Tradotto dal francese

Gocce, pastiglie, creme, sciroppi: la propoli ha ritrovato, negli scaffali del «benessere», una popolarità che aveva già conosciuto più di duemila anni fa. La farmacologia moderna ne ha confermato un’attività antibatterica, senza tuttavia convalidare tutte le virtù che oggi le si attribuiscono. I Greci e i Romani, invece, hanno osservato questa materia delle arnie e ne hanno fatto un uso medico, ma anche magico.
Si chiama propoli la sostanza resinosa che le api prelevano dalle gemme e dalle cortecce, mescolano alla loro cera e alle loro secrezioni, per poi riportarla nell’arnia allo scopo di sigillarne le fessure e restringerne l’entrata. Una colonia ne raccoglie da centocinquanta a duecento grammi all’anno. Calda, si ammorbidisce e diventa appiccicosa; fredda, diventa fragile. Il suo colore va dal giallo al bruno, al rosso, al verde. La propoli non ha una composizione fissa: dipende dalle resine disponibili intorno all’arnia, dalla regione, dalla stagione.
Il termine, invece, è greco. Lo si è tradizionalmente interpretato come un composto di pro (πρό), «davanti», e di polis (πόλις), «città», ovvero «ciò che si trova davanti alla città (o ne assicura la protezione)», l’arnia essendo vista come la città delle api. È stata proposta anche un’altra etimologia, collegata al verbo promalássô (προμαλάσσω), «ammorbidire mediante impastamento».
Nate dalle «lacrime» degli alberi
Nel IV secolo a.C., Aristotele è affascinato dalle api. Nella sua opera, dedica loro più spazio che a qualsiasi altro animale dopo l’uomo. A più riprese, egli rimanda alla testimonianza degli apicoltori, i melittourgoi (μελιττουργοί). È da questi professionisti che sembra aver tratto l’essenziale delle sue informazioni.
In un primo passaggio, descrive una sostanza che le api riportano dalle «lacrime» degli alberi. La chiama kêrôsis (κήρωσις), un termine derivato da kêros (κηρός), «cera»[1]. Poco più avanti, la descrizione si precisa: quando viene loro consegnata un’arnia pulita, dice, le api vi portano sostanze tratte dai fiori, ma anche le «lacrime» del salice, dell’olmo e degli altri alberi particolarmente vischiosi. Ne spalmano il fondo dell’arnia per proteggersi dagli altri animali. Gli apicoltori chiamano questa operazione kollêsis (κόλλησις), «incollatura»[2].
Più avanti nel racconto compare una sostanza chiamata mitys (μίτυς). Questa viene applicata intorno all’apertura dell’arnia, è piuttosto nera, dice Aristotele, e il suo odore è pungente. Egli descrive già un uso medico, per curare le contusioni e le suppurazioni.[3] Aristotele non utilizza il termine propoli (πρόπολις), ma le sostanze che descrive sono state accostate alla propoli. È quantomeno l’opinione di numerosi specialisti moderni.

Con Varrone, verso il 37 a.C., appare finalmente il termine propolis. L’agronomo romano descrive la materia con cui le api costruiscono una protezione davanti all’entrata dell’arnia, soprattutto in estate. Precisa che i medici la utilizzano, con lo stesso nome, nei loro impiastri – e che, per questo motivo, essa si vende sulla Via Sacra più cara del miele[4]. La distingue accuratamente dal favo, dal miele e da una quarta sostanza, l’erithace, notando che le api non raccolgono le quattro sostanze sulle stesse piante.
In Celso, nel I secolo d.C., la propoli è entrata nell’uso corrente. Compare senza commento in un elenco di rimedi semplici destinati a far maturare un ascesso e a evacuarne il pus, tra il galbano e lo storace[5]. Dioscoride, invece, dà consigli a chi acquista la propoli:
«bisogna scegliere quella gialla o fulva, odorosa e che ricorda lo storace nell’odore, che rimane morbida […] e che si allunga come il mastice.»[6]
Sempre nella stessa epoca, il medico Scribonio Largo mostra come viene lavorata. Per l’impiastro nero del chirurgo Aristo, contro le ferite recenti e le fratture, la ricetta non è delle più semplici: si fa sciogliere il litargirio nell’olio, vi si aggiunge il bitume, poi, una volta che il composto ha raggiunto la consistenza di un cerotto morbido, la pece, la cera e la propoli insieme, e infine l’ammoniaco e l’allume[7]. Un’altra ricetta richiede una propoli «pura e buona, come quella dell’Attica»[8] – prova che esisteva già un mercato, in cui non tutte le propoli si equivalevano. Scribonio sa anche fare in modo più semplice: contro i condilomi, raccomanda la propoli da sola, impastata e poi applicata come un impiastro[9].
