Dodecaedri gallo-romani: dodici facce, zero risposte?

Tradotto dal francese


Dodecaedro al Museo romano di Avenches, Svizzera (foto MG)

Nei musei dell’Europa nord-occidentale esiste un oggetto di cui nessuno conosce la funzione. Cavo, in bronzo, delle dimensioni di un fico o di una mela a seconda degli esemplari, presenta dodici facce pentagonali ciascuna forata da un orifizio circolare –tutti di diametri diversi–, e i suoi venti vertici sono ornati da piccole sfere piene. 

Ne sono stati censiti più di cento, distribuiti tra la Britannia insulare e la Pannonia, tra il Vallo di Adriano e il sud della Francia. Nessun testo antico ne parla. Nessun affresco, nessun mosaico lo rappresenta in uso. Eppure, tra il II e il IV secolo della nostra era, degli artigiani si sono presi la pena di colare questi oggetti a cera persa, di levigare con cura le loro facce esterne e di lasciare le facce interne grezze, come se l’interno non fosse mai stato destinato a essere visto.

La comunità archeologica lo designa con il nome di dodecaedro gallo-romano o dodecaedro bullettato. Quasi tre secoli sono trascorsi dalla prima scoperta, nel 1739 ad Aston nell’Hertfordshire, ma il mistero rimane intatto.

Un oggetto senza antenati né discendenti

Il primo paradosso dell’oggetto è la sua distribuzione geografica. I dodecaedri si trovano esclusivamente nelle province nord-occidentali dell’Impero, su un territorio che corrisponde più o meno all’antica civiltà celtica: circa il sessanta per cento degli esemplari conosciuti proviene dalle province galliche e germaniche, una ventina per cento dalla Britannia romana. Nessuno è stato portato alla luce in Italia, in Spagna, in Africa, in Grecia o nelle province orientali. Il più orientale fino a data recente era quello di Brigetio (oggi Szőny, Ungheria), sul limes danubiano. Nel 2021, un frammento scoperto a Deonica, nella Serbia centrale, ha spostato questa frontiera un po’ più verso sud-est: costituisce ormai l’esemplare più meridionale e più orientale del corpus.

Questo frammento serbo –studiato da Miroslav Vujović e conservato al Museo regionale di Jagodina dal 2006– è in ottone (90% di rame, 5% di zinco). Conserva solo tre facce parziali e un unico vertice con la sua sfera, ma gli angoli tra le facce, vicini a 108 gradi, sono sufficienti a identificare senza ambiguità la forma originaria. Gli orifizi misurati danno 15 mm su una faccia e 25 mm su un’altra; l’altezza restituita dalla modellazione 3D sarebbe di circa 65 mm. La sua presenza a Deonica si spiega verosimilmente con la prossimità di una via romana secondaria che collegava Aureus Mons a Horreum Margi e con l’esistenza presunta di domini agricoli romani lungo quell’asse.

Destano ancora più perplessità i tre frammenti della Slovacchia occidentale, studiati nel 2025 da Petra Dragonidesová. Due provengono da Hurbanovo, uno da Chotín –due siti germanici situati appena 6 km a nord del Danubio, di fronte a Brigetio. Questi frammenti, anch’essi in lega di rame, non vi si trovano per caso: il loro stato di frammentazione intenzionale suggerisce che siano stati recuperati, durante una razzia o dopo la distruzione del forte romano di Iža nel 179 d. C., con l’intenzione di rifonderli come materia prima. L’oggetto romano era diventato rottame barbaro.

Carta di distribuzione dei dodecaedri romani. I siti di Chotín e Hurbanovo sono indicati da un quadrato grigio (da Grüll 2016, modificata da P. Dragonidesová).

