Il maiale, il bue e il campione – mangiare per vincere

Tradotto dal francese


Mosaico di atleti proveniente dall’esedra sud delle terme di Caracalla, a Roma, nella sua attuale sistemazione presso il Museo Gregoriano Profano, Musei Vaticani. Inizio del IV secolo.

Carne di maiale per i combattimenti lunghi, vino controllato dall’allenatore, pasti imposti e notti accorciate: il regime degli atleti di competizione nel mondo greco-romano non aveva nulla di una semplice dieta salutare. Era una tecnica di prestazione, adattata alle prove, controllata dagli allenatori, discussa dai medici… e ampiamente criticata dai filosofi.

Nel II secolo della nostra era, Galeno di Pergamo, medico imperiale e spirito poco incline alla compiacenza, formulò un giudizio senza appello sul modo di vita degli atleti professionisti:

«Il loro modo di vivere assomiglia al comportamento dei maiali, con la differenza che i maiali non si affaticano oltre misura, né mangiano per obbligo, mentre gli atleti si sottopongono a questi eccessi e talvolta hanno inoltre il dorso lacerato da verghe di oleandro.»[1]

Il giudizio, per quanto acido, coglie qualcosa di reale: l’alimentazione degli atleti di competizione nel mondo greco-romano costituiva un regime a parte, lontano da quello comune, concepito come uno strumento di prestazione e denunciato come un eccesso da quasi tutti i pensatori che se ne occuparono.

Dal I al III secolo della nostra era, l’atletismo professionistico greco conobbe sotto il dominio romano una prosperità senza precedenti. Il dossier alimentare che vi è collegato risale però più indietro: dalle tradizioni arcaiche sulla nascita del regime carnivoro fino alle critiche mediche e morali dell’età imperiale, le fonti – mediche, filosofiche, letterarie – offrono un quadro insieme preciso e contraddittorio.

Dal formaggio alla carne: un’antica rivoluzione

Prima di entrare nel regime dell’età imperiale, bisogna ricordare che esso poggia su una rottura più antica. Diverse tradizioni antiche contrappongono al regime carnivoro degli atleti specializzati un’alimentazione più semplice, fatta di fichi secchi, formaggio fresco e pane d’orzo. Questo regime vegetale e lattiero-caseario scomparve progressivamente a partire dal VI–V secolo avanti la nostra era, a favore di un modello centrato sulla carne. La tradizione ne attribuisce l’iniziativa a Dromeo di Stinfalo, corridore di dolichos – la corsa di fondo greca, circa ventiquattro lunghezze di stadio, cioè 4,8 km –, due volte vincitore olimpico. Così Pausania, nel II secolo della nostra era, testimonia: «Si dice che fu lui [Dromeo] a immaginare per primo di nutrirsi di carne: fino ad allora il cibo degli atleti era stato formaggio appena scolato[2].» Ma una versione concorrente attribuisce il cambiamento a Pitagora di Samo, che avrebbe consigliato al lottatore Eurimene, anch’egli di Samo, di «nutrirsi quotidianamente di carne», cosa che «diede al suo corpo una grande forza[3]». Che il nome di Pitagora, associato nell’Antichità all’astinenza dalla carne, fosse anche legato all’introduzione di una dieta carnivora per gli atleti non sfuggì agli autori antichi: la contraddizione alimentava già le cene dei dotti.

Questo passaggio, che dipenda da un ricordo storico o da una costruzione retrospettiva, installa durevolmente un modello: per vincere, soprattutto nelle prove pesanti, non basta più allenarsi; bisogna anche mangiare secondo una logica di massa, forza e resistenza.

L’anankophagia, ovvero mangiare per obbligo

Il vocabolario greco insiste su questa costrizione. Il verbo anankophagein (ἀναγκοφαγεῖν) – «mangiare per necessità» – e i suoi derivati formano una famiglia lessicale propria del campo atletico[4]. Aristotele nella Politica e il lessicografo Esichio convergono: è il fatto di «nutrirsi per necessità, come fanno gli atleti». Ciò che il termine indica è una pratica di sovralimentazione deliberata, distinta nel suo principio da ogni golosità. Gli atleti, in particolare i combattenti pesanti – lottatori, pugili, pancraziasti –, devono assorbire quantità che il loro appetito non richiede. Alcuni si alzano nel cuore della notte per ingurgitare un pasto supplementare. Il cibo, qui, non è un piacere: è un allenamento.

