Tradotto dal francese

Si chiama Mandragora, ma gli Antichi la conoscevano anche con il nome di kirkaia (κιρκαία) o Circaeon – la pianta di Circe la maga.[1] La mandragora è una delle rare piante ad aver attraversato i secoli con una reputazione intatta: misteriosa, temibile, e ostinatamente refrattaria a chiunque volesse impadronirsene.

Plinio il Vecchio, nel I secolo D.C., fornisce della mandragora una descrizione precisa: due varietà, che designa come maschio e femmina – distinzione che non corrisponde ad alcuna realtà botanica, la mandragora non essendo una pianta dioica –, radici carnose rossastre, frutti della dimensione di una nocciola.[2] Si inserisce nella scia dei lavori di Teofrasto, che per primo aveva registrato le sue proprietà terapeutiche: la foglia per le ferite, la radice contro la gotta e l’erisipela, e un uso per indurre il sonno.[3]
Ma è Plinio a redigere l’inventario farmacologico più completo e sorprendentemente moderno:
«Sebbene in alcune regioni se ne mangino i frutti, il loro odore troppo forte rende muti gli ignoranti; bevendone in maggiore quantità, se ne può anche morire. Il suo potere soporifero varia secondo la costituzione di chi ne beve; la dose media è di un ciato. Se ne beve anche prima delle incisioni e delle cauterizzazioni, affinché non vengano avvertite; per tale uso, ad alcuni basta aver ricercato il sonno tramite l’odore.»[4]
Ciò che Plinio descrive è un’anestesia – per ingestione o semplice inalazione. Precisa i dosaggi, confronta l’efficacia delle preparazioni. La mandragora contiene infatti potenti alcaloidi – atropina, scopolamina, iosciamina – i cui effetti sedativi, anestetici e allucinogeni spiegano oggi ciò che gli Antichi avevano constatato per esperienza. Il suo contemporaneo Dioscoride conferma l’uso: un decotto di radice nel vino è utile, dice, «quando non si riesce a dormire, o per attenuare un dolore veemente, o prima di cauterizzare o amputare un arto».[5]
Come potenziare l’effetto afrodisiaco

Utilizzare la mandragora è una cosa. Raccoglierla è un’altra. La sua radice imponente – rossastra all’esterno, bianca all’interno, che può raggiungere diversi chilogrammi – affonda profondamente nella terra e assume spesso una forma vagamente umana: un tronco, delle gambe, talvolta una testa. Questa somiglianza non è priva di significato. Secondo la teoria delle segnature, secondo cui la forma di una pianta rivela i suoi usi, una radice a forma d’uomo agisce sull’uomo.[6] Spiega in parte perché la mandragora passa per un filtro d’amore sovrano – uso che Teofrasto menziona esplicitamente.[7]
Il rituale di raccolta è all’altezza di questa reputazione. Teofrasto, nel IV secolo A.C., ne fissa il protocollo:
«Bisogna tracciare un cerchio intorno alla mandragora, tre volte, con una spada, e tagliarla guardando verso occidente. Poi, del resto della pianta, bisogna girarle intorno danzando e dire il maggior numero possibile di cose riguardanti i piaceri dell’amore.»[8]
Plinio riprende fedelmente queste prescrizioni tre secoli più tardi.[9] Ogni dettaglio ha il suo senso. L’occidente è la direzione del mondo dei morti. La mandragora, mortale, vi è associata. Il triplice cerchio tracciato con la spada crea uno spazio magicamente chiuso: imprigiona il demone che abita la pianta e isola l’operazione dal mondo esterno. La spada stessa deve cedere il posto, per l’estrazione, a uno strumento d’avorio o d’osso: il ferro offende la pianta e rischia di ucciderla.[10] Quanto ai discorsi sull’amore, rientrano nel principio di simpatia – attivare con la parola le virtù afrodisiache della pianta che ci si appresta a raccogliere.