Ciò che i contesti dicono… e ciò che tacciono

Per la grande maggioranza degli esemplari censiti, il contesto di scoperta è sconosciuto, essendo l’oggetto transitato per il mercato delle antichità. Nei pochi casi documentati, la diversità delle situazioni scoraggia qualsiasi conclusione affrettata. Sono stati trovati dodecaedri in accampamenti militari (Feldberg, Zugmantel, Carnuntum), in terme (Arles), nelle vicinanze di un teatro (Besançon), in tombe riccamente corredate (Krefeld-Gellep, Bachem), in un ripostiglio monetario del IV secolo (Saint-Parize-le-Châtel), nel riempimento di un pozzo, nel letto di fiumi (Nimega, Treviri, Zurigo). Secondo il censimento stabilito da Michael Guggenberger, più della metà degli esemplari a localizzazione nota proviene da contesti civili –urbani o rurali–, meno di un quinto da contesti militari, e circa l’8,5% da contesti con una plausibile connotazione sacra.

Tra questi ultimi casi, alcuni meritano attenzione. L’esemplare di Pfofeld (Germania) è stato portato alla luce nelle immediate vicinanze di una statuetta in bronzo di Mercurio-Hermes-Thoth. Un frammento di Lydney (Gran Bretagna) proviene dal santuario del dio locale Nodens. Un frammento della riva sud dell’estuario del Severn faceva parte di un deposito identificato come proveniente da un tempio, forse quello di Diana a Gloucester. E un esemplare trovato a nord di Parigi lo è stato a un metro da una statuetta di una dea –Giunone, forse.

Tra i ritrovamenti in contesto acquatico, l’esemplare di Newhall, vicino a Harlow (Essex), merita un’attenzione particolare: è stato portato alla luce tra il 2019 e il 2022 in uno stagno alimentato da una sorgente naturale, al cuore di una villa romana a corridoio di una decina di stanze. Lo stagno aveva custodito coltelli, attrezzi, monete e questo dodecaedro in lega di rame, alto 50 mm e quasi integro. Rifiuti ordinari, o deposito deliberato in un luogo d’acqua? L’analisi post-scavo è ancora in corso, come osserva il suo autore James Alexander, che si limita a notare che il deposito di oggetti in ferro in contesto acquatico è un fenomeno ben documentato nell’età del Ferro e in epoca romana.

Il caso meglio documentato resta quello di Jublains (Mayenne), pubblicato nel 2008 da Guillier, Delage e Besombes: l’oggetto proviene dallo strato di distruzione di un piccolo edificio su sottosuolo, datato alla prima metà del III secolo. Misura 59 mm di altezza, 74 mm di diametro massimo, pesa 81 grammi, e presenta dieci facce con orifizio circolare (diametri da 10,5 a 22 mm) e due facce opposte con aperture ovali (21×26 mm) prive di cerchi concentrici –il che ne fa, secondo la terminologia di Guggenberger, un esemplare di tipo 2a, il più comune. È uno dei rarissimi dodecaedri per i quali sia stato pubblicato un contesto stratigrafico affidabile.

Dodecaedro al Museo romano di Lugdunum, Lione (foto MG)

L’oggetto indescrivibile

Si comprende meglio, di fronte a questa accumulazione di casi disparati, perché le interpretazioni abbiano proliferato. Robert Nouwen ne ha censito un elenco impressionante nella sua sintesi del 1994: strumenti di rilevamento, aspersori, lampade, calibri per gioiellieri, calibri per tondelli monetali, giocattoli e giochi d’abilità, pomi di scettri, dadi da gioco, candelieri a calibri multipli, capolavori di maestria artigianale… Nel 2025, Guggenberger e Leach portano a una cinquantina il numero di teorie distinte formulate dal 1739.

