Tradotto dal francese

I Romani, uomini e donne, indossavano colori vivaci e trovavano sempre qualche moralista pronto a rimproverarglielo. Marziale ritrae l’austero che «ama i mantelli dalle tinte tristi», che giudica volgari il rosso ciliegia e il violetto giacinto, e che «ritiene naturale tutto ciò che impallidisce» – ma i cui «costumi hanno sempre ciò che rifiuta ai suoi vestiti[1]».
Poiché la lana era, come abbiamo visto, la materia di base di quasi tutto l’abbigliamento romano, Plinio considera ogni tentativo di tingere il lino degno di insania – pura follia[2]. I poveri, gli schiavi e le persone di condizione modesta indossavano neri (niger, ater), bruni (fuscus), grigi (pullus) e toni crema – il colore naturale dei velli non trattati, che non costa nulla produrre. Queste stesse tonalità scure erano anche quelle del lutto e dell’umiliazione: l’imputato che compariva in giudizio sfoggiava una toga pulla, bruno-nera, per significare che non si curava più del proprio aspetto. Scipione Emiliano stupì i contemporanei rifiutando questa convenzione e comparendo vestito di bianco splendente mentre era sotto accusa[3].
Il bianco stesso esisteva in due gradi. L’albus era il bianco ordinario. Il candidus era un bianco abbagliante, ottenuto mediante un trattamento attivo: i folloni sbiancavano il tessuto con succo di radici e zolfo bruciato sotto un telaio di legno[4]. Il risultato poteva ingiallire con il tempo e odorava appena meglio della porpora ricavata dai molluschi, ma era indispensabile per chi voleva farsi notare. È del resto da candidus che deriva la nostra parola «candidato»: il politico romano in campagna elettorale indossava una toga sbiancata con il gesso per segnalare al tempo stesso le proprie intenzioni e la propria purezza. Esistevano allo stesso modo due neri distinti: l’ater, opaco e spento, e il niger, brillante e lucido.
Per i colori ottenuti mediante tintura, gli artigiani romani disponevano di un notevole arsenale vegetale, le cui ricette erano segreti di mestiere trasmessi di padre in figlio. I blu venivano dal guado o pastello dei tintori (Isatis tinctoria), pianta indigena in Europa, o dal sambuco ebbio (Sambucus ebulus); Plinio menziona anche l’eliotropio, il mirtillo e il giacinto come fonti di blu. Il termine generico caeruleus – blu scuro, colore del mare profondo o del cielo notturno – copriva tutta questa gamma prima che le sfumature si specializzassero. L’indaco indiano (indicum), rarissimo sotto la Repubblica, fu importato a partire dall’età augustea. Plinio, che lo riteneva dapprima di origine minerale perché arrivava dall’India sotto forma di blocchi essiccati, riferisce che produceva «una meravigliosa mescolanza di porpora e di blu[5]».
I gialli e i rossi venivano principalmente dalla robbia (Rubia tinctorum), la cui radice forniva il rosso con un procedimento, il giallo con un altro. La guaderella (Reseda luteola) dava un giallo-rosso vivo, il luteus, che divenne il colore rituale del velo nuziale, il flammeum[6]. Lo zafferano produceva un arancio-rosso vivo, il croceus, colore delle vesti dell’Aurora nei poeti. I verdi si ottenevano con una doppia tintura, combinando giallo e blu nella vasca. Il nero risultava da un bagno di sali di ferro con acido tannico estratto dalle galle di quercia, un procedimento che tuttavia indeboliva le fibre.
I tintori disponevano anche di mordenti per fissare e modulare le tinte: urina fermentata, natron, potassa, allume bianco per i colori vivi, allume nero per i toni più scuri[7]. Si può immaginare che fosse un lavoro penoso… Quando la tintura scoloriva al lavaggio o sotto il sole mediterraneo, il cliente poteva rivolgersi agli offectores, artigiani specializzati nella ritintura delle stoffe scolorite.
