Polis: quando la città era anche un gioco da tavolo

Tradotto dal francese


Achille e Aiace attorno a un gioco da tavolo, su una scacchiera. Lekythos attico a fondo bianco attribuito all’officina di Diosphos, intorno al 500 a.n.e., scoperto a Tanagra. Parigi, Museo del Louvre, inv. MNB 911 / L 34. (Foto wikimedia)

Atene, intorno al 430 prima della nostra era. Sul palcoscenico del teatro, gli attori mascherati recitano Le Fuggiashe, una commedia del poeta comico Cratino di cui ci sono pervenuti solo alcuni frammenti[1]. Un personaggio declama: «Figlio di Pandione, re della città dal suolo fertile, sai bene di quale città si tratta, di quella dove si gioca al “cane” e alla “città”». Tra il pubblico, tutti hanno colto il gioco di parole. Kyôn (κύων) designa al tempo stesso l’animale e il pezzo del gioco; polis (πόλις), è la città, ed è anche il nome del gioco in questione.

Si tratta della prima menzione di un gioco da tavolo che doveva essere assai diffuso nella Grecia antica, nella categoria generica della petteia (πεττεία), quella dei giochi praticati con i pessoi (πεσσοί), ovvero pedine o gettoni.

Ma la polis non si lascia circoscrivere facilmente. Come per tutti i giochi antichi, le fonti sono lacunose. Gli autori menzionano i giochi per sostenere una metafora, illustrare un argomento filosofico, raccontare un aneddoto… mai per spiegarne le regole.

Quel che dice Polluce

La fonte più preziosa rimane l’Onomasticon di Polluce, lessicografo greco di origine egiziana attivo ad Atene[2]. È grazie a lui che ci è pervenuto il frammento di Cratino, ed è lui a fornire le uniche indicazioni tecniche di cui disponiamo: il tavoliere si chiama polis, ogni pedina si chiama kyôn, e la meccanica del gioco si basa sulla cattura per accerchiamento:

«Le pedine essendo ripartite in due gruppi secondo il loro colore, l’arte del gioco consiste nel catturare una pedina di colore diverso accerchiandola con due pedine dello stesso colore.»

Polluce indica anche che il gioco si pratica con molte pedine su un tavoliere comprendente case separate da linee. Il termine plinthion (πλινθίον) impiegato per designare il tavoliere quadrettato non è casuale: gli scritti militari di Arriano e di Giuseppe Flavio lo utilizzano per parlare di un corpo di truppa in formazione rettangolare. Il vocabolario è militare prima di essere ludico.

Il nome stesso di polis non è probabilmente scelto a caso: il tavoliere diventa una sorta di territorio, organizzato in case come una città o uno spazio da controllare. Le pedine vi si muovono, vi si contrappongono, vi si accerchiano come gruppi in lotta. Senza spingersi troppo oltre nell’interpretazione, il vocabolario utilizzato dai Greci mostra almeno questo: il gioco non viene concepito soltanto come un divertimento, ma come un modo di rappresentare, in miniatura, rapporti di forza e logiche di organizzazione proprie della città.

Un gioco così diffuso da servire da riferimento

La polis doveva essere abbastanza diffusa da servire da riferimento implicito per ogni sorta di situazioni.

Platone ha certamente questo gioco in mente quando, nella Repubblica, fa dire ad Adimanto che gli interlocutori di Socrate sono come giocatori maldestri «che gli abili finiscono per bloccare e che non sanno più cosa giocare»[3]. L’immagine presuppone un gioco in cui la mobilità si riduce col procedere delle mosse, fino all’asfissia tattica. Nel Politico, lo stesso Platone evoca gli «eccellenti giocatori di pedine» (ἄκροι πεττευταί) come un’abilità rara al punto da essere quasi introvabile[4]. E, nel passo della Repubblica in cui Socrate ironizza sulle città divise, gioca apertamente sul doppio senso della parola polis: «ciascuna di esse non è una città, ma delle città, come si dice nel gioco»[5]. La frase è impossibile da tradurre senza perdere il calembour, che presuppone che il lettore percepisca i due sensi simultaneamente.