Questo regime comporta due assi. Il primo è quantitativo: si tratta di fornire energia sufficiente per le sedute quotidiane e, nel tempo, di costruire un fisico più massiccio. Il secondo è qualitativo: solo alcuni alimenti sono adatti. La carne di maiale occupa il primo posto. Galeno, nel trattato Sulle proprietà degli alimenti, condusse ciò che assomiglia, fatte le dovute proporzioni, a una sperimentazione clinica: confrontò la condizione fisica di giovani lottatori sottoposti a diverse razioni e concluse che la carne suina è «la più nutriente di tutte[5]». La qualità della carne conta quanto la specie: i maiali nutriti nel bosco con corniole e ghiande valgono più di quelli allevati in riva al mare, la cui carne sarebbe «contaminata» dai crostacei e dall’aglio selvatico che ingeriscono[6].

La gerarchia medica delle carni si declina così, secondo Ippocrate: il bue è «forte e astringente, ma difficile da digerire»; la carne di capra, «più leggera» e più digeribile, conviene a chi desidera mantenere il sistema muscolare in buono stato e recuperare dopo uno sforzo intenso; il maiale, «difficile da corrompere e poco soggetto a disperdersi», è la carne delle prove lunghe – quelle in cui il lottatore o il pancraziaste deve resistere per ore[7]. I corridori e i pentatleti, per i quali un fisico leggero è un vantaggio, mangiano meno e diversamente: Filostrato insiste sul fatto che la preparazione deve essere modulata secondo la disciplina[8].

Alle paste dolci, all’acqua fredda e al vino bevuto secondo il desiderio, gli allenatori dicono no. Epitteto, verso la fine del I secolo, riassume la costrizione in termini che sono invecchiati poco:

«Dovrai piegarti a una disciplina severa, mangiare secondo le prescrizioni, rinunciare alle paste dolci. Dovrai allenarti a comando e all’ora stabilita, che faccia caldo o freddo. Non dovrai bere né acqua fredda né vino quando ne avrai voglia. In breve, dovrai affidarti al tuo maestro come a un medico.»[9]

Il paragone con il medico non è casuale: l’allenatore gestisce il corpo come un clinico gestisce un paziente. E le due professioni si contendono aspramente la competenza di sapere ciò che è meglio per il corpo.

Le leggende della tavola

Attorno a questo regime severo, la cultura antica costruì un pantheon di mangiatori sovrumani. Il più celebre è Milone di Crotone, lottatore al quale la tradizione attribuisce sei vittorie olimpiche tra gli uomini, dopo una vittoria nella categoria dei ragazzi, e la cui carriera si estende dal 540 al 516 avanti la nostra era. Ateneo di Naucrati, compilando le fonti, riferisce che «mangiava venti mine di carne, altrettanto pane, e beveva tre congi di vino. A Olimpia prese sulle spalle un toro di tre anni, fece con esso il giro dello stadio; poi lo fece cuocere e lo mangiò da solo nello stesso giorno[10].» La bouphagia (βουφαγία) – letteralmente, «divorare un bue» – è l’impresa alimentare suprema: in questa logica eroizzante, l’impresa alimentare avvicina Milone all’immaginario eracleo del mangiatore sovrumano.

Questi racconti sono credibili? Gli antichi non ci credevano del tutto. Ateneo li riferisce con l’ironia del dotto che sa riconoscere un topos, un luogo comune retorico. Funzionano come iperboli: dicono qualcosa di vero oltrepassando il possibile. Ciò che segnalano è la distanza reale tra il regime atletico e il cibo ordinario – una distanza che la leggenda amplifica fino all’assurdo.

Combattimento atletico sotto lo sguardo di un allenatore. Skyphos attico a figure nere, attribuito al Pittore di Teseo, circa 500 avanti la nostra era. Metropolitan Museum of Art, New York (pubblico dominio).

