Bambini nel menu dei Baccanali? Indagine su una diceria antica

Tradotto dal francese


Rilievo delle Menadi (da mainomai (μαίνομαι), «essere preso da follia, delirare»), Grecia, fine del II secolo a.C., collezione della Fondazione Martin Bodmer, Cologny-Ginevra (Foto M.Grandjean)

Bambini fatti a pezzi durante le orge, madri che divorano la propria prole, un dio del vino abbeverato di sangue. Nel corso dei secoli, queste immagini sono rimaste attaccate a Dioniso (Bacco per i Romani), il più sfuggente degli dèi. Ma dietro il racconto sensazionale, le tracce storiche sono esili: fonti rare, spesso tarde o di parte, da Tito Livio a Plutarco, e una lunga catena di interpretazioni.

Da oltre quarant’anni, studiose e studiosi hanno via via sezionato questa diceria antica: quella di un culto in cui si sarebbero mangiati bambini.

Un mito di orrore e di rinascita

Tutto parte da un mito, quello dello smembramento di Dioniso bambino da parte dei Titani. Il racconto, trasmesso nella tradizione orfica (conservata da testimonianze di epoche diverse, in particolare quelle di Clemente Alessandrino e dei neoplatonici[1]), narra come il giovane dio venga attirato con dei giocattoli, catturato, fatto a pezzi, bollito e arrostito, poi mangiato prima di rinascere. Zeus, per vendicarlo, fulmina i Titani. Solo Olimpiodoro, nel VI secolo, aggiunge che dalla fuliggine dei loro corpi nasce l’umanità, impastata di carne divina e di polvere criminale.

Da qui deriverebbe, si crede, l’origine di un culto sanguinario.

Ma per Maria Daraki, autrice di L’enfant dionysiaque (1981), si tratta di un’allegoria cosmica: la morte del dio non è che una tappa del ciclo della vita.

«Il dio riceve in sacrificio la propria forma infantile», scrive, sottolineando che la distruzione e la rinascita si rispondono come due momenti di uno stesso movimento. In questa visione, lo «stufato di bambino» non ha nulla di un crimine: è la metafora di una rigenerazione del mondo.

Una violenza simbolica

In Le sacrifice humain en Grèce ancienne (1994), Pierre Bonnechere contesta che le leggende dionisiache provino l’esistenza di sacrifici umani storici. Le parole greche sparagmós (σπαραγμός, «lacerazione»)[2] e ōmophagía (ὠμοφαγία, «il mangiare crudo»)[3] non bastano a stabilire una pratica su esseri umani. Non esclude tuttavia pratiche occasionali di smembramento e di consumo di carne cruda su animali.

Il sacrificio dionisiaco, ai suoi occhi, è uno specchio della città greca: i miti e i riti mettono in scena un’inversione temporanea delle norme che contribuisce a riaffermare l’ordine sociale.

Le madri colpevoli

Ma nei racconti di omicidi familiari, l’orrore si concentra spesso sulle donne.

L’immagine delle madri baccanti –Agave a Tebe, le Miniadi di Orcomeno, o ancora le donne di Argo contagiate dalla follia delle Pretidi– ha ampiamente alimentato la leggenda. In questi racconti tragici, donne di alto rango, colpite dal delirio dionisiaco, abbandonano le loro case, coronate d’edera e armate del tirso, per raggiungere la montagna. Lì, nell’ebbrezza del dio, credono di celebrare misteri sacri; ma l’estasi si volge in orrore: credendo di sbranare un cerbiatto, fanno a pezzi il proprio figlio.

Così Agave, sorella di Semele, sbrana il figlio Penteo nelle Baccanti di Euripide[4], credendo di abbattere un leone (la tragedia non dice che lo mangi).

Le Miniadi, le tre figlie del re Minia, rifiutano di partecipare al culto. Per punirle, Dioniso ispira loro una follia vendicatrice: fanno a pezzi Ippaso, figlio di una di loro, Leucippe, poi vengono trasformate in un pipistrello e in due uccelli notturni[5].

