Quando Petronio e Ovidio si invitano al triclinium

Tradotto dal francese


A Pompei, tre distici elegiaci dipinti sulle pareti di una sala da pranzo dettano ai convitati le regole del buon comportamento. Queste iscrizioni uniche mescolano poesia colta ed etichetta sociale, in una messa in scena minuziosa dello spazio conviviale.

Questo scatto, realizzato da un fotografo sconosciuto prima del 1939, mostra lo stato del triclinium della Casa del Moralista prima delle distruzioni della seconda guerra mondiale.

Nella Regio III di Pompei, la Casa del Moralista deve il suo nome moderno a una decorazione insolita: il suo triclinium estivo, sala di 25 m² aperta sul giardino, presenta tre distici elegiaci dipinti in lettere bianche su fondo nero. Caso unico nella città campana, queste iscrizioni metriche trasformano i muri in supporto di un discorso morale rivolto ai convitati. La casa, scavata all’inizio del XX secolo da Vittorio Spinazzola, apparteneva verosimilmente a Caius Arrius Crescens, il cui nome figura su un sigillo di bronzo ritrovato nella cantina.

I bombardamenti del 1944 hanno distrutto la parete occidentale e la sua iscrizione. Le fotografie scattate nel 1927 da Matteo Della Corte costituiscono oggi le uniche testimonianze dirette dello stato originale. Un’ispezione condotta nel luglio 2019 dagli autori del recente studio che costituisce la base di questo articolo (cfr. riferimento infra) ha confermato il degrado avanzato delle pitture rimaste. I testi sono ormai leggibili solo grazie agli archivi fotografici, il che rende tanto più preziosa la loro pubblicazione scientifica.

I tre letti in muratura, disposti a U intorno a un tavolo centrale in marmo, accoglievano tradizionalmente nove convitati. Ogni iscrizione occupa una posizione precisa: sopra il lectus summus (letto superiore) sulla parete nord, del lectus medius (letto centrale) sulla parete ovest, e del lectus imus (letto inferiore) sulla parete sud. Questa disposizione non è casuale. L’ordine dei testi corrisponde ai diversi momenti del banchetto, dall’arrivo degli invitati fino ai rischi di eccessi di fine serata.

Un protocollo in tre tempi

Il distico della parete nord (Della Corte, NSc 1927).

Il primo distico, visibile dal lectus summus, si rivolge al servitore:

Abluat unda pedes puer et detergeat udos. / Mappa torum velet, lintea nostra cave

«Che l’acqua lavi i piedi e che lo schiavo li asciughi, bagnati. / Che il panno copra il letto. Abbi cura delle nostre tovaglie»

Il lavaggio dei piedi, pratica attestata da Petronio nel Satyricon, segna l’inizio del pasto. L’autore latino descrive l’accoglienza da Trimalcione: «Infine dunque ci siamo messi a tavola, giovani alessandrini versando nelle nostre mani acqua ghiacciata»[1]. Le mappae, questi tovaglioli utilizzati per asciugarsi le mani e la bocca, fanno anch’essi parte del décor petroniano.

Il distico della parete ovest (Della Corte, NSc 1927).

Il secondo distico invita alla moderazione:

Lascivos voltus et blandos aufer ocellos / coniuge ab alterius, sit tibi in ore pudor

«Tieni lontani sguardi lascivi e occhi seducenti / dalla sposa altrui, ma che il pudore sia sul tuo volto»

Il vocabolario attinge direttamente alla poesia elegiaca. L’espressione in ore pudor rimanda a Ovidio, che scrive nei Tristia: purpureus molli fiat in ore pudor («Che il pudore rosseggiante appaia sul dolce volto»)[2]. Gli ocelli (occhietti) costituiscono un termine tipicamente elegiaco, che si ritrova in Catullo e Tibullo.

Il distico della parete sud (Della Corte, NSc 1927).

Il terzo distico, parzialmente lacunoso all’inizio del primo verso[3], mette in guardia contro le liti:

[insana]s litis odiosaque iurgia differ / si potes aut gressus ad tua tecta refer!

«Rimanda le dispute [insensate] e le odiose alterchi / se puoi, oppure riporta i tuoi passi verso la tua dimora!»