Medici contro allenatori

Ciò che unisce gli autori antichi nel loro sguardo sulla dieta atletica è la disapprovazione. La tensione è antica: risale almeno a Ippocrate, che negli Aforismi afferma che «negli atleti, uno stato di salute spinto all’estremo è pericoloso»[11]. L’euexia (εὐεξία) – la «buona costituzione» – diventa, applicata agli atleti, non un ideale ma un limite instabile: ciò che può stare soltanto al culmine può soltanto discendere.

Platone aveva aperto il fuoco due secoli prima di Galeno: «Non vedi che le persone di questo mestiere passano la vita a dormire, e che se si discostano anche di poco dal modo di vivere che è stato loro prescritto si ammalano gravemente?»[12] La critica filosofica e la critica medica convergono: la dieta atletica produce una salute fittizia, interamente dipendente da un regime che il minimo scarto basta a rovinare. Plutarco prolunga l’argomento: «È con un lungo sonno e un nutrimento sempre abbondante, con lavoro e riposo regolati, che gli atleti accrescono e conservano la loro corpulenza, ma il minimo eccesso, il minimo scarto espone subito la loro salute a un’alterazione considerevole. La persona e la vita dell’atleta differiscono interamente da quelle del soldato.»[13] Un corpo ottimizzato per lo stadio è inutile nell’accampamento militare.

Galeno radicalizza ancora la critica: la sovralimentazione rischia di «far scoppiare i vasi o di soffocare il calore innato». Deforma il corpo, distrugge la bellezza (kallos), rende l’atleta inadatto a servire come generale o amministratore. La responsabilità ricade sugli allenatori, che «costringono gli atleti a un’alimentazione smisurata».

Filostrato formula la stessa insoddisfazione da un’angolazione diversa. Nostalgico di un’età dell’oro atletica, accusa la medicina applicata al ginnasio – medici, dietetici e allenatori medicalizzati –, che avrebbe a suo avviso corrotto la preparazione dei campioni del suo tempo: nutrono i loro assistiti con «dolci soffici cosparsi di papavero», discutono per ore del tipo di pesce adatto – quelli delle acque fangose sono grassi, quelli delle scogliere molli, quelli del largo carnosi – e pretendono che i maiali siano nutriti con corniole e ghiande piuttosto che con crostacei di riva[14]. È il paradosso di questa dieta: nel pretendere di razionalizzare, scivola nella sofisticazione e dimentica la robustezza degli antichi.

La disputa tra allenatori e medici è anche una disputa di territorio. Il gymnastes professionista, spesso egli stesso un antico campione, si considera competente per gestire il corpo dei suoi atleti. L’allenatore Ippomaco era, dice Plutarco, capace di «riconoscere da lontano i suoi antichi allievi solo vedendoli riportare carne dal mercato»[15] – segno che il regime lasciava un’impronta fisica visibile, e che l’allenatore leggeva il corpo come un medico legge un sintomo.

Pugile a riposo, detto anche Pugile delle Terme. Statua greca ellenistica in bronzo, fine del IV-I secolo a.C., scoperta a Roma sul Quirinale nel 1885. Il volto tumefatto, le orecchie deformate e il corpo esausto offrono un’immagine concreta del prezzo fisico dell’atletismo di combattimento. Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme, Roma. (Foto MG)

Una salute da atleta

Tutto ciò disegna un ritratto paradossale. L’atleta antico è sovralimentato e sottoposto a una disciplina di ferro; è insieme troppo grosso e troppo allenato; la sua salute è al tempo stesso eccezionale e precaria. Alla sovralimentazione si aggiunge, nella stessa logica di economia corporea, la continenza sessuale: diversi campioni sono passati alla posterità per aver fatto voto di astinenza durante la preparazione – Astilo di Crotone, Icco di Taranto, Clitomaco di Tebe. Il regime alimentare e il dominio degli impulsi formano un sistema coerente, governato dallo stesso principio: non spendere energie se non in direzione della prestazione.