Un impiastro buono per tutto
Plinio il Vecchio è l’autore del I secolo più esaustivo riguardo alla propoli, compilando le informazioni dei suoi predecessori e contemporanei. Distingue tre materiali successivi nella costruzione dell’arnia: la commosis, il pissoceros e la propolis; la distingue dalla cera, la fa derivare dalla gomma relativamente dolce delle viti e dei pioppi, e spiega che le api ne otturano tutti i passaggi attraverso cui potrebbero entrare il freddo o un intruso nocivo. Il suo odore, aggiunge, è abbastanza forte perché molti la impieghino al posto del galbano[10]. Riprende l’idea di Aristotele secondo cui la propoli deriva dalle «lacrime» di alcuni alberi, in particolare il pioppo[11].

Infine, riassume le virtù mediche che attribuisce alla propoli:
«[Essa] estrae i pungiglioni e tutti i corpi estranei conficcati nel corpo; riassorbe le tumefazioni, fa maturare gli indurimenti, allevia i dolori dei nervi e chiude con la cicatrizzazione persino le ulcere di cui ormai si disperava.»[12]
Nel II secolo, Galeno prosegue la tradizione sulla stessa linea[13] aggiungendo un aneddoto. Racconta che, in viaggio, gli è capitato spesso di dover curare ferite senza disporre dei suoi farmaci abituali. Racconta così di aver curato un giorno la ferita di un contadino con ciò che aveva a portata di mano, lievito e propoli[14].
Una figurina magica di propoli
Medicina e magia non sono mai molto distanti nell’Antichità. Si ritrova così la propoli nel Grande Papiro magico di Parigi, il cui codice fu copiato tra la fine del III e l’inizio del IV secolo d.C. Vi si legge un rituale destinato ad assicurare il successo e ad attirare la prosperità in una bottega o in qualsiasi altro luogo di commercio. Il procedimento porta un nome: il «Piccolo Mendicante». Bisogna prendere della propoli e modellare un uomo con la mano destra tesa come quella di un mendicante, che tiene nella sinistra una bisaccia e un bastone, con un serpente avvolto intorno al bastone[15]. Seguono le iscrizioni da riportare sulle diverse parti del corpo della figurina, i sacrifici e le parole da pronunciare.
Il fascino per il lavoro delle api e per la misteriosa sostanza che elaborano attraversa le epoche. Al di là delle sue virtù antibatteriche accertate, la propoli ha suscitato anche ogni sorta di teorie. Una di esse pretende di risalire alla più remota Antichità: gli Egizi avrebbero osservato che le api avvolgono nella propoli le spoglie degli intrusi morti nell’arnia per impedirne la putrefazione, e se ne sarebbero ispirati per mettere a punto la mummificazione. La storia è seducente. Ma nessun testo né alcun reperto antico conosciuto viene a suffragarla.
Studi moderni consultati
- Simon Byl, «Aristote et le monde de la Ruche», Revue belge de philologie et d’histoire, t. 56, fasc. 1, 1978, p. 15-28.
- L. Cilliers et F. P. Retief, «Bees, Honey and Health in Antiquity», Akroterion, 53, 2008, p. 7-19.
- Andrzej K. Kuropatnicki, Ewelina Szliszka et Wojciech Krol, «Historical Aspects of Propolis Research in Modern Times», Evidence-Based Complementary and Alternative Medicine, 2013, article 964149.
- Christina Papadaki, «Μύτις. Ανιχνεύοντας την ιστορία της πρόπολης μέσα από τις πηγές», Θέματα Αρχαιολογίας, 5/2, 2021, p. 236-253.
