Dalla lana alla seta: il tessuto di un impero

Tradotto dal francese


Asciugatura delle stoffe in una fullonica. Questo affresco di Pompei rappresenta delle lavoratrici intente a stendere tessuti nell’officina dei follatori di Veranius Hypsaeus. Dopo il lavaggio e la follatura, le stoffe potevano essere spazzolate, imbianchite, asciugate e poi pressate: operazioni che conferivano al capo d’abbigliamento il suo aspetto definitivo. Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Foto Wikimedia).

Per secoli, la questione di sapere di che cosa fosse fatto un abito romano non aveva davvero ragione di porsi: era di lana, prodotta sul posto, tessuta in casa, indossata senza cerimonie. Solo con la progressiva espansione del commercio mediterraneo, poi delle conquiste in Oriente, si imposero altre materie – il lino, il cotone e infine la seta -, ciascuna portando con sé non soltanto nuove sensazioni sulla pelle, ma nuovi dibattiti su ciò che un Romano degno di questo nome aveva il diritto di indossare.

La prima materia è anche la più antica. La lana – lana anche in latino – domina incontrastata dalle origini fino alla fine dell’Impero, e per una buona ragione: l’allevamento ovino è ovunque nell’Italia centrale. Ma sarebbe ingenuo credere che «lana» designi una materia uniforme. Si distingueva accuratamente la pecora dalla vello fine, tenuta in stalla e protetta da un indumento di tessuto – la ovis tecta, letteralmente la pecora «vestita» -, dalla sua sorella ordinaria che brucava all’aperto senza riguardo per la qualità del suo vello[1]. Le specie più pregiate provenivano dall’Apulia, dalla Calabria, da Taranto e da Canusium; Columella vi aggiunge la lana di Mileto, che i nostri antenati, dice, consideravano tra le migliori, e Plinio segnala che nessuna lana bianca supera quella della pianura del Po[2].

I colori naturali della lana svolgevano già un ruolo di marcatore sociale ancor prima della tintura. La lana bianca o nera era la più ricercata. Quella bruna di Canusium, in Apulia, è così caratteristica che Columella la presenta come avente «il suo valore naturale» accanto al bianco e al bruno ordinario[3]. Plinio la definisce fulva – fulva, tra il miele e l’ocra -, Marziale rufa (rossa), due sguardi su una medesima tinta calda caratteristica[4]. Quanto alla finezza della lavorazione, Marziale ancora nota che le spesse tuniche di Padova in «triplo serge» sono così robuste che «non possono essere tagliate che con la sega»[5], all’opposto esatto delle trasparenze orientali che vedremo più avanti.

La lana, infine, accetta bene la tintura: occorre una libbra di materia colorante per tingere una libbra di lana, e per le tinte vivaci, più bagni successivi. È costoso, quindi è chic. I capi non tinti, di sfumature naturali – neri, bruni, grigi, crema – erano la sorte dei poveri e delle persone in lutto.

Il lino si tinge male

Ben presto dopo la lana compare il lino. In Italia, veniva coltivato in particolare nella regione di Alia tra il Po e il Ticino, e a Cuma in Campania; i Galli ne tessevano anche grandi quantità di vele [6]. A Roma, la tela serviva dapprima per gli indumenti intimi; le donne lo adottarono abbastanza presto per i loro abiti da uscita, al posto della lana.

L’uso del lino fine si diffuse davvero solo con lo sviluppo del commercio mediterraneo. È all’epoca di Cicerone che si generalizzò il fazzoletto di tela fine che gli spettatori agitavano al circo invece di applaudire – piccolo gesto che dice molto sulla diffusione del raffinamento nella vita quotidiana [7]. Plinio distingue accuratamente due tele fini d’importazione: il carbasus, lino di una finezza notevole dapprima trovato in Spagna vicino a Tarragona [8], e il byssus, la tela più preziosa di tutte, che egli colloca intorno a Elide in Acaia e di cui fa «la delizia delle donne» [9].

Contrariamente alla lana, il lino si tingeva assai male con i coloranti disponibili ai Romani. Lo si lasciava quindi generalmente bianco o sbiancato. Da ciò una conseguenza pratica per l’interpretazione delle immagini antiche: un abito bianco su un affresco può essere tanto di lana quanto di lino, ma un abito colorato è quasi certamente di lana[10]. Il lino ha peraltro un difetto di rilievo: si sgualcisce molto facilmente, e le fonti restano silenziose sul modo in cui i Romani vi ponevano rimedio.

