra l’olio che la bacca di Venafro ha reso sotto il torchio.»

[10] Apicio, De re coquinaria I, 1 (Conditum paradoxum): tum mittis piperis uncias IV, iam triti masticis scripulos III, folii et croci dragmas singulas […] – «Aggiungi quattro once di pepe, tre scrupoli di mastice già pestato, una dracma di foglia di nardo e una dracma di zafferano […].»

[11] Apicio, De re coquinaria I, 2 (Absinthium Romanum): […] costi scripulos senos, croci scripulos III, vini vetusti sextarios XVIII – «[…] sei scrupoli di costo, tre scrupoli di zafferano e diciotto sestari di vino vecchio.»

[12] Apicio, De re coquinaria I, 23, 1 (Sales conditos ad multa): sales communes frictos lib. I, sales ammonicos frictos lib. II […] croci unc. I […] – «Una libbra di sale comune tostato, due libbre di sale ammoniaco tostato […] un’oncia di zafferano […].»

[13] Vinidario, Brevis pimentorum quae in domo esse debeant ut condimentis nihil desit: crocum, piper, zingiber, lasar, folium, baca myrtae, costum, cariofilum, spica Indica, addena, cardamomum, spica nardi – «Zafferano, pepe, zenzero, laser, foglia di nardo, bacca di mirto, costo, cariofilum, spiga indiana, addena, cardamomo, spiga di nardo.»

[14] Vinidario, Brevis ciborum VII (Pisces scorpiones rapulatos): teres cuminum, lauri bacam dimidiam, addes propter colorem crocum. amulabis de oryza propter spissitudinem – «Pesta del cumino e mezza bacca d’alloro; aggiungi zafferano per il colore; legherai con riso per dare consistenza.»

[15] Teofrasto, De odoribus 27: καὶ πρὸς τούτοις τὸ κρόκινον· βέλτιστος δ’ ἐν Αἰγίνῃ καὶ Κιλικίᾳ – «E, oltre a questi, il profumo allo zafferano; il migliore si trova a Egina e in Cilicia.»

[16] Plinio il Vecchio, Storia naturale XIII, 5: crocinum [in] Solis Ciliciae diu maxime laudatum est, mox Rhodi – «Il profumo allo zafferano di Soli in Cilicia fu a lungo il più rinomato, poi quello di Rodi.»

[17] Dioscoride, De materia medica I, 54: […] βάλε κρόκου δραχμὰς πεντήκοντα καὶ ἀνακίνει πλεονάκις τῆς ἡμέρας […] – «Aggiungi cinquanta dracme di zafferano e rimesta più volte al giorno […].» La preparazione viene rimestata per diversi giorni prima che l’olio venga filtrato.

[18] Dioscoride, De materia medica I, 27: τὸ δὲ κροκόμαγμα γίνεται ἐκ τοῦ κροκίνου μύρου τῶν ἀρωμάτων ἐκπιεσθέντων καὶ ἀναπλασθέντων – «Il crocomagma proviene dal profumo allo zafferano, dopo che le sostanze aromatiche sono state pressate e poi modellate.»

[19] Plinio il Vecchio, Storia naturale XXI, 138: qui crocum prius biberint, crapulam non sentient, ebrietati resistent […] somnum facit, caput leniter movet, venerem stimulat – «Coloro che hanno bevuto in precedenza dello zafferano non sentiranno gli effetti dell’eccesso di bevanda e resisteranno all’ubriachezza […] Provoca il sonno, agisce leggermente sulla testa e stimola il desiderio.»

[20] Dioscoride, De materia medica I, 26, 3: παρίστησι δὲ καὶ πρὸς ἀφροδίσια […] φασὶ δὲ καὶ ἀναιρετικὸν αὐτὸν εἶναι μεθ’ ὕδατος πινόμενον πλῆθος δραχμῶν τριῶν – «Favorisce anche i rapporti amorosi […] alcuni dicono perfino che sia mortale se bevuto con acqua alla dose di tre dracme.»