Daraki mostra che queste storie appartengono al discorso morale della città: servono a denunciare i culti femminili e a contrapporre un sacrificio maschile e regolato alla violenza selvaggia delle donne. L’uccisione rituale del bambino diventa così il simbolo di un disordine addomesticato.

Stéphanie Wyler, nel suo studio Des ragoûts d’enfants dans les orgies dionysiaques? (2012), rileva un dettaglio decisivo: in questi miti, le madri uccidono, ma non mangiano. Un solo testo antico attribuisce loro un simile pasto, la Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro, a proposito delle donne di Argo.

Salamina e il «sacrificio umano»

Alcuni autori antichi hanno voluto dare corpo a questa violenza mitica. Plutarco racconta così che prima della battaglia di Salamina, Temistocle avrebbe sacrificato tre giovani Persiani a Dioniso Omestès («mangiatore-di-carne-cruda»)[6]. Pierre Bonnechere non vi vede che un sacrificio «cosiddetto». Anche se riprende una fonte anteriore, Fania di Lesbo, Plutarco scrive quasi sei secoli dopo la battaglia. Le vittime sono prigionieri di guerra definiti «giovani», senza precisazione d’età.

Il dio e la sua vittima

Dalle madri smarrite nella trance ai sacerdoti accusati di crimini, tutto riconduce a un gioco di confini. Il culto di Dioniso confonde volentieri i limiti.

In diverse tradizioni, il dio riceve vittime animali che gli somigliano: un capretto per Dioniso Eriphios («il capretto»). Dio-toro, che gli Argivi chiamano Bougenès («nato da una vacca»), riceve anche vitelli: a Tenedo, riferisce Eliano[7], una vacca gravida, dopo aver partorito, viene trattata come una puerpera; il suo vitello viene calzato di coturni, poi sacrificato al dio chiamato anthrôporraistès («smembratore di uomini»).

Per Daraki, questa fusione tra dio e offerta traduce una logica religiosa: ogni sacrificio ripete simbolicamente la morte e la rinascita del dio. Vi vede anche una sostituzione: la città incanala la violenza dionisiaca trasponendola nel mondo animale. La crudeltà sussiste, ma in forma addomesticata.

Roma, la paura e lo scandalo

Quando il culto arriva a Roma, la paura cambia volto.

I Baccanali, severamente repressi e regolamentati nel 186 a.C., sono descritti da Tito Livio come assemblee miste in cui si ritrovano uomini e donne di ogni condizione, compresi dei giovani. Lo storico dipinge una scena di dissolutezza notturna:

«La violenza restava nascosta, perché, tra le urla, il frastuono dei tamburelli e dei cembali, nessuna voce di coloro che chiedevano aiuto in mezzo agli stupri e agli omicidi poteva essere udita.»[8]

Più avanti, riferendo le dichiarazioni di Ispala Fecenia, liberta e cortigiana rinomata, aggiunge ancora, come per finire di spaventare il suo lettore:

«Coloro che sopportavano male il disonore e si mostravano restii a commettere un crimine venivano immolati come vittime.»[9]

Questo doppio registro –orgia e sacrificio– basta a trasformare un culto popolare in una minaccia per la città.

Wyler sottolinea che il racconto di questi crimini e di queste dissolutezze giustifica la repressione senatoria, verosimilmente motivata da inquietudini politiche e religiose legate all’ordine civico. Denuncia anche uno slittamento: i giovani di Tito Livio sono stati assimilati da interpreti moderni ai bambini piccoli delle immagini di iniziazione, senza che il testo autorizzi questo accostamento.