La divisione del lavoro si era stabilita molto presto. Plauto elenca i corpi di mestiere che assediano la porta di un padre di famiglia dopo le nozze della figlia: i flammarii, tintori in arancio-rosso, i violarii, tintori in violetto, i carinarii, tintori in bruno-noce, i molocinarii, tintori in malva, e ancora gli infectores corcotarii, tintori in zafferano aranciato[8]. La satira ritrae tutta l’industria romana del colore.
Che cosa il colore diceva di voi
A Roma non esisteva alcun divieto legale permanente di indossare questo o quel colore – salvo per la porpora per decreto imperiale. Ma codici informali di notevole forza strutturavano la scelta delle tinte secondo l’occasione, il sesso, l’età e il rango. Il nero era il colore del lutto, riservato agli indumenti esterni[9]. Il luteus (giallo) era così strettamente legato alla cerimonia nuziale che nessuna donna sensata lo avrebbe indossato nella vita ordinaria. Il bianco simboleggiava la purezza e la verginità – le ragazze non sposate e le Vestali ne facevano il loro colore prediletto. I colori artificiali vivaci, invece, erano percepiti come una faccenda femminile: sotto la Repubblica costituivano persino un quasi privilegio delle donne. Un uomo che li indossava si esponeva alla derisione.
Colori di lusso: chermes, contraffazioni e parvenu
Al di sopra delle tinture vegetali ordinarie esisteva una categoria di coloranti d’eccezione, costosi perché rari o di importazione lontana. Il coccinus, scarlatto brillante ricavato dal chermes – un insetto parassita (Kermococcus vermilio) che vive sulle querce spinose del Vicino Oriente, che i Romani prendevano per un seme (coccus) –, era nel I secolo d.C. quasi prestigioso quanto la porpora (che merita un articolo specifico). Divenne il colore regolamentare dei paludamenta dei generali[10]. La sua produzione era un’industria di grande portata: in Lusitania, intorno a Emerita, i contadini raccoglievano gli insetti femmina sui lecci e pagavano con questo reddito una contribuzione su due al fisco imperiale[11]. Centri di produzione esistevano anche in Galazia, in Cilicia, in Gallia, in Africa e in Sardegna, quest’ultima fornendo la qualità più mediocre.
La domanda di queste tinte di prestigio era così forte da generare un mercato della contraffazione. I tintori gallici riuscivano a imitare con sostanze vegetali la purpura Tyria, il conchyliatus e, secondo Plinio, «tutti gli altri colori[12]».
Un ultimo colorante di lusso merita menzione: il callainus, verde pallido derivato dal greco kallainos (κάλλαϊνος), nome di una pietra preziosa dai riflessi blu-verdi. La si trovava nelle rocce inaccessibili e fredde dietro l’India, presso i popoli del Caucaso, di qualità migliore in Carmania[13]. Il suo prestigio era tale che un’iscrizione del santuario di Nemi, del I secolo d.C., menziona tra le offerte fatte a Bubastis una veste di seta tinta purpurea et callaina – in porpora e in verde-turchese, doppio lusso di una sola stoffa[14].
I colori del cattivo gusto
Nel I secolo d.C., altri colori costosi acquisirono una reputazione di cattivo gusto ostentato. Il cerasinus – rosso ciliegia – deve il suo nome ai ciliegi che Lucullo aveva importato dal Ponto nel 74 a.C. Il prasinus, verde intenso tratto dal nome greco del porro (prason), è un colore femminile – un uomo che lo indossava passava per effeminato, qualunque fosse il suo rango. Il galbinus, verde vivo il cui nome deriva probabilmente dal galbanum (la ferula odorosa), era ancora più marcato: Marziale lo riserva ai costumi del suo moralista ipocrita, e Petronio lo attribuisce al favorito (cinaedus) del suo banchetto, mentre Fortunata sfila con una cintura galbina sopra una tunica rosso ciliegia – combinazione di colori che le persone perbene consideravano il colmo della volgarità[15]. Il russeus, rosso vivo, e il venetus, blu scuro, erano i colori delle fazioni del circo. Queste tinte care e vistose erano apprezzate da coloro che i satirici collocano tra i ricchi senza cultura.
