Tradotto dal francese
I numeri romani li incontriamo sui quadranti degli orologi, sulle facciate degli edifici e sui frontespizi dei libri. Di solito sappiamo leggere Luigi XIV o il XXI secolo. Davanti a una data come MDCCCLXXXVIII, invece, ci serve un po’ più di tempo. E quando un quadrante porta IIII al posto di IV, le regole imparate a scuola sembrano d’un tratto meno sicure.
Da 1 a 9999. La conversione avviene durante la digitazione.
Questo convertitore traduce un numero in cifre romane, e viceversa, e ne fornisce poi il nome latino, cardinale e ordinale.
La numerazione romana è ancora ben presente, ma ne conosciamo soprattutto una versione semplificata. Le iscrizioni e i manoscritti mostrano usi più vari, che sono cambiati secondo le epoche e i luoghi. È questo che ne rende interessante la lettura: dietro una sequenza di segni si ritrovano anche le abitudini di chi li ha scritti.
Da dove vengono i segni
I numeri romani devono molto ai segni usati dagli Etruschi. Prima di assumere l’aspetto delle lettere che conosciamo, hanno avuto forme diverse, alcune delle quali sono ancora visibili sui monumenti e sugli oggetti antichi.
I segni I, V e X si prestano facilmente all’incisione. Quelli dei valori superiori sono cambiati di più. Per cinquanta si incontra in particolare una forma vicina a ᗐ, poi a ⊥, prima che si imponga L. Anche il segno del cento ha conosciuto diverse grafie; la sua somiglianza con l’iniziale di centum può aver favorito l’adozione di C.
Mille poteva scriversi ↀ o CIↃ, un tratto racchiuso tra due archi. La forma IↃ rappresentava cinquecento e ha contribuito alla grafia D. L’impiego di M come segno numerico corrente si è affermato più tardi, nel Medioevo. I dettagli di queste evoluzioni sono talvolta ancora discussi: la storia dei segni è meno regolare di quanto lasci intendere la loro tabella attuale.
Come si legge un numero romano?
La notazione moderna corrente usa sette segni:
| Segno | I | V | X | L | C | D | M |
| Valore | 1 | 5 | 10 | 50 | 100 | 500 | 1.000 |
Di norma si sommano i valori da sinistra a destra. CLXVI vale così 100 + 50 + 10 + 5 + 1, cioè 166. Alcune combinazioni comportano una sottrazione: IV vale cinque meno uno, XC cento meno dieci.
L’uso moderno ammette sei coppie sottrattive: IV, IX, XL, XC, CD e CM. I, X e C non si ripetono più di tre volte di seguito; V, L e D non si ripetono. Quarantanove si scrive quindi XLIX, e non IL.
Per decifrare una data, la cosa più semplice è riconoscere i gruppi. MCMLXXXIV si scompone in M, CM, LXXX e IV: mille, novecento, ottanta e quattro. Otteniamo 1984. In senso inverso basta scomporre il numero, poi mettere insieme le grafie di ciascuna parte.

Le iscrizioni si prendono delle libertà
Queste convenzioni moderne non riassumono gli usi antichi. Monete e iscrizioni presentano spesso IIII per quattro e VIIII per nove. Si trovano anche XXXX per quaranta e DCCCC per novecento.
La grafia interamente additiva di 1984 dà così MDCCCCLXXXIIII. È più lunga di MCMLXXXIV, ma il valore è identico.
I due procedimenti potevano mescolarsi in uno stesso numero. Al Colosseo, la porta 44 reca XLIIII: XL esprime quaranta per sottrazione, IIII aggiunge quattro unità. Si tratta dunque di una grafia mista, là dove oggi scriveremmo XLIV.
Altre varianti si spingono oltre. IIX può rappresentare otto, cioè dieci meno due. Si incontra anche XIIX per diciotto, in particolare in iscrizioni relative alla XVIII legione.
Questi esempi spiegano perché un convertitore possa riconoscere una grafia pur segnalando che si discosta dalla scrittura moderna abituale. «Non standard» non significa necessariamente «senza precedenti storici». Ciò non autorizza però a inventare liberamente delle combinazioni: davanti a un’iscrizione, il contesto resta indispensabile.
Oltre il mille
Le tabelle scolastiche si fermano spesso a 3999, scritto MMMCMXCIX. Questo limite dipende dalla convenzione adottata, non dalle quantità che i Romani potevano esprimere.
Per scrivere i grandi numeri sono serviti diversi procedimenti. Con la notazione detta apostrophus, degli archi racchiudono un tratto: CIↃ vale mille, CCIↃↃ diecimila e CCCIↃↃↃ centomila. Le forme IↃ e IↃↃ rappresentano rispettivamente cinquecento e cinquemila.
Un’altra soluzione consiste nel porre una barra sopra un segno o un gruppo per moltiplicarne il valore per mille. V̄ vale allora cinquemila; IV sormontato da una barra vale quattromila. Anche la ripetizione MMMM permette di rappresentare quest’ultimo valore.
Occorre tuttavia esaminare i tratti con prudenza. In alcune iscrizioni una barra superiore serve semplicemente a distinguere un numero dalle lettere del testo, senza modificarne il valore.
Contare senza zero
L’anno 2026 si scrive MMXXVI: due migliaia, due decine e sei unità. Non compare alcun centinaio, e non serve alcun segno per indicarne l’assenza.
La nostra scrittura decimale funziona diversamente. In 2026 lo zero tiene le altre cifre al loro posto. La numerazione romana, che non ricorre a questo principio posizionale, non ha bisogno di un simile riferimento.
Si presta però meno facilmente ai nostri metodi di calcolo in colonna. I Romani disponevano di altri mezzi, in particolare abachi e tavole da calcolo su cui spostavano dei gettoni. La parola latina calculus indica del resto un sassolino.
Le tavole medievali per il calcolo della data della Pasqua forniscono esempi di notazione di una quantità nulla. Nel 525 Dionigi il Piccolo usa nulla. Verso il 725 Beda o uno dei suoi collaboratori impiega N in una tavola delle epatte. Questi usi non aggiungono un ottavo numero alla serie tradizionale.
I Romani rappresentavano anche le frazioni, spesso basate sui dodicesimi: un punto poteva indicare un dodicesimo e S una metà.
Dire i numeri in latino
Anche la lingua latina ricorre alla sottrazione. Diciotto si dice duodeviginti, letteralmente «due da venti», e diciannove undeviginti, «uno da venti». Lo stesso procedimento si ritrova per ventotto, ventinove e altri numeri che terminano in otto o nove.
Il cardinale indica una quantità; l’ordinale, una posizione. Tres significa «tre», tertius «terzo». Alcune forme variano secondo il loro ruolo nella frase. Mille è normalmente invariabile al singolare, mentre milia è un sostantivo neutro plurale: duo milia, duemila; tria milia, tremila.
Il convertitore Convertite numeros! accosta questi diversi modi di scrivere e di dire un numero. Ne dà il valore, presenta le forme moderna e additiva, scompone i gruppi e indica i nomi latini. Permette così di capire tanto una data familiare quanto una grafia incontrata sulla pietra.
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