Un cane sacrificato
A volte la pianta è così temibile che qualsiasi contatto diretto è escluso. È quanto descrive nel I secolo Flavio Giuseppe, storiografo romano di origine ebraica, a proposito di una pianta chiamata baaras:
«La si può afferrare senza pericolo nel modo seguente: si scava tutt’intorno alla pianta, lasciando solo una piccolissima parte della radice ancora nascosta. Poi vi si lega un cane; quando questo si slancia per seguire chi lo ha legato, la radice viene facilmente strappata, ma il cane muore all’istante, come vittima sostitutiva per chi voleva estrarre la pianta. Nonostante tanti pericoli, la si ricerca per una sola virtù: quelli che vengono chiamati demoni – gli spiriti di uomini malvagi che penetrano nei viventi – questa pianta li espelle rapidamente, anche se la si avvicina soltanto ai malati.»[11]

La baaras di Giuseppe non è formalmente la mandragora: Giuseppe non la identifica come tale, e nessun autore greco descrive questo rituale per la mandragora stessa.[12] Ma le due piante condividono abbastanza tratti perché il Medioevo operi il trasferimento. Già dall’inizio del VI secolo la scena si cristallizza nell’iconografia: il celebre Codex Vindobonensis (Vienna Dioscorides), manoscritto di Dioscoride copiato verso il 512 a Costantinopoli, rappresenta già una mandragora strappata, mentre un cane agonizzante, con la bocca spalancata, giace ai suoi piedi.[13]
Un altro motivo si è nel frattempo innestato sul mito. L’Herbarius Apulei, erbario latino del IV secolo abbondantemente ricopiato, diffonde l’idea che chiunque senta gridare la mandragora durante la sua estrazione si esponga alla follia o alla morte. Di qui la necessità di turarsi le orecchie con la cera e di lasciare che il cane subisca la maledizione al suo posto.[14]
La radice strappata alla terra dei morti, il grido inudibile, il cane che muore: motivi che la botanica moderna non è riuscita a cancellare. Li si ritrova quasi intatti nell’universo di Harry Potter, dove la mandragora di Hogwarts cresce in forma umana, grida da uccidere, e guarisce i pietrificati – fedele, nonostante i secoli e le scienze, alla sua reputazione antica.
Di fatto, la mandragora ha saputo difendersi anche dall’oblio.
[1] Dioscoride, De Materia Medica, IV, 75: la mandragora è chiamata kirkaia «perché con la sua radice si confezionano filtri d’amore». Plinio menziona anche il nome Circaeon (H. N., XXV, 147: Mandragoran alii Circaeon vocant). Il termine fa riferimento a Circe, la maga dell’Odissea.
[2] Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXV, 147–148. La distinzione maschio/bianca e femmina/nera corrisponde verosimilmente a due forme che la botanica moderna denomina Mandragora officinarum L. e Mandragora autumnalis Bertol.
[3] Teofrasto, Ricerche sulle piante, IX, 9, 1: καὶ πρὸς ὕπνον. Teofrasto (circa 371–287 a.C.), successore di Aristotele alla guida del Liceo, è l’autore del primo studio sistematico del mondo vegetale.
[4] Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXV, 150: Quamquam mala in aliquis terris manduntur, nimio tamen odore obmutescunt ignari, potu quidem largiore etiam moriuntur. Vis somnifica pro viribus bibentium; medio potio cyathi unius. Bibitur et ante sectiones punctionesque, ne sentiantur; ob haec satis est aliquis somnum odore quaesisse. Il ciato è una misura di capacità romana equivalente a circa 4,5 cl.