Ovidio, nella sua Arte di amare, stila un inventario lirico delle tinte disponibili in età augustea: il colore del cielo senza nuvole, il cumatile (dal greco κῦμα, kuma, l’onda) che imita l’acqua del mare, lo zafferano, «i mirti di Pafo», «l’ametista violetta», «le rose che impallidiscono», «la gru di Tracia»… Conclude:
«Quanti fiori produce la terra al suo rinnovarsi, quando il tepore della primavera fa uscire le gemme della vite e scaccia l’inverno che tutto intorpidisce, tante tinte, o ancora di più, possono impregnare la lana[16].»
Ogni tinta doveva armonizzarsi con l’incarnato: il nero si addice a una carnagione di bianchezza splendente, il bianco si adatta a una donna molto bruna, e le righe di colori vivaci ravvivano un colorito pallido.
Broccati, ricamati, tessuti con motivi
Il colore non bastava: il tessuto poteva anche essere decorato con motivi tessuti o ricamati. I tessitori più abili producevano scene intere. «Sul tessuto si dispiegano storie dei tempi antichi», scrive Ovidio, con divinità, templi, battaglie mitologiche, «il tutto di brillante colorito»[17]. Le manifatture della Campania imitavano i tessuti broccati d’Egitto e di Cipro – Ballione, il lenone del Pseudolus di Plauto, minaccia i suoi schiavi di frustarli fino a far sì che i loro fianchi siano «variopinti quanto le cortine campane» e che nemmeno «i tappeti alessandrini ricamati di animali» avrebbero colori altrettanto belli[18].
I ricami propriamente detti, ereditati da Babilonia o da Alessandria, si presentavano in due tipi: uno formava il punto croce, evocando la tappezzeria; l’altro ricordava il disegno a tratto. Ornavano soprattutto tappeti e tessuti d’arredo, ma si trovavano anche sugli abiti ufficiali: toghe dei trionfatori, costume cerimoniale degli imperatori. La toga imperiale poteva essere ornata di piccoli motivi fatti di lamine d’oro lavorate a sbalzo e fissate al tessuto secondo una tecnica orientale nota anche in Etruria. Accanto ai ricami, galloni e passamanerie cuciti su una o più file – di porpora o d’oro, eredità dei costumi regali d’Oriente – completavano un tessuto che, da solo, raccontava la fortuna di chi lo indossava.
Tertulliano, poco sospettabile di compiacenza verso il lusso, aveva riassunto l’assurdità di tutto questo sistema con una concisione che i moralisti romani non avevano raggiunto: se Dio avesse voluto che gli uomini indossassero abiti colorati, avrebbe potuto ordinare che nascessero pecore porpora e color bronzo. Se lo ha potuto, significa dunque che non lo ha voluto[19].
Studi moderni utilizzati
- Judith Lynn Sebesta, «The Colors and Textiles of Roman Costume», in J. L. Sebesta & L. Bonfante (a cura di), The World of Roman Costume, Madison, University of Wisconsin Press, 2001.
- Jean-Noël Robert, Les Romains et la mode, Paris, Les Belles Lettres, 2011.
- Alexandra Croom, Roman Clothing and Fashion, Amberley, 2012.
- Ursula Rothe, Dress and Cultural Identity in the Rhine-Moselle Region of the Roman Empire, capitolo 11: colores – colour, dress style, and fashion, De Gruyter, 2023.
[1] Marziale, Epigrammi I, 96, 4-7: laudat Baianam, nigro quoque diligit ostro, / nec cerasina vult nec hyacinthina nati ; / naturale putat quidquid pallescit, at illi / semper habet mores, quod sibi veste negat.
