Festa dei Meditrinalia: alla salute!

Tradotto dal francese


Celebrati l’11 ottobre nel mondo romano, i Meditrinalia sono spesso considerati una sorta di festa della vendemmia. In realtà, più che della celebrazione del raccolto e della produzione del vino nuovo, si tratta di quella delle virtù curative attribuite a una certa bevanda. I Romani bevono infatti una miscela di «vino nuovo» e di «vino vecchio», mistura ritenuta capace di garantire una buona salute.

Mosaico della vendemmia, casa romana dell’Anfiteatro. III secolo d.C. Mérida, Spagna.

Dato che il vino nuovo in questione non viene generalmente degustato prima dei Vinalia priora del 23 aprile, i Meditrinalia celebrano la produzione annuale del mosto[1], liquido non fermentato ottenuto dalla torchiatura dei grappoli dopo il raccolto. Quanto al vino vecchio, è semplicemente quello dell’anno precedente.

Dei Meditrinalia si sa in fondo ben poco: rito molto importante nella Roma arcaica, dove l’agricoltura rappresentava l’essenziale dell’attività economica, fu a lungo rispettato dai Romani, che pure ne avevano dimenticato il significato nel corso dei secoli. Si è quindi ridotti a speculazioni ed estrapolazioni, a partire dai pochi elementi disponibili.

Anche l’origine stessa della parola Meditrinalia è oggetto di dibattito. Varrone la accosta al verbo «curare» (medeor), ricollegandosi quindi all’idea delle proprietà curative della miscela ingerita quel giorno.

«Il giorno dei Meditrinalia, nel mese di ottobre, prende il nome da medeor, perché, diceva il flamine di Marte Flacco, in quel giorno si era soliti offrire in libagione e bere, a scopo medicamentoso, vino nuovo e vino vecchio. Molti hanno ancora l’abitudine di farlo e dicono in questa occasione: “Bevo vino nuovo e vino vecchio: guarisco dalla malattia nuova e da quella vecchia.”» [2]

Nel II secolo, Festo Grammatico, il cui testo ci è qui trasmesso in forma abbreviata da Paolo Diacono, evoca invece la dea Meditrina.

«Presso i popoli latini era uso, il giorno in cui si assaggiava il primo mosto, dire a mo’ di buon auspicio: “Bevo vino vecchio, vino nuovo; dalla vecchia malattia e dalla nuova guarisco.” Da queste parole è stato tratto il nome di una dea, Meditrina, di cui i Meditrinalia sono la festa.»[3]

Stele di Meditrina scoperta nel sito archeologico di Grand, Vosgi, Francia (Foto Wikimedia Commons).

Festo Grammatico è il primo a menzionare la divinità e la maggior parte degli studiosi ritiene che si tratti di un’invenzione a posteriori per spiegare l’origine della celebrazione. Si noterà che l’etimologia del nome coincide con la spiegazione proposta da Varrone, poiché anche il nome di Meditrina deriva dalla radice medeor.

Secondo una tradizione moderna che, va sottolineato, nessuna fonte antica attesta, la dea equivarrebbe grosso modo alla greca Iaso (divinità della guarigione). Sarebbe così una divinità romana della salute, della longevità e del vino, figlia del dio della medicina Esculapio e sorella di Igea. Le loro attribuzioni sarebbero diverse: la prima guarirebbe dalle malattie, mentre la seconda preserverebbe la salute.

Tuttavia, è più probabile che il dio onorato durante i Meditrinalia sia in realtà Giove (se ci si affida ai Fasti Amiternini, documento risalente al regno di Tiberio che stabilisce i giorni fasti e nefasti), al quale era dedicata anche la celebrazione dei Vinalia priora, il 23 aprile. Il rituale dei Meditrinalia ricorda peraltro un episodio riferito da Tito Livio. Durante una battaglia decisiva volta a lavare l’onore di Roma dopo il disastro delle Forche Caudine, il console Lucio Papirio Cursore promette a Giove Vincitore, proprio mentre i combattimenti infuriano intorno a lui, di offrirgli in caso di vittoria una coppa di vino mielato, prima di bere lui stesso vino puro. Cosa che, a quanto pare, piace molto a Giove, che volge la battaglia a favore dei Romani.

«Fu grazie a questa stessa forza d’animo che la discussione sugli auspici non poté fargli revocare il combattimento, e che persino nel momento decisivo, in cui era uso votare templi agli dèi immortali, fece voto a Giove Vincitore, se avesse messo in rotta le legioni nemiche, di offrirgli una piccola coppa di vino al miele prima di bere lui stesso vino puro. Questo voto fu gradito agli dèi, e gli auspici volsero al meglio.»[4]

Il rituale dei Meditrinalia

Concretamente, il rituale dei Meditrinalia ci è molto poco noto. Varrone ci informa soltanto che il vino nuovo e il vino vecchio venivano offerti in libagione e assaggiati. Si può tuttavia accostare questa testimonianza ad altri riti romani che prevedono un’offerta di vino a Giove. Catone descrive nel De agricultura le offerte fatte a Giove Dapalis (che presiede alla semina).