- Izabela Przybyłek et Tomasz M. Karpiński, «Antibacterial Properties of Propolis», Molecules, 24, 2019, 2047.
[1] Aristotele, Historia animalium, V, 22, 553b27-31:
Γίνεται δὲ κηρίον μὲν ἐξ ἀνθέων, κήρωσιν δὲ φέρουσιν ἀπὸ τοῦ δακρύου τῶν δένδρων (…).
«Il favo proviene dai fiori; quanto alla kêrôsis, le api la portano a partire dalle “lacrime” degli alberi (…).»
[2] Aristotele, Historia animalium, IX, 40, 623b29-624a17:
Ἐπειδὰν γὰρ παραδοθῇ αὐταῖς καθαρὸν τὸ σμῆνος, οἰκοδομοῦσι τὰ κηρία, φέρουσαι τῶν τ’ ἄλλων ἀνθέων καὶ ἀπὸ τῶν δένδρων τὰ δάκρυα, ἰτέας τε καὶ πτελέας καὶ ἄλλων τῶν κολλωδεστάτων. Τούτῳ δὲ καὶ τὸ ἔδαφος διαχρίουσι τῶν ἄλλων θηρίων ἕνεκεν· καλοῦσι δ’ οἱ μελιττουργοὶ τοῦτο κόλλησιν καὶ τὰς εἰσόδους δὲ παροικοδομοῦσιν, ἐὰν εὐρεῖαι ὦσιν.
«Quando viene loro consegnata un’arnia pulita, costruiscono i favi, apportando prodotti degli altri fiori così come le “lacrime” degli alberi, in particolare quelle del salice, dell’olmo e degli altri alberi più gommosi. Ne spalmano anche il fondo, per proteggersi dagli altri animali; gli apicoltori chiamano questo kollêsis. Costruiscono anche ai lati delle entrate, quando queste sono troppo larghe.»
[3] Aristotele, Historia animalium, IX, 40, 623b29-624a17:
Περὶ δὲ τὸ στόμα τοῦ σμήνους τὸ μὲν πρῶτον τῆς εἰσδύσεως περιαλήλιπται μίτυϊ· τοῦτο δ’ ἐστὶ μέλαν ἱκανῶς, ὥσπερ ἀποκάθαρμ’ αὐταῖς τοῦ κηροῦ, καὶ τὴν ὀσμὴν δριμύ, φάρμακον δ’ ἐστὶ τυμμάτων καὶ τῶν τοιούτων ἐμπυημάτων· ἡ δὲ συνεχὴς ἀλοιφὴ τούτῳ πισσόκηρος, ἀμβλύτερον καὶ ἧττον φαρμακῶδες τῆς μίτυος.
«Intorno all’apertura dell’arnia, la prima parte dell’entrata è ricoperta di mitys. Questa è piuttosto nera, come se costituisse per le api una sorta di residuo della cera, e il suo odore è pungente; serve da medicamento per le contusioni e per le suppurazioni di questo genere. Lo strato che viene immediatamente dopo è il pissokêros, più dolce e meno medicinale della mitys.»
[4] Varrone, Rerum rusticarum, III, 16, 23:
Propolim vocant, e quo faciunt ad foramen introitus protectum ante alvum maxime aestate. Quam rem etiam nomine eodem medici utuntur in emplastris, propter quam rem etiam carius in sacra via quam mel venit.
«Chiamano propoli la sostanza con cui costruiscono, davanti all’apertura d’entrata dell’arnia, una sorta di protezione, soprattutto durante l’estate. I medici impiegano anch’essi questa sostanza, con lo stesso nome, nei loro impiastri; per questo motivo essa si vende, sulla Via Sacra, ancora più cara del miele.»
[5 ] Celso, De medicina, V, 3:
Concoquunt et movent pus nardum, murra, costus, balsamum, galbanum, propolis, sturax, turis et fuligo et cortex, bitumen, pix, sulpur, resina, sebum, adeps, oleum.
«Fanno maturare il pus e lo fanno defluire: il nardo, la mirra, il costo, il balsamo, il galbano, la propoli, lo storace, la fuliggine e la corteccia d’incenso, il bitume, la pece, lo zolfo, la resina, il sego, il grasso, l’olio.»