L’ipotesi del telemetro o teodolite romano, rimessa in circolazione dall’ingegnera Amelia Sparavigna nel 2012, merita di essere menzionata… per essere subito accantonata. L’idea è seducente nella sua geometria: guardare attraverso due orifizi opposti di diametri diversi permetterebbe, per coincidenza visiva, di misurare una distanza a un bersaglio noto. Il problema è che questa ipotesi era già stata proposta da Friedrich Kurzweil nel 1957, sviluppata da K. Mauel nel 1961, e confutata in modo che i suoi autori giudicano definitivo da F. H. Thompson già nel 1970 su «The Antiquaries Journal» –confutazione che Guggenberger e Leach confermano nel 2025. Le dimensioni degli oggetti sono troppo variabili e troppo poco standardizzate per uno strumento di misura; nessuna graduazione, nessuna indicazione numerica, nessun treppiede associato sono mai stati ritrovati.

La questione rimane quindi intatta. Ma forse non è priva di risposta.

Platone nelle Gallie

È il contributo principale dell’articolo che Guggenberger e Leach hanno pubblicato nel 2025 su «The Antiquaries Journal»: tentare di collegare archeologia e fonti testuali in modo più preciso di quanto avessero fatto i loro predecessori. Il loro punto di partenza è ben noto: il Timeo di Platone (verso il 360 a.C.), in cui il dodecaedro è associato alla struttura dell’universo nel suo insieme. Dopo aver attribuito i primi quattro solidi regolari ai quattro elementi –tetraedro per il fuoco, ottaedro per l’aria, icosaedro per l’acqua, cubo per la terra–, Platone aggiunge:

«C’era ancora una quinta composizione; per l’insieme dell’universo, il dio ne fece uso, ricamandolo di figure.»[1] 

Gli altri quattro solidi regolari corrispondono ai quattro elementi; il dodecaedro, lui, li abbraccia tutti.

I solidi di Platone disegnati da Johannes Kepler (1571–1630), astronomo e matematico tedesco: la Terra è associata al cubo, l’Aria all’ottaedro, l’Acqua all’icosaedro, il Fuoco al tetraedro e il Cosmo al dodecaedro.

Ciò che gli autori aggiungono è l’articolazione tra questa cosmologia e la nozione platonica di hypodoché –il “ricettacolo di ogni divenire”, terzo genere ontologico del Timeo, distinto dalle forme intelligibili e dalle cose sensibili. Questo ricettacolo è descritto come una matrice neutra, malleabile, capace di ricevere tutte le forme senza trattenerne alcuna durevolmente, paragonabile a «una massa di cera» (Tim. 50b–c). È spazio (chôra) e sede (hedra) di tutto ciò che avviene. Ora –ed è il cuore dell’argomento– il secondo termine della parola greca dodekáhedron è precisamente hedra, “sede” o “faccia di un solido”. Il dodecaedro è etimologicamente una sede a dodici facce.

Ma l’argomento centrale di Guggenberger e Leach è un passo fino ad ora trascurato del De Vita Pythagorica di Giamblico (verso il 245–325 della nostra era). Il filosofo neoplatonico vi descrive il modo in cui Pitagora onorava gli dei: non in statue di forma umana, ma in hidrýmata (ἱδρύματα) divini –dei ricettacoli che:

«abbracciano tutto, provvedono a tutto, e hanno una natura e una forma simili all’universo intero.»[2] 

Un oggetto cavo, colato in bronzo, di forma quasi sferica, che simbolizza l’universo nella sua totalità –la descrizione si adatta straordinariamente bene a un dodecaedro gallo-romano, anche se Giamblico non lo nomina. Gli autori sottolineano che Giamblico scriveva esattamente nell’epoca in cui questi oggetti venivano fabbricati e utilizzati. E nello stesso passo, dettaglio che Guggenberger e Leach non mancano di rilevare, Giamblico cita i Celti tra i popoli dai quali Pitagora avrebbe attinto la sua filosofia –accanto ai sacerdoti egiziani, ai Caldei e ai misteri di Eleusi.