Anche qui la fonte ovidiana si impone. Nei Fasti, il poeta augura per il nuovo anno: lite vacent aures, insanaque protinus absint / iurgia («Che le orecchie siano libere da liti, che le dispute insensate si allontanino subito»)[4]. Il Satyricon conferma la frequenza delle rixae durante i banchetti, particolarmente a fine serata sotto l’effetto del vino.

L’arte della riappropriazione poetica

L’autore anonimo di queste iscrizioni padroneggia la tecnica dell’oppositio in imitando. Non cita testualmente Ovidio, ma ricombina espressioni tratte da contesti differenti per creare nuove associazioni verbali. Così, l’ingiunzione a evitare gli sguardi lascivi sulla sposa altrui richiama diversi passaggi degli Amores e dell’Ars amatoria, ma la formulazione specifica non si trova da nessuna parte tale e quale nel poeta. Allo stesso modo, la formula abluat unda pedes evoca Catullo: pallidulum manans alluit unda pedem («L’acqua corrente bagna il piede che impallidisce»)[5],ma l’insieme del verso costituisce una creazione originale.

Questa pratica conferma il livello culturale elevato del committente. I tre distici rispettano scrupolosamente la metrica elegiaca, con l’alternanza esametro-pentametro caratteristica del distico. Le lettere, alte circa 3 cm, seguono generalmente una linea di base regolare. Le parole sono separate da punti, e alcune vocali portano degli apex, questi accenti che marcano le lunghe. L’esecuzione testimonia una cura particolare, anche se l’allineamento a destra rimane irregolare.

La datazione di queste iscrizioni si stabilisce tra il 50 e il 79 d.C. sulla base dei tituli picti elettorali presenti sulla facciata della casa. La decorazione murale in IV stile, caratteristica della metà del I secolo, conferma questa cronologia. Gli alberi del giardino, ancora giovani al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79, indicano che la sistemazione risale a pochi decenni soltanto prima della catastrofe.

Ammonimento serio o gioco colto?

La Casa del Moralista pone la questione della ricezione di queste massime da parte dei convitati. Si tratta di ammonimenti seri o di un gioco colto destinato a divertire invitati colti?

Per gli autori del recente studio citato, la seconda ipotesi sembra plausibile. La scelta del genere elegiaco, associato alla poesia amorosa e leggera, suggerisce una dimensione ludica. Un proprietario che aveva i mezzi per ornare il suo triclinium di versi metrici curati cercava probabilmente tanto di dimostrare la propria erudizione quanto di regolare effettivamente il comportamento dei suoi ospiti.

L’influenza di Ovidio in questi testi domestici testimonia la diffusione della poesia latina al di là delle cerchie colte. Altri graffiti pompeiani citano o parafrasano Ovidio, Properzio o Virgilio, a volte in contesti più triviali. La basilica di Pompei conserva così tre graffiti che riprendono versi di Ovidio e di Properzio. Questa cultura poetica condivisa costituiva un marcatore sociale e un elemento di distinzione per le élite municipali.

I paralleli con il Satyricon di Petronio illuminano il funzionamento reale dei banchetti romani. Da Trimalcione, le mappae servono per portare via gli avanzi, i servitori lavano i piedi dei convitati con acqua ghiacciata, e le dispute scoppiano regolarmente, alimentate dalla «insolenza degli ubriachi» (insolentia ebriorum)[6]. Il contrasto tra l’ideale espresso dai distici pompeiani e la realtà descritta da Petronio sottolinea forse la necessità di questi richiami all’ordine.

Fonti principali

[1] Petronio, Satyricon 31, 3: Tandem ergo discubuimus, pueris Alexandrinis aquam in manus nivatam infundentibus.

[2] Ovidio, Tristia 4, 3, 70.

[3] La perdita della prima parte del terzo esametro ha suscitato numerose proposte di restituzione. La lettura [insana]s litis, proposta da Pierleoni e confermata dall’analisi delle fotografie del 1925, si basa sul parallelo ovidiano dei Fasti. Le tracce ancora visibili sull’intonaco nel 1925 mostrano chiaramente le lettere LITIS, e non LITES come avevano letto alcuni primi editori. Lo spazio disponibile, compreso tra 7 e 9 lettere secondo l’ordinatio degli altri versi, corrisponde esattamente a [insana]s.

[4] Ovidio, Fasti 1, 73-74.

[5] Catullo, Carmina 65, 6

[6] Petronio, Satyricon 70, 6.


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