[21] Celso, De medicina V, 28, 16c: crocum quoque, Lycium, aerugo, murra, cinis aequis portionibus recte miscentur – «Si mescolano anche utilmente, in parti uguali, zafferano, licio, verderame, mirra e cenere»; V, 21, 2: ad vulvam molliendam ovi vitellus, et foenum graecum, et rosa, et crocum temperantur – «Per ammorbidire l’utero, si mescolano tuorlo d’uovo, fieno greco, rosa e zafferano.»

[22] Columella, De re rustica IX, 4, 4: Corycius item Siculusque bulbus croci deponitur, qui coloret inodoretque mella – «Si pianta anche il bulbo del croco di Coryco e di Sicilia, affinché colori e profumi i mieli.»

[23] Lucrezio, De rerum natura II, 416: cum scaena croco Cilici perfusa recens est – «Quando la scena è appena stata cosparsa di zafferano di Cilicia.»

[24] Ovidio, Arte di amare I, 103: nec fuerant liquido pulpita rubra croco – «E la scena non era ancora arrossata da zafferano liquido.»

[25] Marziale, Epigrammi V, 25: rubro pulpita nimbo / spargere et effuso permaduisse croco – «Aspergere la scena di una nube rossa e impregnarla di zafferano sparso.»

[26] Svetonio, Vita di Nerone 25, 2: incedenti passim victimae caesae sparso per vias identidem croco ingestaeque aves ac lemnisci et bellaria – «Al suo passaggio si immolavano ovunque vittime, zafferano veniva più volte sparso sulle vie e gli si gettavano uccelli, nastri e dolciumi.»

[27] Omero, Iliade XIV, 347-349: τοῖσι δ’ ὑπὸ χθὼν δῖα φύεν νεοθηλέα ποίην, / λωτόν θ’ ἑρσήεντα ἰδὲ κρόκον ἠδ’ ὑάκινθον / πυκνὸν καὶ μαλακόν – «Sotto di loro, la terra divina fece spuntare l’erba nuova, il loto coperto di rugiada, il croco e il giacinto, folti e morbidi.»

[28] Ovidio, Metamorfosi IV, 283-284: et Crocon in parvos versum cum Smilace flores / praetereo – «E Croco mutato insieme a Smilace in piccoli fiori, li passo sotto silenzio.»

[29] Plinio il Vecchio, Storia naturale XVI, 154: infausta omnibus sacris et coronis, quoniam sit lugubris virgine eius nominis propter amorem iuvenis Croci mutata in hunc fruticem – «[La smilace è] di cattivo augurio per tutti i riti e le corone, perché porta il lutto della fanciulla di questo nome che, per amore del giovane Croco, fu mutata in questo arbusto.»

[30] Nonno di Panopoli, Dionisiache XII, 85-86: Ἐυστεφάνοιο δὲ κούρης / Μίλακος ἱμείρων Κρόκος ἔσσεται ἄνθος Ἐρώτων – «E Croco, desiderando Milace, la fanciulla dalla bella corona, diventerà un fiore degli Amori.»

[31] Galeno, De compositione medicamentorum secundum locos IX, Kühn XIII, p. 269: ἐπειδὴ μειράκιον καλούμενον Κρόκος, ἅμα τῷ Ἑρμῇ δισκεύων […] ἐμπεσόντος αὐτῷ δίσκου τῇ κεφαλῇ, συνέβη μὲν ἀποθανεῖν αὐτίκα, τοῦ δ’ αἵματος εἰς τὴν γῆν […] ἐξ αὐτοῦ φῦναι τὸν κρόκον – «Un giovane di nome Croco giocava al disco con Ermes; colpito da un disco alla testa, morì sul colpo; essendo scorso il suo sangue sulla terra, ne spuntò il croco.»

[32] Dioscoride, De materia medica I, 26, tradizione manoscritta: κρόκος· οἱ δὲ κάστωρ, οἱ δὲ κυνόμορφος, προφῆται αἷμα Ἡρακλέους – «Il croco; altri [lo chiamano] kastôr, altri kynomorphos; i profeti, sangue di Eracle.»


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