La grande popolarità del lino nella Roma di epoca classica è documentata anche da papiri d’Egitto: contratti di apprendistato presso tessitori, testamenti, inventari di doti comprendono metodicamente capi di lino tra i beni lasciati in eredità.

L’Oriente nel guardaroba

Il cotone era noto a Roma fin dall’inizio del II secolo prima della nostra era. Furono probabilmente le guerre d’Asia a consentirne l’importazione[11]. Proveniva dall’India. Erodoto ne era già consapevole, ma credeva che crescesse sugli alberi; furono i soldati macedoni che, secondo Strabone, lo incontrarono per primi[12]. Malgrado il suo vantaggio sul lino per la tintura, il cotone rimase poco utilizzato per l’abbigliamento a Roma; Plinio indica che i capi di cotone erano indossati soprattutto dai sacerdoti egiziani[13]. Per contro, mescolato al lino, ispirò consumi ostentatori: vele di navi e tendoni di teatro dai colori vivaci, di cui Giulio Cesare avrebbe tappezzato il Foro durante i suoi giochi.

La seta è tutta un’altra faccenda. La tradizione vuole che sia giunta a Roma attraverso le campagne contro i Parti, e avrebbe scatenato passioni che né i censori né gli imperatori riuscirono del tutto a placare. La provenienza è triplice, ma secondo temporalità diverse. La seta di Cos (isola greca nel sud-est del Mar Egeo) è la più antica: ricavata da un bombice selvatico locale, la sua produzione risale al III secolo prima della nostra era. Fu una donna dell’isola, Panfile, figlia di Platea, ad aver per prima dipanato questi fili per farne del tessuto. Plinio le riconosce «la gloria di aver immaginato il modo di denudare le donne attraverso il vestito»[14] – formula che riassume abbastanza bene ciò che i moralisti rimproverano a queste trasparenze. La sua voga raggiunse l’apice e poi declinò rapidamente sotto Augusto. Viene poi la seta d’Assiria, molto rinomata per la sua finezza e trasparenza, di tinta gialla; e quella della Cina, molto bianca, importata attraverso la via dell’Oriente ellenistico. I poeti di quella generazione – Tibullo, Properzio, Orazio, Ovidio – moltiplicano le allusioni alle stoffe orientali: Ovidio consiglia al seduttore di lodare le stoffe di Cos della sua amante se ne indossava, mentre Marziale impiega direttamente il termine bombycina per designare queste stoffe di seta[15].

La seta cinese serviva piuttosto da materia prima: la si mescolava al lino e al cotone per produrre tessuti di mezzaseta, leggeri come una garza, tinti di numerosi colori. Nel I secolo della nostra era, non soltanto le donne ma anche «gli uomini effeminati» indossavano vesti di un tale tessuto. Il Senato decretò, sotto Tiberio, che il vestito di seta «non avrebbe più disonorato gli uomini»[16] – decreto che Tiberio stesso si affrettò a ridimensionare dichiarando che «non era il momento di una censura». Il suo successore Caligola si mostrava in pubblico sericatus (vestito di seta) tra altre stravaganze vestimentarie che Svetonio enumera con visibile riprovazione[17]. Non c’è da stupirsi che il senatoconsulto di Tiberio non abbia avuto gran seguito.

La seta pura costava, alla fine del III secolo, il suo peso in oro. L’imperatore Aureliano non ne possedeva. Quando la moglie gli chiese un solo mantello di seta purpurea, rispose: «che non si vada a pesare fili con dell’oro»[18]. Roma non produrrà mai essa stessa seta: il segreto dell’allevamento del baco da seta rimase gelosamente custodito dai Seri (i Cinesi), e si dovette attendere l’imperatore Giustiniano nel VI secolo perché i primi allevamenti comparissero a Bisanzio.

Questo affresco della fullonica di Veranius Hypsaeus a Pompei rappresenta un torchio in legno utilizzato per i tessuti, in particolare le stoffe di lana e di feltro. Illustra le operazioni di finitura del capo d’abbigliamento dopo lavaggio, follatura e asciugatura. Museo Archeologico Nazionale di Napoli. (Foto Wikimedia)

Feltri, cuoi e pellicce

La lana poteva anche essere lavorata in feltro, tecnica ben anteriore alla filatura e alla tessitura. Calda e impermeabile, serviva dapprima per i cappelli e le scarpe. Plinio nota che le gausapae (mantelli a pelo lungo) erano comparse ai tempi di suo padre, e le amphimallia (mantelli a pelo su entrambe le facce) ai suoi propri tempi[19].