V, 12: Evocat et educit ladanum, alumen rotundum, hebennus, lini semen, omphacium, fel, chalcitis, bdellium, resina terebenthina et pinea, propolis, ficus arida decocta, stercus columbae, pumex, farina lolii, grossi in aqua cocti, elaterium, lauri bacae, nitrum, sal.
«Attirano e fanno uscire: il ladano, l’allume rotondo, l’ebano, il seme di lino, il succo d’uva acerba, il fiele, la calcite, il bdellio, la resina di terebinto e di pino, la propoli, il fico secco cotto, lo sterco di piccione, la pietra pomice, la farina di loglio, fichi verdi cotti nell’acqua, l’elaterio, le bacche di alloro, il nitro, il sale.»
[6] Dioscoride, De materia medica, II, 84:
πρόπολιν δὲ παραλημπτέον τὴν ξανθὴν καὶ εὐώδη καὶ στυρακίζουσαν, μαλακήν τε ἐν τῷ ὑπερξήρῳ καὶ μαστίχης τρό- πον ἐφελκομένην. ἔστι δὲ θερμαντικὴ ἄγαν καὶ ἐπισπαστικὴ καὶ σκολόπων ἑλκυστική· ἀρήγει δὲ καὶ βηξὶ παλαιαῖς ὑπο- θυμιωμένη, αἴρει δὲ καὶ λειχῆνας ἐπιτιθεμένη. εὑρίσκεται δὲ περὶ τοῖς στόμασι τῶν σμηνίων, φύσει κηροειδής.
«Per quanto riguarda la propoli, bisogna scegliere quella gialla o fulva, odorosa e che ricorda lo storace nell’odore, che rimane morbida anche quando è molto secca e che si allunga come il mastice. Possiede un’azione fortemente riscaldante e attrattiva, e permette di estrarre le spine o le schegge dal corpo. Impiegata in fumigazione, è utile contro le tossi antiche; applicata localmente, fa scomparire le lesioni cutanee. La si trova intorno alle aperture delle arnie; per natura ha una consistenza simile alla cera.»
[7] Scribonio Largo, Compositiones, 209:
Emplastrum nigrum Aristi chirurgi facit ad omne recens vulnus mirifice, ad punctus nervorum et ad musculorum, item ad contusum, luxum, praecipue ad ossa fracta.
«L’impiastro nero del chirurgo Aristo agisce in modo straordinario su ogni ferita recente, sulle ferite che interessano i nervi e i muscoli, così come sulle contusioni e le lussazioni, e in particolare sulle fratture.»
[8] Scribonio Largo, Compositiones, 214:
adicitur propolis malinae sincerae et bonae, qualis est Attica, pondo selibra…
«Si aggiunge mezza libbra di propoli […] pura e buona, come quella dell’Attica.»
La parola malinae, tramandata prima di sincerae, pone una difficoltà testuale e non viene tradotta qui.
Per l’impiastro nero del chirurgo Aristo e il malagma contro i dolori cronici, si veda Compositiones, 209 e 262.
[9] Scribonio Largo, Compositiones, 224:
item propolis per se subacta et more emplastri imposita.
«Allo stesso modo, la propoli, impastata da sola e applicata come un impiastro, è efficace.»
[10] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XI, 16:
Prima fundamenta commosin vocant periti, secunda pissoceron, tertia propolin, inter coria cerasque, magni ad medicamina usus. Commosis crusta est prima, saporis amari. Pissoceros super eam venit, picantium modo, ceu dilutior cera. E vitium populorumque mitiore cummi propolis, crassioris iam materiae additis floribus, nondum tamen cera, sed favorum stabilimentum, qua omnes frigoris aut iniuriae aditus obstruuntur, odore et ipsa etiamnum gravi, ut qua plerique pro galbano utantur.
«Gli esperti chiamano commosis il primo strato, pissoceros il secondo, propolis il terzo – tra gli involucri e la cera –, quest’ultima essendo di grande utilità in medicina. La commosis è la prima crosta, dal sapore amaro. Il pissoceros viene sopra di essa, come una sorta di pece, simile a una cera più diluita. La propoli proviene dalla gomma relativamente dolce delle viti e dei pioppi; è già una materia più densa, a cui vengono aggiunti dei fiori; non è però ancora cera, bensì un sostegno per i favi, mediante il quale vengono chiusi tutti i passaggi che potrebbero far entrare il freddo o qualche danno – essa stessa dall’odore ancora forte, al punto che molti la impiegano al posto del galbano.»