Questo corpo spettacolare è anche, almeno da Cicerone, un corpo sospetto. Nel De senectute, egli descrive un Milone di Crotone invecchiato che contempla i suoi muscoli indeboliti. Cicerone osserva che la sua gloria non si è mai fondata se non sulla potenza delle sue membra, non su ciò che costituisce il vero valore di un uomo[16]. Nelle Tusculanae, aggiunge che un solo giorno di privazione basta a far implorare Giove all’atleta: corpo plasmato dall’abitudine, non dall’endurance verso ogni cosa[17].

Il tema diventa più netto nell’età imperiale. Plutarco oppone frontalmente il corpo dell’atleta a quello del soldato. Il primo si costruisce nella regolarità: sonno abbondante, nutrimento copioso, alternanza regolata di esercizio e riposo. Il secondo deve invece affrontare la marcia, la fame, la fatica e l’imprevisto. A sostegno di questa idea, Plutarco racconta che Filopemene, capo militare della Lega achea tra la fine del III e l’inizio del II secolo avanti la nostra era, finì per escludere l’atletismo dall’addestramento delle sue truppe: vi vedeva una disciplina capace di produrre corpi potenti, ma poco adatti alla guerra[18].

In Seneca, il corpo troppo curato diventa un ostacolo: anche se i muscoli crescono, scrive, non si eguaglierà mai la forza di un bue ben nutrito, e l’anima, soffocata da questo pesante fardello corporeo, diventa meno agile[19]. Epitteto concorda: l’atleta è l’esempio stesso della vita interamente specializzata: vittorioso nel suo campo, incapace di essere simultaneamente filosofo, soldato o cittadino – e dopo tutta questa disciplina, questa fame, queste ferite e questa polvere inghiottita, gli resta ancora la possibilità di essere sconfitto[20].

Galeno, infine, pone la domanda senza giri di parole: «Questa forza, in nome degli dèi, a che cosa serve?» Né all’agricoltura, né alla guerra. E Milone di Crotone, che portò un toro sulle spalle? Il medico rovescia l’esempio: il toro stesso, vivo, portava quel peso molto più facilmente… e poteva correre[21]. Galeno ritiene persino che l’eccesso di allenamento sportivo rovini l’intelligenza:

«Accumulando senza sosta massa di carne e di sangue, hanno l’anima soffocata come in un denso fango, incapace di concepire alcunché con precisione, priva di intelletto al pari delle bestie senza ragione.»[21]

Ma gli stadi sono pieni, i ritratti dei campioni ornano le città, e i vincitori olimpici tornano a casa con privilegi a vita. La disapprovazione dei dotti non ha mai impedito allo spettacolo di prosperare.

Studi moderni utilizzati

  • Harris, H. A., «The diet of Greek athletes», Proceedings of the Nutrition Society, 25, 1966, p. 87–90.
  • Pateraki, K., «The Diet of Classical Athletes and the Opinions of Ancient Writers, Philosophers, and Doctors Concerning It», in M. Bentz – M. Heinzelmann (a cura di), Archaeology and Economy in the Ancient World, 55, Heidelberg, Propylaeum, 2023, p. 449–452.
  • Roubineau, J.-M., «Le mode de vie athlétique: manger, dormir, s’abstenir, s’exercer», Actualités des études anciennes (reainfo.hypotheses.org), 22 maggio 2024.
  • Stavridis, I. e Matalas, A.-L., «Food for the Olympic Athlete: Experts’ Opinion and Practices in Antiquity», International Journal of Food, Nutrition and Public Health, 11, 1/2, 2019.
  • Van Limbergen, D., «What Romans ate and how much they ate of it. Old and new research on eating habits and dietary proportions in classical antiquity», Revue belge de philologie et d’histoire, 96, 3, 2018, p. 1049–1092.

[1] Galeno, Protrettico (Protrepticus / Adhortatio ad artes addiscendas), XI, trad. V. Boudon (ed. Kaibel, Berlino, Weidmann, 1894).