Spesso si sono lette queste accuse come un modo, per Roma, di proiettare la ferocia sull’altro. Nella sua tesi Eating People Is Might (2022), Christopher Weimer va in direzione opposta. È improbabile, secondo lui, che queste accuse siano state inventate di sana pianta: nascono nella stessa cultura di coloro che le lanciano, e Bacco è onorato in Italia da secoli. Il Senato, del resto, non prende di mira il dio, ma i suoi fedeli, di cui teme la potenza. Tito Livio parla di omicidi e di sacrifici, mai di pasti cannibali. Già nei miti, Dioniso è una figura del dominio: lo si teme non per i suoi banchetti, ma per la sua forza. Il cannibalismo non è più un atto: è una metafora del potere divorante.

Una leggenda, non un crimine

Degli «stufati di bambini» dionisiaci non restano che miti, paure e immagini. Nessuna fonte antica affidabile descrive un reale sacrificio di bambini. Ciò che a lungo è stato preso per testimonianze non è che un discorso simbolico sulla violenza, sul genere e sul potere.

Per Daraki, il mito traduce la circolazione del vivente; per Bonnechere, il controllo del disordine attraverso l’inversione temporanea delle norme; per Wyler, la fabbricazione di una leggenda; per Weimer, l’espressione di un potere che divora.

In questo immaginario, Dioniso appare come un dio della mescolanza delle forme, degli esseri e dei confini.

Il vero scandalo non è che si siano mangiati bambini in suo onore, ma che si sia osato pensare una divinità capace di inghiottire tutte le opposizioni: vita e morte, uomo e bestia, vittima e dio.

Studi moderni consultati

[1] Clemente Alessandrino, Protrettico, 2, 17, 2 e 18, 1 (frammenti 34–35 Kern):
Τὰ γὰρ Διονύσου μυστήρια τέλεον ἀπάνθρωπα· ὃν εἰσέτι παῖδα ὄντα ἐνόπλῳ κινήσει περιχορευόντων Κουρήτων, δόλῳ δὲ ὑποδύντων Τιτάνων, ἀπατήσαντες παιδαριώδεσιν ἀθύρμασιν, οὗτοι δὴ οἱ Τιτᾶνες διέσπασαν, ἔτι νηπίαχον ὄντα […]. οἱ δὲ Τιτᾶνες, οἱ καὶ διασπάσαντες αὐτόν, λέβητά τινα τρίποδι ἐπιθέντες καὶ τοῦ Διονύσου ἐμβαλόντες τὰ μέλη, καθήψουν πρότερον· ἔπειτα ὀβελίσκοις περιπείραντες ὑπείρεχον Ἡφαίστοιο.
«I misteri di Dioniso sono infatti del tutto disumani. Quando era ancora bambino e i Cureti danzavano intorno a lui in armi, i Titani si introdussero con l’inganno; dopo averlo raggirato con giocattoli infantili, questi Titani lo fecero a pezzi, ancora piccolissimo […]. I Titani, proprio quelli che lo avevano smembrato, posero un calderone su un tripode, vi gettarono le membra di Dioniso e le fecero prima bollire; poi, dopo averle infilzate sugli spiedi, le tennero sopra Efesto [il fuoco].»

Proclo, Commento al Timeo, II, p. 145, 18 sqq. Diehl (frammento 210 Kern):
ἑπτὰ δὲ πάντα μέλη κούρου διεμοιρήσαντο.
«E divisero in sette parti tutte le membra del fanciullo.»

Olimpiodoro, Commento al Fedone, 1, 3, edizione Westerink (frammento 220 Kern):
εἶτα τὸν Δία διεδέξατο ὁ Διόνυσος, ὅν φασι κατ’ ἐπιβουλὴν τῆς Ἥρας τοὺς περὶ αὐτὸν Τιτᾶνας σπαράττειν καὶ τῶν σαρκῶν αὐτοῦ ἀπογεύεσθαι. καὶ τούτους ὀργισθεὶς ὁ Ζεὺς ἐκεραύνωσε, καὶ ἐκ τῆς αἰθάλης τῶν ἀτμῶν τῶν ἀναδοθέντων ἐξ αὐτῶν ὕλης γενομένης γενέσθαι τοὺς ἀνθρώπους.
«Poi Dioniso succedette a Zeus. Su istigazione di Era, si dice, i Titani che lo circondavano lo fecero a pezzi e assaggiarono la sua carne. Zeus, adirato con loro, li fulminò; dalla fuliggine dei vapori che si levarono dai loro corpi si formò una materia da cui nacquero gli uomini.»