Aristotele trae da questa meccanica una delle formule più felici della Politica: l’uomo senza città è «come una pedina non appaiata in un gioco di pedine», azyx hôsper en pettois (ἄζυξ ὥσπερ ἐν πεττοῖς)[6]. La parola azyx significa letteralmente «non sottoposto al giogo», dunque senza partner. Nel contesto della polis, la metafora è tattica prima di essere morale: l’isolamento non è soltanto una condizione esistenziale, è una situazione perdente.

Polibio, due secoli dopo Platone, descrive così la strategia del cartaginese Amilcare contro i mercenari in rivolta: «come un buon giocatore di pedine, li isolava, li accerchiava e li annientava senza combattere»[7].

L’aneddoto più pungente spetta a Diogene Laerzio. Eraclito, ritiratosi nel tempio di Artemide a Efeso, giocava agli astragali con i bambini. Agli Efesini stupiti avrebbe detto:

«Di che vi meravigliate, miserabili? Non vale forse meglio fare questo che “politeuesthai” con voi?»[8]

Il verbo politeuesthai è intraducibile: «amministrare la città» da un lato, «giocare alla polis» dall’altro. Eraclito, ammesso che l’aneddoto sia attendibile, sapeva che il suo pubblico avrebbe colto entrambi i sensi. La politica efesina, che disprezzava, non era in fondo per lui che una cattiva mossa sul tavoliere.

I tavolieri incisi trovati sul sito di Ramnunte (Ῥαμνοῦς), sulla costa dell’Attica presso Maratona.

Quel che non si saprà mai

Ricapitoliamo. La polis è un gioco da tavolo per due giocatori, con pedine tutte identiche, una cattura per accerchiamento e una logica strategica abbastanza ricca da aver alimentato per secoli le metafore dei filosofi e degli storici greci. È più o meno tutto quel che si può dire delle regole.

Le dimensioni del tavoliere rimangono ugualmente ignote, così come il numero di pedine. Gli scavi hanno portato alla luce griglie incise nella pietra in formati assai diversi – 8×10, 9×9, 11×11, 11×12, 11×8 – senza che sia possibile ricavarne alcuna standardizzazione[9]. Per le pedine, due lessici tardi riferiscono che il gioco si praticava con sessanta pedine[10]. Il dato è sospetto. Nessuna fonte classica lo conferma, Polluce parlava soltanto di «molte pedine», e trenta pedine per campo costituiscono un effettivo considerevole rispetto ai tavolieri conservati. Il dibattito scientifico rimane aperto: alcuni difendono le sessanta pedine su griglia di 8×8, altri propendono per effettivi più modesti.

Il ravvicinamento tra la polis greca e il ludus latrunculorum romano ricorre regolarmente nella letteratura scientifica. I due giochi condividono una griglia, pedine equivalenti, un meccanismo di cattura per accerchiamento e una comune assenza di dadi. La parentela è probabile, senza che si possa stabilire se si tratti di una filiazione diretta o di due nomi per uno stesso gioco.

Cratino faceva ridere gli Ateniesi giocando sul doppio senso di polis. Quindici secoli dopo, a Costantinopoli, lessicografi bizantini annotavano ancora poleis paizein, «giocare alle città», come un proverbio – precisando al tempo stesso che non si diceva più «città» ma «case» per designare gli spazi del tavoliere [11]. Il gioco aveva attraversato la Grecia classica, l’Impero romano e Bisanzio – abbastanza a lungo da entrare nella lingua, non abbastanza perché qualcuno si desse la pena di annotarne le regole.

[1] Cratino, Le Fuggiashe (Δραπέτιδες), fr. 61 Kassel-Austin: «Πανδιονίδα πόλεως βασιλέως τῆς ἐριβώλακος, οἶσθ’ ἣν λέγομεν, καὶ κύνα καὶ πόλιν, ἣν παίζουσιν». Il frammento, il cui contesto drammatico è perduto, è trasmesso da Polluce, Onomasticon, 9.99, e da Zenobio, Corpus Paroemiographorum Graecorum, 5.67. La datazione della commedia è discussa: intorno al 430 a.n.e., talvolta 443/442. Il «figlio di Pandione» rimanda a Teseo, eroe fondatore di Atene.