Quanto alle pellicce, la Repubblica le ignorava quasi completamente per l’abbigliamento. Sotto l’Impero, le pelletterie pregiate si diffusero poco a poco – pelli di buoi, capre, pecore, cervi, orsi, lupi, volpi, ma anche di leopardi e leoni, secondo il repertorio stilato dall’Editto di Diocleziano alla fine del III secolo[20]. Le vesti di pelliccia propriamente dette non giunsero a Roma che nel V secolo con le invasioni germaniche – e furono subito proibite nel 416. Il clima italiano si prestava davvero male a questo tipo di sfarzo.

Tessere la gerarchia

Ciò che colpisce, seguendo questa evoluzione nel corso di vari secoli, è che le materie non sono mai innocenti. La lana bianca o la lana colorata, la tela di lino fine o grossolana, la seta d’Assiria o la mezzaseta mista – ogni scelta parla un linguaggio sociale che ogni Romano sa leggere istantaneamente. Columella si lamenta che le donne del suo tempo «non si degnano nemmeno di occuparsi della sorveglianza della fabbricazione della lana» e si accontentano ormai soltanto di «vesti acquistate per grandi somme e quasi al prezzo di tutto il loro patrimonio»[21]. Da un lato le matrone che filavano simbolicamente la loro lana, virtù domestica millenaria; dall’altro i mercanti che riportavano dall’Oriente stoffe che nessuno aveva ancora visto.

La novità in materia tessile è sempre un po’ sospetta. È anche questo che la rende irresistibile. Plauto, nel II secolo prima della nostra era, mette in bocca allo schiavo Epidico un elenco vertiginoso di tuniche alla moda: la leggera, la attillata, il piccolo panno azzurro-grigio, quella «a bordo dorato», la color zafferano, la rossastra, il velo, la «regale», la «straniera», la blu marino, quella a peluria, la noce-bruna, la color cera[22] – prima di aggiungere che «sono tutti questi nomi che costringono gli uomini a fare delle vendite all’asta».

Studi moderni utilizzati

  • Judith Lynn Sebesta, «The Colors and Textiles of Roman Costume», in J. L. Sebesta & L. Bonfante (éd.), The World of Roman Costume, Madison, University of Wisconsin Press, 2001.
  • Jean-Noël Robert, Les Romains et la mode, Paris, Les Belles Lettres, 2011.
  • Alexandra Croom, Roman Clothing and Fashion, Amberley, 2012.

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, VIII, 190: Ovium summa genera duo, tectum et colonicum, illud mollius – «Vi sono due grandi categorie di pecore: la pecora coperta e la pecora ordinaria, la prima più morbida [nel vello].»

[2] Columella, De re rustica, VII, 2, 3: Generis eximii Calabras Apulasque et Milesias nostri existimabant earumque optimas Tarentinas – «I nostri antenati stimavano le migliori razze quelle della Calabria, dell’Apulia e di Mileto, e tra esse le Tarentine come le migliori»; Plinio il Vecchio, Naturalis historia, VIII, 190: circa Tarentum Canusiumque summam nobilitatem habent … alba Circumpadanis nulla praefertur; Varrone, De re rustica, II, 2, 18 (razze ovine dell’Apulia). Cf. anche Varrone, II, 1, 4: ad corpus vestitum et pelles adtulerunt – «[le pecore] hanno fornito vesti e pelli per il corpo».

[3] Columella, De re rustica, VII, 2, 4: Color albus cum sit optimus, tum etiam est utilissimus … sunt etiam suapte natura pretio commendabiles pullus atque fuscus – «il colore bianco è non solo il migliore, ma anche il più utile … il bruno e il fulvo hanno anch’essi il loro valore naturale». La qualificazione della lana di Canusium come «porpora del povero» è trasmessa da Sebesta, che rimanda a Columella e a Cicerone, Pro Rabirio Postumo, 40. Quest’ultimo passo descrive però le merci egiziane di Rabiro Postumo – chartis et linteis et vitro (papiro, lino e vetro), dette fallaces et fucosae – senza menzionare la lana di Canusium. Se Cicerone ha davvero formulato questa osservazione, è in un altro passo non identificato.