Perché questo argomento funzioni, occorre che le popolazioni che utilizzavano questi dodecaedri –principalmente nelle Tres Galliae e in Britannia– abbiano avuto accesso alle idee pitagoriche e platoniche. Ora, diverse fonti antiche, da Diodoro Siculo a Giulio Cesare passando per Strabone, Ammiano Marcellino e Valerio Massimo, descrivono esplicitamente i druidi come pitagorici. Cesare nota che utilizzavano la scrittura greca e insegnavano segretamente per vent’anni. Valerio Massimo, non senza ironia, osserva che «ciò che questi barbari in brache credono è precisamente la fede dello stesso Pitagora greco».

Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis historia, offre un’eco inattesa a questa convergenza. Descrive un oggetto rituale druidico proprio delle Gallie, chiamato urinum: una palla formata da serpenti intrecciati,

«delle dimensioni di una mela tonda di grandezza media, ricoperta da una scorza cartilaginea irta di coppe simili alle ventose delle braccia di un polpo.»[3]

L’oggetto è sferico, di origine animale secondo Plinio, ma il suo uso è chiaramente cultuale: i druidi se ne servono per «vincere processi e ottenere accesso ai re». Non si vorrà sostenere che l’urinum sia un dodecaedro. Ma la coincidenza è sorprendente: un oggetto gallico globulare, la cui superficie è coperta di protuberanze regolari, riservato a pratiche druidiche segrete, che Plinio stesso dice di aver visto coi propri occhi senza pretendere di comprenderne la natura –alla stessa epoca, nelle stesse province, in cui si fabbricavano sfere di bronzo a dodici facce e venti sfere.

Il segreto pitagorico e il segreto druidico spiegherebbero insieme perché nessun testo antico descriva mai l’uso dell’oggetto.

La tesi di Guggenberger e Leach è dunque la seguente: il dodecaedro gallo-romano sarebbe un ricettacolo teurgico, un oggetto rituale destinato a ricevere una presenza divina o a praticare una forma di divinazione mediante i numeri, nel quadro di una sintesi originale tra la filosofia pitagorica e la tradizione druidica romanizzata. La sua presenza in tombe, santuari, contesti acquatici votivi –e la sua totale assenza nel cuore mediterraneo dell’Impero, dove questa sintesi celto-pitagorica non aveva ragione di essere– si accorda meglio con questa ipotesi che con qualsiasi spiegazione puramente utilitaria.

Gli autori rimangono tuttavia prudenti: «Che vi fosse un aspetto pitagorico-druidico nel dodecaedro gallo-romano, benché non ancora provato, sembra plausibile.» L’archeologia, per ora, non conferma né smentisce. Ma la prossima volta che un dodecaedro verrà portato alla luce in contesto stratificato, si sapranno quali domande porre: vi sono tracce di un’altra sostanza all’interno? Segni microscopici di usura? Se è rotto, lo è stato deliberatamente?

Nel frattempo, l’oggetto continua a riposare nelle sue vetrine di musei, le sue dodici facce ugualmente mute, le sue venti sfere puntate verso altrettante direzioni –ricettacolo vuoto, o forse ricettacolo di tutto ciò che si è immaginato di porvi.

Studi moderni

[1] Platone, Timeo 55c: ἔτι δὲ οὔσης συστάσεως μιᾶς πέμπτης, ἐπὶ τὸ πᾶν ὁ θεὸς αὐτῇ κατεχρήσατο ἐκεῖνο διαζωγραφῶν.

[2] Giamblico, De Vita Pythagorica 28, 151: οὐ ταῖς ἡμετέραις συνεζευγμένους μορφαῖς, ἀλλὰ τοῖς ἱδρύμασι τοῖς θείοις, πάντα περιέχοντας καὶ πάντων προνοοῦντας καὶ τῷ παντὶ τὴν φύσιν καὶ τὴν μορφὴν ὁμοίαν ἔχοντας. […] καὶ περὶ τοὺς Κελτοὺς δὲ καὶ τὴν Ἰβηρίαν.

[3] Plinio il Vecchio, Nat. hist. XXIX, 53: vidi equidem id ovum mali orbiculati modici magnitudine, crusta cartilagineis velut acetabulis bracchiorum polypi crebris insigne.


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