Olive per arricchirsi: la scommessa di Talete

Tradotto dal francese


Olive, come quelle che avrebbero fatto la fortuna di Talete. (Foto: Thomas Vautrin, 2022, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons).

Per tutti, Talete è l’autore di un teorema che si studia ancora 2600 anni dopo di lui. Ma il sapiente greco passava per uno spirito universale. Secondo gli autori antichi, veniva tuttavia deriso per la sua povertà: a cosa serviva tanto sapere se non permetteva nemmeno di arricchirsi? Finché un giorno Talete decise di rispondere ai suoi detrattori puntando sulle olive – ed entrò così nella storia come uno dei suoi primi speculatori.

Talete non scrisse nulla, o almeno nulla che ci sia pervenuto. Tutto ciò che si sa di lui passa dunque attraverso altre penne, spesso tarde e non sempre concordi tra loro. L’episodio delle olive non fa eccezione: quattro autori antichi lo hanno raccontato, a secoli di distanza gli uni dagli altri, e nessuno lo racconta esattamente allo stesso modo.

Un filosofo che seppe leggere gli astri e i raccolti

La testimonianza più antica ci viene da Aristotele, nella Politica, redatta nel IV secolo a.C. – ossia circa 200 anni dopo l’epoca presunta di Talete. Aristotele vi discute del profitto e di coloro che ne traggono argomento contro la filosofia: si rimproverava a Talete la sua povertà, prova, si diceva, dell’inutilità del suo sapere. È per rispondere a questi beffardi, precisa Aristotele, che il filosofo mise in piedi il suo affare.

«Si racconta che avesse previsto, grazie all’astronomia, che vi sarebbe stato un raccolto di olive»[1]. Si era ancora in inverno, e Talete disponeva solo di poco denaro: versò una caparra – degli arrabônas (ἀρραβῶνας), nel testo di Aristotele – su tutti i frantoi di Mileto e di Chio. Poiché nessun altro aveva fatto salire i prezzi, li affittò a poco prezzo. Poi giunse la stagione, la domanda per i frantoi salì bruscamente, e Talete li subaffittò alle condizioni che voleva. Guadagnò, dice Aristotele, molto denaro.

Il filosofo, del resto, non si ferma all’aneddoto: ne trae subito una regola generale. Questo procedimento di arricchimento è, precisa, «di portata generale, purché si sia capaci di assicurarsi un monopolio»[2] – un monopôlia (μονοπωλία). Prosegue subito con un secondo esempio: in Sicilia, qualcuno «acquistò tutto il ferro disponibile nelle miniere» prima di rivenderlo da solo ai mercanti venuti a rifornirsi, senza aumentare eccessivamente il prezzo – e raddoppiò comunque il capitale investito. In Aristotele, dunque, Talete illustra un principio più di quanto non inventi un procedimento.

In Ieronimo di Rodi, filosofo peripatetico del III secolo a.C. la cui opera perduta ci è nota solo attraverso un frammento conservato in Diogene Laerzio, si ritrova la versione dei frantoi affittati: «Avendo previsto che vi sarebbe stato un raccolto di olive, affittò i frantoi». Talete ne avrebbe tratto, precisa il testo, «una grandissima quantità di denaro»[3].

Cicerone e Filostrato raccontano un’altra storia

Due altre versioni circolano nell’Antichità, e non raccontano esattamente la stessa operazione.

Cicerone, nel I secolo a.C., propone nel De divinatione una versione sensibilmente diversa. Talete non riserva qui alcun frantoio: «Si racconta che comprò tutto il raccolto di olive del territorio di Mileto, ancor prima che cominciasse a fiorire»; «aveva forse notato, grazie a qualche conoscenza particolare, che il raccolto di olive sarebbe stato abbondante»[4]. In Cicerone, a differenza del testo di Aristotele, l’abbondanza del raccolto non fa alcun dubbio: la parola latina ubertas, la fertilità, è priva di ambiguità.