[5] Dioscoride, De Materia Medica, IV, 75,3: χρώμενοι ἐπὶ τῶν ἀγρυπνούντων καὶ περιοδυνώντων κυάθῳ ἐνὶ καὶ ἐφʼ ὧν βούλονται ἀναισθησίαν τεμνομένων ἢ καιομένων ποιῆσαι – «per coloro che non dormono e soffrono, alla dose di un ciato, e per coloro nei quali si vuole produrre l’insensibilità prima di un’incisione o di una cauterizzazione»; e πλείων δὲ ποθεὶς ἐξάγει τοῦ ζῆν – «bevendone di più, ciò fa uscire dalla vita.» A partire dal IX secolo, la mandragora entrerà nella composizione delle «spugne soporifere» (spongia soporifera) utilizzate negli interventi chirurgici – una delle prime anestesie generali documentate nella storia della medicina.
[6] Sulla teoria delle segnature e le leggi della magia botanica, si veda il nostro articolo Radicate nel cosmo, les piante magiche dell’antichita.
[7] Teofrasto, Ricerche sulle piante, IX, 9, 1: καὶ πρὸς φίλτρα – «e per filtri d’amore.»
[8] Teofrasto, Ricerche sulle piante, IX, 8, 8: Περιγράφειν δὲ καὶ τὸν μανδραγόραν εἰς τρὶς ξίφει, τέμνειν δὲ πρὸς ἑσπέραν βλέποντα· κύκλῳ περιορχεῖσθαι καὶ λέγειν ὡς πλεῖστα περὶ ἀφροδισίων.
[9] Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXV, 148: Effossuri cavent contrarium ventum et III circulis ante gladio circumscribunt, postea fodiunt ad occasum spectantes – «Coloro che stanno per estrarla si guardano dal vento contrario e tracciano prima tre cerchi intorno ad essa con una spada; poi scavano guardando verso occidente.»
[10] Il divieto del ferro durante la raccolta delle piante magiche è un principio generale ben attestato. Plinio lo formula a proposito del balsamo: «detesta il contatto del ferro nelle sue parti vitali e muore all’istante» (H. N., XII, 115). Per la mandragora, lo strumento prescritto è uno stelo d’avorio (Pseudo-Apuleio, Herbarius).
[11] Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, VII, 182–185: κύκλῳ πᾶσαν αὐτὴν περιορύσσουσιν, ὡς εἶναι τὸ κρυπτόμενον τῆς ῥίζης βραχύτατον· εἶτʼ ἐξ αὐτῆς ἀποδοῦσι κύνα, κἀκείνου τῷ δήσαντι συνακολουθεῖν ὁρμήσαντος ἡ μὲν ἀνασπᾶται ῥᾳδίως, θνήσκει δʼ εὐθὺς ὁ κύων ὥσπερ ἀντιδοθεὶς τοῦ μέλλοντος τὴν βοτάνην ἀναιρήσεσθαι· φόβος γὰρ οὐδεὶς τοῖς μετὰ ταῦτα λαμβάνουσιν. ἔστι δὲ μετὰ τοσούτων κινδύνων διὰ μίαν ἰσχὺν περισπούδαστος· τὰ γὰρ καλούμενα δαιμόνια, ταῦτα δὲ πονηρῶν ἐστιν ἀνθρώπων πνεύματα τοῖς ζῶσιν εἰσδυόμενα καὶ κτείνοντα τοὺς βοηθείας μὴ τυγχάνοντας, αὕτη ταχέως ἐξελαύνει, κἂν προσενεχθῇ μόνον τοῖς νοσοῦσι.
[12] Guy Ducourthial, Flore magique et astrologique de l’Antiquité, Belin, 2003, p. 174.
[13] Codex Vindobonensis (Vienna, Österreichische Nationalbibliothek, cod. med. gr. 1), copiato a Costantinopoli verso il 512 d.C. È uno dei più antichi manoscritti illustrati di botanica medica conservati.
[14] Herbarius Apulei (Pseudo-Apuleio), erbario latino illustrato del IV secolo, abbondantemente ricopiato e diffuso fino al XVI secolo. È il primo testo ad associare esplicitamente il grido della mandragora a una morte certa per chi lo ode. Il motivo si sviluppa e si precisa a partire dal IX secolo nella letteratura medica medievale.
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