Tradotto dal francese

Si tende a immaginare che l’olivo italiano cominci con i Romani – o almeno con i Greci, che avrebbero loro trasmesso il torchio, l’anfora e il savoir-faire. Uno studio pubblicato nel gennaio 2026 nell’American Journal of Archaeology dall’archeologo Emlyn Dodd[1] viene però a scuotere questa scontata cronologia.
Riesaminando l’insieme dei dati archeologici e paleoambientali disponibili per l’Italia, dalla preistoria alla fine dell’Impero, Dodd dimostra che l’olivo vi è coltivato da oltre seimila anni, e che le prime produzioni di olio potrebbero risalire a circa quattromila anni fa – molto prima che Roma diventasse una potenza mediterranea.
Il polline prima del torchio
Tutto comincia ben prima dell’agricoltura. Le analisi polliniche mostrano che l’olivo selvatico (Olea europaea ssp. oleaster) era già presente in Italia nel Pleistocene. Durante l’ultimo massimo glaciale, la specie sopravvisse in alcune zone riparate prima di ricolonizzare progressivamente nuovi territori man mano che il clima si riscaldava.
Ma la presenza di un albero non significa che sia sfruttato dall’uomo. Per questo occorre cercare altre tracce.
Le prime appaiono nel Mesolitico. Carboni di olivo – indizio di un utilizzo umano – sono stati rinvenuti in strati datati a circa 6600–6100 a.C. alla Grotta dell’Uzzo, in Sicilia, e a Terragne, in Puglia. Più a nord, la grotta delle Arene Candide, in Liguria, ha restituito carboni di olivo datati al 5740–5590 a.C., associati a macine e lame di falcetto. Vi si intravedono forse le tracce di una raccolta e di una lavorazione rudimentale delle olive selvatiche.
I dati del Neolitico diventano poi più numerosi. L’albero sembra essere stato apprezzato dapprima per il suo legno, denso e resistente, prima che il suo frutto venisse sfruttato più sistematicamente. I primi noccioli di olive identificati compaiono nel Neolitico medio in un contesto funerario a Carpignano Salentino, in Puglia. Per questo periodo tuttavia non è ancora stata portata alla luce in Italia alcuna prova solida di produzione olearia.

La svolta dell’Età del Bronzo
Le prime possibili tracce di olio compaiono nell’Età del Bronzo.
Un’analisi di residui organici condotta su un grande vaso di stoccaggio (pithos) rinvenuto a Castelluccio, in Sicilia, ha rilevato lipidi vegetali compatibili con l’olio d’oliva intorno al 2000 prima dell’era comune. L’interpretazione rimane prudente: le tecniche attuali faticano ancora a distinguere con certezza i diversi oli vegetali, e le condizioni di conservazione mediterranee complicano spesso l’analisi.
Indizi più convincenti emergono poi nel sud Italia. A Broglio di Trebisacce, in Calabria, e a Roca Vecchia, in Puglia, diversi grandi pithoi datati a circa 1200–1000 a.C. contenevano residui chiaramente associati all’olio d’oliva. Queste scoperte suggeriscono l’esistenza di una produzione locale ben prima dell’epoca romana.
Un’olivicoltura già ben radicata
Nell’Età del Ferro, i contatti con i Greci, i Fenici e gli Etruschi accelerano le trasformazioni agricole. Ma, contrariamente a un’idea a lungo accettata, non sembrano aver introdotto l’olivicoltura in Italia.
La tesi di Dodd è chiara: questi contatti hanno piuttosto amplificato una tradizione già esistente. I saperi tecnici provenienti dall’esterno si sono combinati con le pratiche locali, producendo nuove forme di sfruttamento.
Un indizio particolarmente interessante viene da Incoronata, in Basilicata. Vi è stato rinvenuto un frammento di macina rotativa per olive risalente al 7° secolo prima dell’era comune. Se l’interpretazione si confermasse, potrebbe trattarsi di uno dei più antichi esempi di trapetum, quel mulino specializzato destinato a frangere le olive.
Questa innovazione tecnologica si generalizza tuttavia nella penisola solo a partire dal 2° secolo a.C. Azionato da due persone o da animali, il trapetum consentiva una molitura molto più efficace rispetto ai metodi più antichi, che utilizzavano pietre, pestelli o rulli.

L’esplosione romana
È con Roma che la scala cambia davvero.
Gli impianti archeologici testimoniano di una produzione massiccia e organizzata. Alcune ville agricole possedevano diversi torchi. La villa di Vacone, nel Lazio settentrionale, ne contava almeno quattro. In Puglia, uno stabilimento attivo a partire dal 1° secolo prima dell’era comune disponeva di una cella olearia contenente fino a 47 gigantesche dolia, capaci di stoccare tra 25.000 e 35.000 litri d’olio.
All’altro estremo dello spettro, l’archeologia rivela anche produzioni modeste. Il sito di Case Nuove, in Toscana, mostra una trasformazione su piccola scala effettuata all’aperto: una vasca, una superficie di lavoro e un torchio rudimentale erano sufficienti a produrre olio per un’azienda locale.
Agli inizi dell’Impero, il solo hinterland di Roma avrebbe potuto produrre quasi 9,7 milioni di litri d’olio all’anno.
Nulla si perde
L’olivo non serviva soltanto a produrre olio.
Il suo legno, molto denso, veniva utilizzato per gli utensili, le costruzioni o il riscaldamento. La sansa – residuo solido della spremitura – costituiva un eccellente combustibile, bruciando a lungo e con poco fumo. Quanto all’amurca, liquido amaro derivante dalla decantazione, gli agronomi romani le attribuivano ogni sorta di utilizzi: pesticida, medicinale veterinario o prodotto impermeabilizzante per le ceramiche – Catone, Columella e Virgilio ne parlano.
Una storia ben più antica di Roma
Per lungo tempo si è immaginato che l’olivicoltura italiana fosse nata con i Greci o i Fenici. I dati archeologici raccontano un’altra storia.
Ben prima dell’arrivo dei coloni mediterranei, le popolazioni della penisola sfruttavano già l’olivo selvatico. Nel corso dei millenni, questo rapporto si è trasformato in una vera e propria cultura agricola.
Quando Roma comincia a costruire il suo impero, l’olivo è già di casa in Italia da moltissimo tempo.
[1] Ricercatore presso l’Istituto di studi classici dell’Università di Londra.
Fonte
Emlyn Dodd, «The Archaeology of Olive Oil Production in Roman and Pre-Roman Italy», American Journal of Archaeology 130.1 (2026), p. 115–151, DOI: 10.1086/737823
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