[2] Pausania, Descrizione della Grecia, VI, 7, 10. Λέγεται δὲ, ὡς καὶ κρέας ἐσθίειν ἐπινοήσειε· τέως δὲ τοῖς ἀθληταῖς σιτία τυρὸν ἐκ τῶν ταλάρων εἶναι.

[3] Porfirio, Vita di Pitagora, 15. La stessa tradizione figura in Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri, VIII, 12.

[4] Aristotele, Politica, 1338 b–1339 a; Esichio, s.v. ἀναγκοφαγεῖν: «nutrirsi per necessità, come fanno gli atleti». Epitteto usa il verbo ἀναγκοφαγεῖν nei Colloqui, III, 15, 2; il Manuale, XXIX, 2, trasmette una forma vicina, ἀναγκοτροφεῖν, secondo le edizioni. Su questa variante, vedere l’edizione Schenkl (Lipsia, 1916).

[5] Galeno, Sulle proprietà degli alimenti (De alimentorum facultatibus), III, 661 (ed. Kühn).

[6] Filostrato, Sulla ginnastica (Gymnasticus), 44.

[7] Ippocrate, Del regime (De diaeta), II, 46. Βόεια κρέα ἰσχυρὰ καὶ στάσιμα καὶ δύσπεπτα τῇσι κοιλίῃσι […] Τὰ δὲ αἴγεια κρέα κουφότερα τουτέων καὶ διαχωρέει μᾶλλον. Τὰ δὲ ὕεια ἰσχὺν μὲν τῷ σώματι ἐμποιέει μᾶλλον τουτέων, διαχωρέει δὲ ἱκανῶς διότι λεπτὰς τὰς φλέβας ἔχει καὶ ὀλιγαίμους, σάρκα δὲ πολλήν. «La carne di bue è forte, restringente, di difficile digestione per gli stomaci […] La carne di capra è più leggera e più evacuante. La carne di maiale dà al corpo più forza delle precedenti, ed evacua sufficientemente, perché il maiale ha vene sottili e poco abbondanti di sangue, ma molta carne.»

[8] Filostrato, Sulla ginnastica, 31. Ὁ δὲ ἄριστα δολιχοδρομήσων, τοὺς μὲν ὤμους καὶ τὸν αὐχένα κεκρατύνθω παραπλησίως πεντάθλῳ, σκελῶν δὲ λεπτῶς ἐχέτω καὶ κούφως, ὥσπερ οἱ τοῦ σταδίου δρομεῖς. «Per diventare un buon corridore del dolichos, bisogna avere le spalle e il collo robusti, come l’atleta che pratica il pentathlon, e le gambe magre e leggere, come i corridori dello stadio.»

[9] Epitteto, Manuale (Encheiridion), XXIX, 2, e Colloqui, III, 15, 2–5. Il passo citato qui è quello del Manuale. δεῖ σ’ εὐτακτεῖν, ἀναγκοτροφεῖν, ἀπέχεσθαι πεμμάτων, γυμνάζεσθαι πρὸς ἀνάγκην, ἐν ὥρᾳ τεταγμένῃ, ἐν καύματι, ἐν ψύχει, μὴ ψυχρὸν πίνειν, μὴ οἶνον, ὡς ἔτυχεν, ἁπλῶς ὡς ἰατρῷ παραδεδωκέναι σεαυτὸν τῷ ἐπιστάτῃ. Sulla variante ἀναγκοτροφεῖν / ἀναγκοφαγεῖν, vedere nota [4].

[10] Ateneo, I Deipnosofisti, X, 412 e–f. Μίλων δ’ὁ Κροτωνιάτης, ὥς φησιν ὁ Ἱεραπολίτης Θεόδωρος ἐν τοῖς περὶ ἀγώνων, ἤσθιε μνᾶς κρεῶν εἴκοσι καὶ τοσαύτας ἄρτων οἴνου τε τρεῖς χοᾶς ἔπινεν. Ἐν δὲ Ὀλυμπίᾳ ταῦρον ἀναθέμενος τοῖς ὤμοις τετραέτη καὶ τοῦτον περιενέγκας τὸ στάδιον μετὰ ταῦτα δαιτρεύσας μόνος αὐτὸν κατέφαγεν ἐν μιᾷ ἡμέρᾳ.