[2] Euripide, Baccanti 1134–1136:
[…] γυμνοῦντο δὲ πλευραὶ σπαραγμοῖς· πᾶσα δ᾽ ᾑματωμένη χεῖρας διεσφαίριζε σάρκα Πενθέως.
«[…] I suoi fianchi erano messi a nudo dalle lacerazioni; e ciascuna, con le mani coperte di sangue, si rilanciava come una palla la carne di Penteo.»

[3] Euripide, Baccanti, 139, espressione tratta dal canto del coro:
αἷμα τραγοκτόνον, ὠμοφάγον χάριν […].
«Il sangue del capro abbattuto, il piacere di mangiare la carne cruda […].»

[4] Euripide, Baccanti 1114–1139:
πρώτη δὲ μήτηρ ἦρξεν ἱερέα φόνου καὶ προσπίτνει νιν. […] λαβοῦσα δ᾽ ὠλένης ἀριστερὰν χέρα, πλευραῖσιν ἀντιβᾶσα τοῦ δυσδαίμονος ἀπεσπάραξεν ὦμον, οὐχ ὑπὸ σθένους, ἀλλ᾽ ὁ θεὸς εὐμάρειαν ἐπεδίδου χεροῖν· Ἰνὼ δὲ τἀπὶ θάτερ᾽ ἐξειργάζετο, ῥηγνῦσα σάρκας […]
«La prima, sua madre, da sacerdotessa, diede inizio alla strage e si getta su di lui. […] Afferrandogli il braccio sinistro per l’avambraccio, il piede puntato contro i fianchi dello sventurato, gli strappò la spalla, non con la propria forza: era il dio a dare alle sue mani quella facilità. Ino, dall’altra parte, compiva la stessa opera lacerando le carni […]»

[5] Antonino Liberale 10:
καὶ μετ᾽ οὐ πολὺ κλήρους εἰς ἄγγος αἱ τρεῖς ἐμβαλοῦσαι ἀνέπηλαν· ἐπεὶ δ᾽ ὁ κλῆρος ἐξέπεσε Λευκίππης, ηὔξατο θῦμα τῷ θεῷ δώσειν καὶ Ἵππασον τὸν ἑαυτῆς παῖδα διέσπασε σὺν ταῖς ἀδελφαῖς. […] ἄχρις αὐτὰς Ἑρμῆς ἁψάμενος τῇ ῥάβδῳ μετέβαλεν εἰς ὄρνιθας· καὶ αὐτῶν ἡ μὲν ἐγένετο νυκτερίς, ἡ δὲ γλαῦξ, ἡ δὲ βύξα.
«Poco dopo, tutte e tre gettarono delle sorti in un vaso e lo scossero. Uscita la sorte di Leucippe, ella fece voto di offrire una vittima al dio e, con le sorelle, fece a pezzi Ippaso, il proprio figlio. […] Infine Ermes le toccò con la sua verga e le mutò in creature alate: una divenne pipistrello, l’altra civetta, la terza gufo.»

Ovidio, Metamorfosi 4, 414–415:
Tectaque, non silvas celebrant lucemque perosae nocte volant seroque tenent a vespere nomen.
«Abitano le case, non i boschi; odiando la luce, volano di notte e traggono il loro nome dalla tarda sera.» (Vesper, la sera, ha dato vespertilio, il pipistrello.)