[4] Marziale, Epigrammi, XIV, 129: Canusinae rufae / Roma magis fuscis vestitur, Gallia rufis, / Et placet hic pueris militibusque colos – «Le [lane] di Canusium sono rosse; Roma si veste piuttosto di bruno scuro, la Gallia di rosso, e questo colore piace ai bambini e ai soldati.» Plinio il Vecchio, Naturalis historia, VIII, 191: Canusium fulvi – lo stesso tessuto visto come fulvus (fulvo) in Plinio, rufus (rosso) in Marziale, due termini per una medesima tinta calda.

[5] Marziale, Epigrammi, XIV, 143 (Tunicae Patavinae): Vellera consumunt Patavinae multa trilices, / Et pingues tunicas serra secare potest – «Le [stoffe] di Padova in triplo serge consumano molti velli, e una sega può tagliare le loro tuniche spesse.»

[6] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX, 8-9: Galliae universae vela texunt – «tutte le Gallie tessono vele»; per l’Italia: Aliana inter Padum Ticinumque amnes et Cumano in Campania (§ 10).

[7] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX, 9-13: classificazione dei lini d’Europa per qualità (Saetabi al primo posto, poi la regione di Alia, Faventina, Retovina), e lino dei Pelignii per i follatori.

[8] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX, 10: tenuitas mira ibi primum carbasis repertis – «è lì che furono inventati i carbasa di una finezza notevole», a proposito di Tarragona in Spagna. Carbasus designa in latino una specie di lino molto fine (Gaffiot), termine generico attestato in Virgilio, Properzio e Ovidio per vesti, vele e tendoni; Tarragona avrebbe inventato una forma di particolare finezza.

[9] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX, 20: proximus byssino, mulierum maxime deliciis circa Elim in Achaia genito – «viene poi il bisso, diletto soprattutto delle donne, che nasce intorno a Elide in Acaia».

[10] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX, 13: nullum est candidius lanaeve similius – «nulla di più bianco né di più simile alla lana» (a proposito del lino dei Pelignii); e § 9: candore Alianis semper crudis Faventina praeferuntur – «per la bianchezza, i [lini] di Faventina sono preferiti ai [lini] di Alia, sempre greggi».

[11] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX, 14 (importazione del cotone a Roma; cf. nota 13 per lo stesso passo sugli usi egiziani).

[12] Erodoto, Storie, III, 106 (alberi di lana dell’India); Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX, 14: gignit fruticem, quem aliqui gossypion vocant, plures xylon – «[l’Alto Egitto] produce un arbusto che alcuni chiamano gossypion, i più xylon»; Strabone, Geografia, XV, 1 (i soldati macedoni e il cotone in India).

[13] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XIX, 14 (il gossypion/cotone, usi in Egitto).

[14] Aristotele, Historia animalium, V, 19 (il bombice di Cos); Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XI, 76-78: prima eas redordiri rursusque texere invenit in Coo mulier Pamphile, Plateae filia, non fraudanda gloria excogitatae rationis, ut denudet feminas vestis – «la prima a dipanare [questi fili] e a riteSSERLI fu, a Cos, una donna di nome Panfile, figlia di Platea; non le si dovrebbe negare la gloria di aver immaginato il modo di denudare le donne attraverso il vestito». E al § 78: nec puduit has vestes usurpare etiam viros levitatem propter aestivam … Assyria tamen bombyce adhuc feminis cedimus – «gli uomini non si sono vergognati di indossare questi capi per la loro leggerezza estiva … per la seta d’Assiria, cediamo ancora alle donne». – I capitoli di Floro dedicati alle guerre partiche (II, XIX-XX, antica numerazione III, 11) non contengono alcuna menzione della seta; il riferimento talvolta citato in quel punto è inesatto.

[15] Ovidio, Arte di amare, II, 297-299: Sive erit in Tyriis, Tyrios laudabis amictus: / Sive erit in Cois, Coa decere puta – «Se è in porpora di Tiro, lodate i suoi abiti di Tiro; se è in [stoffe] di Cos, stimate che le [stoffe] di Cos le si addicano» – consiglio di seduzione che menziona le Coa (stoffe di Cos) senza impiegare esplicitamente il termine serica. Marziale impiega bombycina in XIV, 24: Splendida ne madidi violent bombycina crines – «Perché i capelli bagnati non sciupino le stoffe lucenti di seta». Vedi anche Tibullo, II, 3, 53; II, 4, 29; Properzio, I, 2, 2; II, 1, 5.