[2] Polluce (c. 135–c. 188 d.n.e.), Onomasticon, 9.98–99: «ἡ δὲ διὰ πολλῶν ψήφων παιδιὰ πλινθίον ἐστί, χώρας ἐν γραμμαῖς ἔχον διακειμένας· καὶ τὸ μὲν πλινθίον καλεῖται πόλις, τῶν δὲ ψήφων ἑκάστη κύων· διῃρημένων δὲ εἰς δύο τῶν ψήφων κατὰ τὰς χρόας, ἡ τέχνη τῆς παιδιᾶς ἐστὶ περιλήψει δύο ψήφων ὁμοχρόων τὴν ἑτερόχρων ἀνελεῖν.»

[3] Platone (c. 428–348 a.n.e.), Repubblica, VI, 487b-c: «ὥσπερ ὑπὸ τῶν πεττεύειν δεινῶν οἱ μὴ τελευτῶντες ἀποκλείονται καὶ οὐκ ἔχουσιν ὅτι φέρωσιν.»

[4] Platone, Politico, 292e: «ἴσμεν γὰρ ὅτι χιλίων ἀνδρῶν ἄκροι πεττευταὶ τοσοῦτοι πρὸς τοὺς ἐν τοῖς ἄλλοις Ἕλλησιν οὐκ ἂν γένοιντό ποτε.»

[5] Platone, Repubblica, IV, 422e: «ἑκάστη γὰρ αὐτῶν πόλεις εἰσὶ πάμπολλαι ἀλλ᾽ οὐ πόλις, τὸ τῶν παιζόντων.»

[6] Aristotele (384–322 a.n.e.), Politica, I, 2, 1253a: «ἅτε περ ἄζυξ ὢν ὥσπερ ἐν πεττοῖς.»

[7] Polibio (c. 200–c. 118 a.n.e.), Storie, I, 84, 7: «πολλοὺς μὲν γὰρ αὐτῶν ἐν ταῖς κατὰ μέρος χρείαις ἀποτεμνόμενος καὶ συγκλείων ὥσπερ ἀγαθὸς πεττευτὴς ἀμαχεὶ διέφθειρε.»

[8] Diogene Laerzio (III secolo d.n.e.), Vite, dottrine e sentenze dei filosofi illustri, IX, 1, 3: «τί, ὦ κάκιστοι, θαυμάζετε; ἢ οὐ κρεῖττον τοῦτο ποιεῖν ἢ μεθ᾽ ὑμῶν πολιτεύεσθαι;»

[9] Tavoliere di 11×12 case inciso presso il tempio di Era a Samo; lastra frammentaria di 11×8 a Maresa (Idumea, epoca ellenistica); griglia di 11×11 al Museo archeologico di Zeugma; griglie di 9×9 e 8×10 sui banchi del forte di Ramnunte (Attica, 252 a.n.e.).

[10] Fozio, Lessico, π 439: «πόλεις παίζειν· τὰς νῦν χώρας καλουμένας ἐν ταῖς ξʹ ψήφοις» – «”giocare alle città”: ciò che oggi si chiama case nel gioco delle sessanta pedine.» La lettera ξʹ vale 60 nella numerazione greca. Stessa informazione in Pausania l’Atticista, Lexicon Atticon, π 26. Polluce (Onomasticon, 9.98) parla per parte sua di «molte pedine» (διὰ πολλῶν ψήφων), senza precisare un numero.

[11] L’espressione poleis paizein (πόλεις παίζειν) è attestata come proverbio in diversi lessici. Scolio su Platone, Repubblica IV, 422e: «πόλεις παίζειν εἶδος ἐστι πεττευτικῆς παιδιᾶς· μετῆκται δὲ καὶ εἰς παροιμίαν» – «”giocare alle città” è una sorta di gioco di pedine; è diventato anche proverbio». Vedi anche Esichio di Alessandria, Lessico, π 2757; Suda, π 1911. Zenobio (Corpus Paroemiographorum Graecorum, 5.67) precisa che gli spazi del tavoliere, un tempo chiamati «città» (poleis), sono ormai chiamati «case» (chôrai).


Altri articoli del blog Nunc est bibendum

error: Ce contenu est protégé