Filostrato, infine, all’inizio del III secolo d.C., conserva solo il motivo della predizione, senza alcuna operazione commerciale. Nella Vita di Apollonio di Tiana, l’episodio funge da argomento di difesa: tradotto davanti all’imperatore per stregoneria, il sapiente Apollonio invoca Talete e Anassagora, «l’uno avendo predetto l’abbondanza della produzione di olive, l’altro un buon numero di fenomeni celesti» – chiedendo se lo predissero «da stregoni», mentre né l’uno né l’altro fu mai perseguito a questo titolo[5].

La tradizione antica si è dunque divisa in due filoni: da un lato la locazione dei frantoi, in Aristotele e Ieronimo, ripresa da Diogene Laerzio; dall’altro l’acquisto diretto del raccolto, in Cicerone. Filostrato, dal canto suo, conserva solo l’immagine del sapiente che predice correttamente il futuro.

Ritratto di Talete, incisione di Wilhelm Meyer da un busto del IV secolo, pubblicata in Illustrerad Verldshistoria, E. Wallis, 1875. (Dominio pubblico, Wikimedia Commons.)

Finzione ben congegnata o colpo realmente riuscito?

La storicità dell’episodio divide profondamente gli specialisti moderni.

Alcuni commentatori giudicano la storia «sostanzialmente autentica», appoggiandosi in particolare su relazioni attestate tra Mileto e Chio per difendere la verosimiglianza geografica del racconto.

Ma altri ritengono il racconto di Aristotele poco verosimile. Come avrebbe potuto Talete riunire i capitali necessari, lui la cui povertà è appunto il punto di partenza della storia? Come avrebbe potuto controllare, da solo, frantoi situati insieme a Mileto e a Chio, due località separate da più di 200 chilometri, senza ricorrere ad agenti sul posto? Si tratterebbe di una finzione didattica, senza dubbio elaborata in un’epoca in cui si annoverava già Talete tra i «filosofi», sul tema del filosofo povero che potrebbe arricchirsi ma se ne astiene per scelta.

L’archeologia, dal canto suo, non è di grande aiuto. Scavi condotti a Mileto hanno censito resti di olive, polline di Olea e alcuni impianti di spremitura, in un ambiente favorevole all’olivicoltura. Ma non hanno fornito alcuna prova di una vasta rete commerciale di frantoi in epoca arcaica, il che impedisce di usare l’aneddoto come prova di una produzione di olio già industriale a Mileto nel VI secolo a.C. Vi si può piuttosto vedere il riflesso di una realtà agricola ben concreta: le rese degli ulivi variano enormemente da un anno all’altro, il che provoca, di tanto in tanto, vere e proprie annate di abbondanza.

Talete, inventore della speculazione?

Resta la domanda posta dalla leggenda stessa: Talete ha inventato la speculazione economica?

Aristotele, il primo a raccontare la storia, non lo presenta così. Dopo l’aneddoto dei frantoi, precisa che il procedimento vale in modo generale e lo analizza soprattutto come un mezzo per assicurarsi un monopolio.

E Talete non è il primo a prendere opzioni sul valore futuro delle merci. Contratti riguardanti future consegne di merci sono attestati in Mesopotamia già dal II millennio a.C., ben prima di Talete. Questi contratti non assomigliano esattamente all’operazione descritta da Aristotele, ma bastano a escludere Talete dal ruolo di pioniere assoluto della speculazione.

A monte di ogni discussione sulla paternità del procedimento, resta un problema più elementare: nulla garantisce che la vicenda abbia davvero avuto luogo. Aristotele apre il suo racconto con un prudente «si racconta» (φασίν), ossia la formula di uno storico che riporta una diceria. I frantoi di Mileto e di Chio sono forse serviti soprattutto a dimostrare, due secoli dopo la morte di Talete, che un filosofo poteva, se lo voleva, essere tanto abile in affari quanto in geometria.