«Ecco come si deve fare questa offerta: presentate a Giove Dapalis una coppa di vino, di qualsiasi vino. Quel giorno sarà di riposo per i buoi, per i bovari e per coloro che faranno il sacrificio. Al momento del sacrificio farete questa preghiera: “Giove Dapalis, adempio il mio dovere offrendoti questa coppa di vino nella mia casa e in seno alla mia famiglia; per questo degnati di gradirla.” Lavatevi poi le mani, prendete il vino e dite: “Giove Dapalis, gradisci questo banchetto che ti devo offrire. Ricevi questo vino posto davanti a te.” Se lo ritenete opportuno, presentate un’offerta a Vesta. Il banchetto offerto a Giove consiste in un pezzo di maiale arrosto e in una coppa di vino intatta. Fate questa offerta senza toccarla; terminato il banchetto, seminate il miglio, il panico, l’aglio e la lenticchia.»[5]

Qui, il rituale consisteva dunque probabilmente nel presentare una coppa contenente una miscela di mosto cotto e di vino e nel pronunciare una formula vicina a quella citata da Catone. Ci si lavava le mani e si versava poi la miscela sull’altare (è la libagione vera e propria) recitando una preghiera. Si beveva infine il resto della coppa, recitando la frase indicata da Varrone: Novum vetus vinum bibo, novo veteri morbo medeor.

Vino e salute: Columella ci mette lo zampino…

La spiegazione delle proprietà curative della miscela non è evidente, ma si trova un elemento di risposta in Columella, citato da Georges Dumézil. Egli spiega infatti come trasformare il mustum (mosto) in defrutum (vino cotto): si tratta di far bollire il mosto grezzo affinché si riduca. Ma, aggiunge Columella:

«Benché preparato con cura, il vino cotto tende a inacidire, come il vino naturale. Poiché questo inconveniente può verificarsi, ricordiamoci che bisogna preparare il vino con vino cotto di un anno, la cui bontà sia comprovata: un cattivo rimedio, infatti, guasterebbe il prodotto raccolto.»[6]

Nel corso dei paragrafi dedicati al vino, Columella impiega il vocabolario della conditura (la preparazione o il condimento del vino) e del medicamentum («rimedio»). Da qui l’ipotesi avanzata da Georges Dumézil, poi sviluppata da Olivier de Cazanove: il prodotto dell’anno precedente «curerebbe» il nuovo mosto quando vi viene aggiunto, impedendogli di inacidire. La virtù curativa del vino si trasmetterebbe simbolicamente a chi lo beve. Questa interpretazione spiegherebbe il gioco sul verbo medeor, «curare». Per estensione, la parola meditrinalia designerebbe «il laboratorio dove si cura» – dove si cura il vino, s’intende.

Studi moderni consultati

  • Fowler, William Warde, The Roman Festivals of the Period of the Republic: An Introduction to the Study of the Religion of the Romans, Londra, Macmillan, 1899, in particolare p. 239-240, con confronto con i Vinalia p. 85-87 e 204 sq.
  • Bömer, Franz, «Iuppiter und die römischen Weinfeste», Rheinisches Museum für Philologie, 90, 1941, p. 30-58, in particolare p. 51-58.
  • Scullard, Howard Hayes, Festivals and Ceremonies of the Roman Republic, Londra, Thames and Hudson, 1981, in particolare p. 106, 189, 192 e note p. 254.
  • de Cazanove, Olivier, «Jupiter, Liber et le vin latin», Revue de l’histoire des religions, 205/3, 1988, p. 245-265, in particolare p. 253-254 per i Meditrinalia. È il lavoro che sviluppa con maggiore precisione l’idea di una «medicazione del vino tramite il vino»

[1] Vedi l’articolo Gleukos, il mosto che inganna

[2] Varrone, De lingua Latina, VI, 21: Octobri mense Meditrinalia dies dictus a medendo, quod Flaccus flamen Martialis dicebat hoc die solitum vinum novum et vetus libari et degustari medicamenti causa; quod facere solent etiam nunc multi cum dicunt: ‘Novum vetus vinum bibo: novo veteri morbo medeor.’

[3] Paolo Diacono, Epitome di Festo, s.v. Meditrinalia, p. 110 Lindsay: Mos erat Latinis populis, quo die quis primum gustaret mustum, dicere ominis gratia: ‘Vetus novum vinum bibo, veteri novo morbo medeor.’ A quibus, verbis etiam Meditrinae deae nomen conceptum, ejusque sacra Meditrinalia dicta sunt.

[4] Tito Livio, Ab Urbe condita, X, 42, 7: Ab eodem robore animi neque controverso auspicio revocari a proelio potuit et in ipso discrimine quo templa deis immortalibus voveri mos erat voverat Iovi Victori, si legiones hostium fudisset, pocillum mulsi priusquam temetum biberet sese facturum. Id votum dis cordi fuit et auspicia in bonum verterunt.

[5] Catone, De agricultura, CXXXII: Dapem hoc modo fieri oportet. Iovi dapali culignam vini quantam vis polluceto. Eo die feriae bubus et bubulcis et qui dapem facient. Cum pollucere oportebit, sic facies: Iuppiter dapalis, quod tibi fieri oportet in domo familia mea culignam vini dapi, eius rei ergo macte hac illace dape polluenda esto. Manus interluito postea vinum sumito: Iuppiter dapalis, macte istace dape polluenda esto, macte vino inferio esto. Vestae, si voles, dato. Daps Iovi assaria pecuina urna vini. Iovi caste profanato sua contagione. Postea dape facta serito milium, panicum, alium, lentim.

[6] Columella, De re rustica, XII, 20: Quin etiam diligenter factum defrutum, sicut vinum, solet acescere; quod cum ita sit, meminerimus anniculo defruto, cuius iam bonitas explorata est, vinum condire; nam vitioso medicamento tunc fructus, qui perceptus est, vitiatur.

Prima pubblicazione ottobre 2022, modificato ottobre 2023. La prima versione di questo articolo si basa su quello pubblicato nell’ottobre 2013 sul blog La toge et le glaive


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