[6] Plutarco, Vita di Temistocle 13, 2–3; 13, 5:
Θεμιστοκλεῖ δὲ παρὰ τὴν ναυαρχίδα τριήρη σφαγιαζομένῳ τρεῖς προσήχθησαν αἰχμάλωτοι, κάλλιστοι μὲν ἰδέσθαι τὴν ὄψιν, ἐσθῆσι δὲ καὶ χρυσῷ κεκοσμημένοι διαπρεπῶς. ἐλέγοντο δὲ Σανδαύκης παῖδες εἶναι τῆς βασιλέως ἀδελφῆς καὶ Ἀρταΰκτου. τούτους ἰδὼν Εὐφραντίδης ὁ μάντις, ὡς ἅμα μὲν ἀνέλαμψεν ἐκ τῶν ἱερῶν μέγα καὶ περιφανὲς πῦρ, ἅμα δὲ πταρμὸς ἐκ δεξιῶν ἐσήμηνε, τὸν Θεμιστοκλέα δεξιωσάμενος ἐκέλευσε τῶν νεανίσκων κατάρξασθαι καὶ καθιερεῦσαι πάντας ὠμηστῇ Διονύσῳ προσευξάμενον· οὕτω γὰρ ἅμα σωτηρίαν τε καὶ νίκην ἔσεσθαι τοῖς Ἕλλησιν. […] ταῦτα μὲν οὖν ἀνὴρ φιλόσοφος καὶ γραμμάτων οὐκ ἄπειρος ἱστορικῶν Φανίας ὁ Λέσβιος εἴρηκε.
«Mentre Temistocle sacrificava presso la trireme ammiraglia, gli furono condotti tre prigionieri di grande bellezza, magnificamente adorni di vesti e d’oro; si diceva che fossero figli di Sandauce, sorella del re, e di Artaucte. Vedendoli, nel momento stesso in cui una grande fiamma splendente si levava dalle vittime e uno starnuto si udiva a destra, l’indovino Eufrantide prese la mano destra di Temistocle e gli ordinò di dare inizio al sacrificio di quei giovani e di immolarli tutti a Dioniso Mangiatore-di-carne-cruda, rivolgendogli una preghiera: così i Greci avrebbero ottenuto insieme la salvezza e la vittoria. […] Questo è ciò che ha raccontato Fania di Lesbo, filosofo non privo di conoscenza degli scritti degli storici.»

[7] Eliano, La natura degli animali 12, 34:
Τενέδιοι δὲ τῷ ἀνθρωπορραίστῃ Διονύσῳ τρέφουσι κύουσαν βοῦν, τεκοῦσαν δὲ ἄρα αὐτὴν οἷα δήπου λεχὼ θεραπεύουσι. τὸ δὲ ἀρτιγενὲς βρέφος καταθύουσιν ὑποδήσαντες κοθόρνους. ὅ γε μὴν πατάξας αὐτὸ τῷ πελέκει λίθοις βάλλεται δημοσίᾳ, καὶ ἔστε ἐπὶ τὴν θάλατταν φεύγει.
«Gli abitanti di Tenedo allevano per Dioniso “smembratore di uomini” una vacca gravida; quando ha partorito, la curano come una puerpera. Sacrificano il neonato [il vitello] dopo averlo calzato di coturni. Ma colui che lo ha colpito con la scure viene lapidato pubblicamente e fugge fino al mare.»

[8] Tito Livio, 39, 8, 8:
Occulebat vim quod prae ululatibus tympanorumque et cymbalorum strepitu nulla vox quiritantium inter stupra et caedes exaudiri poterat.
«Ciò che nascondeva la violenza era il fatto che, in mezzo alle urla e al fragore dei tamburelli e dei cembali, non si poteva udire nessuna delle voci che chiedevano aiuto tra gli stupri e gli omicidi.» (Quiritare, «chiedere aiuto», significa letteralmente «chiamare i Quiriti», cioè i cittadini.)

[9] Tito Livio, 39, 13, 11:
Si qui minus patientes dedecoris sint et pigriores ad facinus, pro victimis immolari.
«Coloro che sopportavano male il disonore e si mostravano restii a commettere un crimine venivano immolati come vittime.» (Tito Livio riporta qui, in discorso indiretto, le dichiarazioni di Ispala.)


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