Studi moderni consultati

  • Livio Rossetti, Thales the Measurer, 2022. – Dmitri Panchenko, «Thalès de Milet», in Richard Goulet (a cura di), Dictionnaire des philosophes antiques, VI, 2016.
  • Alan M. Greaves, Miletos: A History, Routledge, 2002. – Stephen A. White, «Thales and the Stars», in Victor Caston e Daniel W. Graham (a cura di), Presocratic Philosophy: Essays in Honour of Alexander Mourelatos, 2002.
  • Pierre Vesperini, «De Thalès à Anaxagore: les Ioniens à l’école des dieux», Kernos, 30, 2017.
  • Vasiliki Makropoulou e Raphael N. Markellos, «What is the Fair Rent Thales Should Have Paid?», HERCMA Proceedings, 2005.
  • Ernst Weber, A Short History of Derivative Security Markets.

[1] Aristotele, Politica, I, 11, 1259a5–19:
οἷον καὶ τὸ Θάλεω τοῦ Μιλησίου: τοῦτο γάρ ἐστι κατανόημά τι χρηματιστικόν, ἀλλ᾽ ἐκείνῳ μὲν διὰ τὴν σοφίαν προσάπτουσι, τυγχάνει δὲ καθόλου τι ὄν. ὀνειδιζόντων γὰρ αὐτῷ διὰ τὴν πενίαν ὡς ἀνωφελοῦς τῆς φιλοσοφίας οὔσης, κατανοήσαντά φασιν αὐτὸν ἐλαιῶν φορὰν ἐσομένην ἐκ τῆς ἀστρολογίας, ἔτι χειμῶνος ὄντος εὐπορήσαντα χρημάτων ὀλίγων ἀρραβῶνας διαδοῦναι τῶν ἐλαιουργίων τῶν τ᾽ ἐν Μιλήτῳ καὶ Χίῳ πάντων, ὀλίγου μισθωσάμενον ἅτ᾽ οὐθενὸς ἐπιβάλλοντος: ἐπειδὴ δ᾽ ὁ καιρὸς ἧκε, πολλῶν ζητουμένων ἅμα καὶ ἐξαίφνης, ἐκμισθοῦντα ὃν τρόπον ἠβούλετο, πολλὰ χρήματα συλλέξαντα ἐπιδεῖξαι ὅτι ῥᾴδιόν ἐστι πλουτεῖν τοῖς φιλοσόφοις, ἂν βούλωνται, ἀλλ᾽ οὐ τοῦτ᾽ ἐστὶ περὶ ὃ σπουδάζουσιν.
«Così di Talete di Mileto: si tratta di un procedimento di arricchimento che gli si attribuisce in ragione della sua sapienza, ma che si rivela essere di portata generale. Poiché gli si rimproverava la sua povertà – la filosofia essendo così giudicata inutile –, si racconta che avesse previsto, grazie all’astronomia, che vi sarebbe stato un raccolto di olive; mentre era ancora inverno e disponeva solo di poco denaro, versò caparre su tutti i frantoi di Mileto e di Chio, affittandoli a basso prezzo poiché nessuno rilanciava; poi, giunta la stagione, poiché molti li cercavano insieme e improvvisamente, li subaffittò alle condizioni che voleva e accumulò molto denaro, dimostrando che è facile per i filosofi arricchirsi se lo vogliono, ma che non è questa la loro preoccupazione.»