[11] Ippocrate, Aforismi, I, 3. Ἐν τοῖσι γυμναστικοῖσιν αἱ ἐπ´ ἄκρον εὐεξίαι σφαλεραί.

[12] Platone, Repubblica, III, 404 a. Ἢ οὐχ ὁρᾷς ὅτι καθεύδουσί τε τὸν βίον καί, ἐὰν σμικρὰ ἐκβῶσιν τῆς τεταγμένης διαίτης, μεγάλα καὶ σφόδρα νοσοῦσιν οὗτοι οἱ ἀσκηταί;

[13] Plutarco, Vita di Filopemene, 3, 2–4. τῶν μὲν ὕπνῳ τε πολλῷ καὶ πλησμοναῖς ἐνδελεχέσι καὶ κινήσεσί τε τεταγμέναις καὶ ἡσυχίαις αὐξόντων τε καὶ διαφυλαττόντων τὴν ἕξιν, ὑπὸ πάσης ῥοπῆς καὶ παρεκβάσεως τοῦ συνήθους ἀκροσφαλῆ πρὸς μεταβολὴν οὖσαν – e ἀθλητικὸν στρατιωτικοῦ σῶμα καὶ βίον διαφέρειν τοῖς πᾶσι.

[14] Filostrato, Sulla ginnastica, 43–44.

[15] Plutarco, Vita di Dione, 1, 4. ὡς Ἱππόμαχος ὁ ἀλείπτης ἔλεγε τοὺς γεγυμνασμένους παρ’ αὐτῷ κἂν κρέας ἐξ ἀγορᾶς ἰδὼν φέροντας ἐπιγνῶναι πόρρωθεν. Plutarco usa questo esempio come confronto retorico: come l’allenatore riconosce i suoi allievi dalla loro andatura anche in un gesto banale, così i discepoli di una stessa scuola lasciano apparire la loro formazione in tutte le loro azioni.

[16] Cicerone, De senectute, IX, 27. Quae enim vox potest esse contemptior quam Milonis Crotoniatae? qui, cum iam senex esset athletasque se exercentes in curriculo videret, aspexisse lacertos suos dicitur inlacrimansque dixisse: «At hi quidem mortui iam sunt.» Non vero tam isti quam tu ipse, nugator; neque enim ex te umquam es nobilitatus, sed ex lateribus et lacertis tuis. «Quale parola si può trovare più spregevole di quella di Milone di Crotone? Quando era ormai vecchio e vedeva degli atleti esercitarsi sulla pista, si dice che guardò le proprie braccia e, piangendo, disse: “Questi muscoli sono ormai morti.” No, non sono tanto loro a essere morti quanto tu stesso, sciocco; infatti non ti sei mai reso celebre per te stesso, ma per i tuoi fianchi e per le tue braccia.»

[17] Cicerone, Tusculanae, II, 40. Subduc cibum unum diem athletae: Iovem Olympium, eum ipsum cui se exercebit, implorabit, ferre non posse clamabit. Consuetudinis magna vis est. «Togli il cibo a un atleta per un solo giorno: implorerà Giove Olimpio, proprio quello per il quale si allena, e griderà di non poterlo sopportare. Tale è la grande forza dell’abitudine.»

[18] Plutarco, Vita di Filopemene, 3, 2–4: ἀλλὰ καὶ στρατηγῶν ὕστερον ἀτιμίαις καὶ προπηλακισμοῖς, ὅσον ἦν ἐπ᾽ αὐτῷ, πᾶσαν ἄθλησιν ἐξέβαλλεν, ὡς τὰ χρησιμώτατα τῶν σωμάτων εἰς τοὺς ἀναγκαίους ἀγῶνας ἄχρηστα ποιοῦσαν. «Più tardi, quando fu stratega, bandì per quanto poté ogni pratica atletica, con marchi d’infamia e umiliazioni, perché rendeva inutili, per i combattimenti necessari, i corpi più utili.»