[11] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXIV, 47:
[Populus nigra] fundit illa et resinam exiguam, qua utuntur ad malagmata. […] Populi ferunt et in foliis guttam, ex qua apes propolim faciunt.
«[Il pioppo nero] essuda anche una resina in piccola quantità, che si utilizza per gli impiastri molli (malagmata). […] I pioppi portano anche sulle loro foglie una “goccia”, a partire dalla quale le api fabbricano la propoli.»
Le frasi vicine a questo passaggio sono testualmente incerte nella tradizione manoscritta (lezioni divergenti a seconda delle edizioni); solo la frase qui citata sull’origine della propoli è stabile.
[12] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXII, 107:
prima propolis alvorum, de qua diximus, aculeos et omnia infixa corpori extrahit, tubera discutit, dura concoquit, dolores nervorum mulcet ulceraque iam desperantia cicatricem cludit.
«Anzitutto, la propoli delle arnie, di cui abbiamo già parlato, estrae i pungiglioni e tutto ciò che è conficcato nel corpo; dissipa le tumefazioni, fa maturare gli indurimenti, allevia i dolori dei nervi e chiude con la cicatrizzazione persino le ulcere di cui ormai si disperava.»
[13] Galeno, De simplicium medicamentorum temperamentis ac facultatibus, VIII, 16, 36 (Kühn XII, p. 108):
Πρόπολις ῥυπτικῆς μέν ἐστιν οὐκ ἰσχυρᾶς δυνάμεως, ἑλκτικῆς δ’ ἱκανῶς ἰσχυρᾶς. ἔστι γὰρ λεπτομερὴς τὴν οὐσίαν. θερμαίνει δὲ κατὰ τὴν δευτέραν ἀπόστασιν ἤδη συμπληρουμένην καὶ τρίτην ἀρχομένην.
«La propoli possiede una facoltà detersiva non molto forte, ma una facoltà attrattiva sufficientemente potente. Ciò deriva dal fatto che la sua sostanza è costituita da particelle sottili. Riscalda a un grado corrispondente alla fine del secondo grado e all’inizio del terzo.»
[14] Galeno, De compositione medicamentorum per genera, III, 2 (Kühn XIII):
πρόπολιν πρόσφατον, ὑγρὰν καὶ λιπαρὰν, ἣν ὁ γεωργὸς εἶχεν, ἐπιθέντα κατὰ τοῦ τραύματος καὶ ποτὲ ζύμην μόνην καὶ ποτὲ ἄμφω μίξαντα· χρὴ δὲ τὴν μὲν ζύμην ὅτι παλαιοτάτην εἶναι, τὴν πρόπολιν δὲ ἐναντίως ἔχειν αὐτῇ κατὰ χρόνον· εἰ δὲ εἴη παλαιοτέρα, μαλαττέσθω παρὰ τὸ πῦρ δι’ ἐλαίου ἢ ἐν ἡλίῳ.
«[Ho] applicato su una ferita della propoli fresca, umida e grassa, che possedeva il contadino, e talvolta del lievito da solo, e talvolta i due mescolati insieme. Bisogna che il lievito sia il più vecchio possibile, mentre la propoli, al contrario, lo sia il meno possibile; se è più vecchia, la si ammorbidisca vicino al fuoco con dell’olio, oppure al sole.»
[15] Papyri Graecae Magicae, IV, 2373-2440 (Grande Papiro magico di Parigi, Bibliothèque nationale de France, Suppl. Grec 574):
λαβὼν κηρὸν ἄπυρον, τὸν λεγόμενον πρόπολιν, πλάσον ἄνθρωπον ἔχοντα τὴν δεξιὰν χεῖρα ἐπαιτοῦσαν…
«Prendi della cera non passata al fuoco, quella che viene chiamata propoli, e modella un uomo con la mano destra tesa come quella di un mendicante…»
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