[2] Aristotele, Politica, I, 11, 1259a19–28:
Θαλῆς μὲν οὖν λέγεται τοῦτον τὸν τρόπον ἐπίδειξιν ποιήσασθαι τῆς σοφίας: ἔστι δ᾽, ὥσπερ εἴπομεν, καθόλου τὸ τοιοῦτον χρηματιστικόν, ἐάν τις δύνηται μονοπωλίαν αὑτῷ κατασκευάζειν. διὸ καὶ τῶν πόλεων ἔνιαι τοῦτον ποιοῦνται τὸν πόρον, ὅταν ἀπορῶσι χρημάτων: μονοπωλίαν γὰρ τῶν ὠνίων ποιοῦσιν. ἐν Σικελίᾳ δέ τις τεθέντος παρ᾽ αὐτῷ νομίσματος συνεπρίατο πάντα τὸν σίδηρον ἐκ τῶν σιδηρείων, μετὰ δὲ ταῦτα ὡς ἀφίκοντο ἐκ τῶν ἐμπορίων οἱ ἔμποροι, ἐπώλει μόνος, οὐ πολλὴν ποιήσας ὑπερβολὴν τῆς τιμῆς: ἀλλ᾽ ὅμως ἐπὶ τοῖς πεντήκοντα ταλάντοις ἐπέλαβεν ἑκατόν.
«Si dice dunque che Talete diede così prova della sua sapienza; ma questo procedimento di arricchimento è, come abbiamo detto, di portata generale, purché si sia capaci di assicurarsi un monopolio. Per questo anche alcune città ne fanno una risorsa quando mancano di denaro: si costituiscono allora un monopolio sulle derrate. In Sicilia, qualcuno, avendo ricevuto in deposito una somma di denaro, acquistò tutto il ferro disponibile nelle miniere; poi, quando i mercanti arrivarono dagli empori, fu il solo a vendere, senza aumentare il prezzo oltre misura – eppure, sui cinquanta talenti che aveva impegnato, ne ricavò cento in più.»

[3] Ieronimo di Rodi, Note sparse (Σποράδην ὑπομνήματα), II, fr. 39 Wehrli² = Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri, I, 26:
φησὶ δὲ καὶ Ἱερώνυμος ὁ Ῥόδιος ἐν τῷ δευτέρῳ τῶν Σποράδην ὑπομνημάτων ὅτι βουλόμενος δεῖξαι ῥᾷον εἶναι πλουτεῖν, φορᾶς μελλούσης ἐλαιῶν ἔσεσθαι, προνοήσας ἐμισθώσατο τὰ ἐλαιουργεῖα καὶ πάμπλειστα συνεῖλε χρήματα.
«Ieronimo di Rodi dice anche, nel secondo libro delle sue Note sparse, che, volendo mostrare che è facile arricchirsi, avendo previsto che vi sarebbe stato un raccolto di olive, affittò i frantoi e accumulò una grandissima quantità di denaro.»

[4] Cicerone, De divinatione, I, 111–112:
omnem oleam, ante quam florere coepisset, in agro Milesio coemisse dicitur.
«si racconta che comprò tutto il raccolto di olive del territorio di Mileto, ancor prima che cominciasse a fiorire»;
animadverterat fortasse quadam scientia olearum ubertatem fore.
«aveva forse notato, grazie a qualche conoscenza particolare, che il raccolto di olive sarebbe stato abbondante.»

[5] Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VIII, 7, 158:
τί δὲ Θαλῆς τε καὶ Ἀναξαγόρας, τὼ Ἴωνε, ὁ μὲν τὴν εὐφορίαν τὴν τῶν ἐλαιῶν, ὁ δὲ πολλὰ τῶν οὐρανίων παθῶν προειπόντε; ἦ γοητεύοντε προειπεῖν ταῦτα; καὶ μὴν καὶ ὑπήχθησαν οὗτοι δικαστηρίοις ἐφ᾽ ἑτέραις αἰτίαις, καὶ οὐδαμοῦ τῶν αἰτιῶν εἴρηται γόητας εἶναι σφᾶς, ἐπειδὴ προγιγνώσκουσι.
«E che dire di Talete e di Anassagora, i due Ioni, di cui l’uno aveva predetto l’abbondanza della produzione di olive, l’altro un buon numero dei fenomeni celesti? Fu dunque da stregoni che predissero ciò? Eppure questi uomini furono sì tradotti davanti ai tribunali, ma per altri motivi, e in nessun luogo, tra i capi d’accusa, fu detto che erano stregoni per il fatto che prevedevano il futuro.»


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