[19] Seneca, Lettere a Lucilio, XV, 2–3. Stulta est enim, mi Lucili, et minime conveniens litterato viro occupatio exercendi lacertos et dilatandi cervicem ac latera firmandi; cum tibi feliciter sagina cesserit et tori creverint, nec vires umquam opimi bovis nec pondus aequabis. Adice nunc quod maiore corporis sarcina animus eliditur et minus agilis est. Itaque quantum potes circumscribe corpus tuum et animo locum laxa. «È infatti un’occupazione sciocca, mio caro Lucilio, e per nulla adatta a un uomo di lettere, esercitare le braccia, allargare il collo e rafforzare i fianchi; anche se l’ingrasso ti riuscirà bene e i muscoli cresceranno, non eguaglierai mai né la forza né il peso di un bue ben nutrito. Aggiungi ora che l’anima è schiacciata da un più pesante fardello corporeo e diventa meno agile. Perciò, per quanto puoi, limita il tuo corpo e lascia spazio all’anima.»

[20] Epitteto, Colloqui (Dissertationes), III, 15, 2–5. δεῖ σε εὐτακτεῖν, ἀναγκοφαγεῖν, ἀπέχεσθαι πεμμάτων, γυμνάζεσθαι πρὸς ἀνάγκην, ὥρᾳ τεταγμένῃ, ἐν καύματι, ἐν ψύχει· μὴ ψυχρὸν πίνειν, μὴ οἶνον ὅτ᾽ ἔτυχεν· ἁπλῶς ὡς ἰατρῷ παραδεδωκέναι σεαυτὸν τῷ ἐπιστάτῃ· εἶτα ἐν τῷ ἀγῶνι παρορύσσεσθαι, ἔστιν ὅτε χεῖρα ἐκβαλεῖν, σφυρὸν στρέψαι, πολλὴν ἁφὴν καταπιεῖν, μαστιγωθῆναι· καὶ μετὰ τούτων πάντων ἔσθ᾽ ὅτε νικηθῆναι. «Devi sottometterti a una disciplina, mangiare sotto costrizione, astenerti dalle ghiottonerie, esercitarti per necessità, a ora fissa, nel caldo, nel freddo; non bere acqua fredda, né vino quando capita; in breve, affidarti al tuo allenatore come a un medico. Poi, nel combattimento, essere gettato nella polvere, talvolta slogarti la mano, torcerti la caviglia, inghiottire molta sabbia, essere frustato; e dopo tutto ciò, talvolta essere sconfitto.» Sulla variante ἀναγκοφαγεῖν / ἀναγκοτροφεῖν tra i Colloqui e il Manuale, vedere nota [4] e l’edizione Schenkl (Lipsia, 1916).

[21] Galeno, Protrettico (Protrepticus), XI–XIII (ed. Kaibel, Berlino, Weidmann, 1894). Sull’inutilità della forza atletica: ποίας, ὦ πρὸς θεῶν, ἰσχύος καὶ ποῦ χρησίμης; πότερον τῆς εἰς τὰ γεωργικὰ τῶν ἔργων; […] ἀλλ’ ἴσως τῆς εἰς τὰ πολεμικά; «Di quale forza, in nome degli dèi, e utile a che cosa? Utile ai lavori agricoli? […] Utile forse alla guerra?» Sulla salute dopo la carriera: ἔνιοι μὲν γὰρ μετ’ ὀλίγον ἀποθνῄσκουσιν, ἔνιοι δὲ ἐπὶ πλέον μὲν ἥκουσιν ἡλικίας, ἀλλ’ οὐδ’ αὐτοὶ γηρῶσιν. «Alcuni muoiono poco dopo; altri raggiungono un’età più avanzata, ma neppure loro giungono veramente alla vecchiaia.» Sull’anima soffocata dalla carne (XI): σαρκῶν γὰρ ἀεὶ καὶ αἵματος ἀθροίζοντες πλῆθος ὡς ἐν βορβόρῳ πολλῷ τὴν ψυχὴν ἑαυτῶν ἔχουσι κατεσβεσμένην. «Accumulando senza sosta massa di carne e di sangue, hanno l’anima soffocata come in un denso fango.»


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