[2] Plinio il Vecchio, HN XIX, 22: temptatum est tingui linum quoque, ut vestium insaniam acciperet – il tentativo di tingere anche il lino perché «partecipi alla follia degli abiti» è presentato come una novità legata alle flotte di Alessandro sull’Indo.
[3] Aulo Gellio, Notti attiche III, 4, 1: eumque, cum esset reus, neque barbam desisse radi neque non candida veste uti neque fuisse cultu solito reorum. Si tratta di P. Scipione Emiliano, figlio di Paolo Emilio, perseguito dal tribuno Claudio Asello dopo la sua censura.
[4] Plinio il Vecchio, HN XIX, 18, 48: la radicula (Saponaria officinalis), il cui succo serve a sbiancare le lane prima della tintura.
[5] Plinio il Vecchio, HN XXXV, 46: cum cernatur, nigrum, at in diluendo mixturam purpurae caeruleique mirabilem reddit.
[6] Catullo, Carmen 61, 8-10: flammeum cape, laetus huc / huc veni niveo gerens / luteum pede soccum.
[7] Plinio il Vecchio, HN XXXV, 52: distinzione tra allume bianco (album) per i colori vivi e allume nero (nigrum) per i toni più scuri.
[8] Plauto, Aulularia 509-510 e 514, 520: flammarii, violarii, carinarii… molocinarii… infectores corcotarii – elenco dei corpi di mestiere della tintura nella tirata di Megadoro sulle spese del matrimonio.
[9] Varrone, De vita populi Romani F 411-412 Salvadore, citato da Rothe (2023): gradazione delle sfumature di nero per il lutto femminile (pullus, nigellus, anthracinus).
[10] Plinio il Vecchio, HN XXII, 3: Lusitaniae grani coccum imperatoriis dicatum paludamentis.
[11] Plinio il Vecchio, HN XVI, 32: cusculium vocant. Pensionem alteram tributi pauperibus Hispaniae donat. – il chermes (cusculium) dei lecci permette ai poveri di Spagna di pagare una contribuzione su due.
[12] Plinio il Vecchio, HN XXII, 3: transalpina Gallia herbis Tyria atque conchylia tinguit et omnes alios colores.
[13] Plinio il Vecchio, HN XXXVII, 110: comitatur eam similitudine propior quam auctoritate callaina, e viridi pallens. Nascitur post aversa Indiae apud incolas Caucasi montis… sincerior praestantiorque multo in Carmania.
[14] CIL 14, 2215, v. 17, iscrizione del santuario di Diana a Nemi, I secolo d.C.: Bubasto: vestem siricam purpuream et callainam – veste di seta offerta a Bubastis, tinta in porpora e in callainus.
[15] Petronio, Satiricon 67, 4: venit ergo Fortunata galbino succincta cingillo, ita ut infra cerasina appareret tunica – Fortunata portava una cintura galbina sotto la quale appariva una tunica rosso ciliegia. Sul galbinus come verde vivo (e non giallo), vedere Rothe (2023) p. 431-432.
[16] Ovidio, Ars amatoria III, 169-192: quot nova terra parit flores, cum vere tepenti / vitis agit gemmas incohatque nemus… / herbarum vivos tot licet esse color.
[17] Ovidio, Metamorfosi VI, 70-128: in quo diversi niteant cum mille colores / transitus ipse tamen spectantia lumina fallit.
[18] Plauto, Pseudolus 145-146: ita ego uostra latera loris faciam ut ualide uaria sint, / ut ne peristromata quidem aeque picta sint Campanica / neque Alexandrina beluata tonsilia tappetia.
[19] Tertulliano, De cultu feminarum I, 8, 2: non placet Deo quod non ipse produxit ; nisi si non potuit purpureas et aerinas oues nasci iubere. Si potuit, ergo iam noluit ; quod Deus noluit utique non licet fingi.
Altri articoli del blog Nunc est bibendum