[16] Tacito, Annali, II, 33: decretumque ne vasa auro solida ministrandis cibis fierent, ne vestis serica viros foedaret – «fu decretato che non si sarebbero più fatti vasellami d’oro massiccio per servire i pasti, e che il vestito di seta non avrebbe più disonorato gli uomini». Il senatoconsulto, proposto da Q. Haterius e Octavius Fronto, fu subito discusso: Gallo Asinio vi rispose che la ricchezza privata era cresciuta con l’Impero, che non era cosa nuova, e che il superfluo si misura alla fortuna di ciascuno. Tiberio concluse che non era il momento di una censura.

[17] Svetonio, Vita di Caligola, 52, 2: aliquando sericatus et cycladatus – «talvolta vestito di seta e di una veste a volanti circolari». Svetonio precisa che Caligola non indossava mai un abito conforme agli usi della sua patria, né civile, né viril, né anche umano (neque patrio neque civili, ac ne virili quidem ac denique humano).

[18] Historia Augusta, Aurelianus, 45, 4-5: vestem holosericam neque ipse in vestiario suo habuit neque alteri utendam dedit. et cum ab eo uxor sua peteret, ut unico pallio blatteo serico uteretur, ille respondit: “Absit ut auro fila pensentur.” libra enim auri tunc libra serici fuit – «non aveva lui stesso alcun abito interamente di seta nel suo guardaroba e non ne dava a nessuno da indossare. E poiché la moglie gli chiedeva di indossare un solo mantello di seta purpurea, rispose: “Che non si vada a pesare fili con dell’oro.” Poiché una libbra d’oro valeva allora una libbra di seta.»

[19] Plinio il Vecchio, Naturalis historia, VIII, 193: gausapae patris mei memoria coepere, amphimallia nostra sicut villosa etiam ventralia. nam tunica lati clavi in modum gausapae texi nunc primum incipit – «le gausapae [mantelli a pelo lungo] cominciarono ai tempi di mio padre; le amphimallia [a pelo su entrambi i lati] ai nostri tempi, così come le cinture a pelo. E la tunica a larga striscia si tesse per la prima volta in stile gausapa

[20] Editto di Diocleziano (301 d.C.), sezione sulle pelli e i cuoi.

[21] Columella, De re rustica, XII, prefazione, 9: cum pleraeque sic luxu et inertia diffluant, ut ne lanificii quidem curam suscipere dignentur, sed domi confectae vestes fastidio sint, perversaque cupidine maxime placeant, quae grandi pecunia et paene totis censibus redimuntur – «la maggior parte si abbandona a un tale lusso e a tale pigrizia da non degnarsi nemmeno di sorvegliare la fabbricazione della lana; le vesti fatte in casa sono loro in disgusto, e il loro desiderio pervertito le porta a preferire quelle che si acquistano per grandi somme e quasi al prezzo di tutto il loro patrimonio».

[22] Plauto, Epidicus, 222-235: Quid erat induta? an regillam induculam an mendiculam? / Inpluviatam, ut istaec faciunt vestimentis nomina (v. 222-224) – «Che cosa indossava? Una “impluvium” – è così che danno nomi ai loro abiti»; poi (v. 229-235): tunicam rallam, tunicam spissam, linteolum caesicium, / indusiatam, patagiatam, caltulam aut crocotulam, / subparum aut subnimium, ricam, basilicum aut exoticum, / cumatile aut plumatile, carinum aut cerinum — gerrae maxumae. / cani quoque etiam ademptumst nomen. [PER.] Qui? [EP.] Vocant Laconicum. / haec vocabula auctiones subigunt ut faciant viros – «una tunica leggera, una tunica attillata, un piccolo panno azzurro-grigio, una “a sottoveste”, una “a bordo dorato”, una color zafferano o una rossastra, una leggerissima, un velo, una “regale” o una “straniera”, una blu marino o a peluria, una noce-bruna o color cera – sciocchezze tutto questo. Hanno persino rubato il nome al cane: la chiamano “laconica”. Sono tutti questi nomi che costringono gli uomini a fare delle vendite all’asta.»


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