Abracadabra! Ovvero come curare la febbre a Roma

Tradotto dal francese


Copiato a Canterbury nel XIII secolo e conservato presso la British Library (Royal MS 12 E XXIII), questo manoscritto del Liber medicinalis di Quintus Serenus Sammonicus mostra la formula abracadabra disposta a triangolo.

Nel III secolo della nostra era, se soffrivate di febbre a Roma, un medico avrebbe potuto prescrivervi un trattamento sorprendente: portare al collo un amuleto sul quale figurava la parola ABRACADABRA, ripetuta undici volte eliminando una lettera a ogni riga fino a lasciare soltanto una A solitaria.

Questa prescrizione medica ci viene da Quintus Serenus Sammonicus, erudito dell’epoca severiana il cui Liber Medicinalis testimonia una medicina in cui magia e terapeutica erano tutt’uno.

Un rimedio imperiale contro la malaria

Il passo del Liber Medicinalis dedicato alla febbre terzana (malaria) espone il metodo con precisione:

«Inscriverai su un foglio quella che viene chiamata abracadabra, la ripeterai più volte sotto, ma toglierai l’ultima lettera e sempre più le lettere mancheranno alle righe una a una, che sopprimerai sempre, fino a che la lettera sia ridotta a un cono stretto: ti ricorderai di cingere il collo con questo, legato con del lino»[1].

Questa formula triangolare, con la punta rivolta verso il basso, rappresentava secondo i Greci un cuore o un grappolo d’uva. Il procedimento mirava a trascrivere una tradizione orale: sconfiggere uno spirito maligno ripetendo e riducendo il suo nome fino al silenzio completo. Secondo le credenze dell’epoca, infatti, gli spiriti seminavano la malattia, e queste incantazioni decrescenti dovevano guarire la febbre e altri mali.

Il percorso di un erudito severiano

Quintus Serenus Sammonicus non era un semplice compilatore di ricette magiche. Edward Champlin, in uno studio pubblicato nel 1981 negli Harvard Studies in Classical Philology, ha ricostruito il ritratto di un personaggio importante del suo tempo. Descritto come «l’uomo più dotto del suo secolo»[2] da Macrobio, Sammonicus fu vicino all’imperatore Settimio Severo e servì probabilmente da precettore dei principi Geta e Caracalla.

Questa posizione gli costò peraltro la vita: sostenitore di Geta, fu assassinato insieme ad altri fedeli del principe durante le epurazioni che seguirono il suo omicidio per mano di Caracalla, negli ultimi giorni dell’anno 211. L’Historia Augusta riferisce sobriamente: «furono uccisi anche alcuni che cenavano, tra i quali anche Sammonicus Serenus, di cui molti libri sussistono per l’istruzione»[3].

La sua reputazione sopravvisse tuttavia agli anni bui del III secolo. Arnobio e Servio sfruttarono la sua erudizione, Macrobio lo saccheggiò per intere sezioni dei Saturnalia, Sidonio Apollinare conosceva i suoi lavori. La sua opera principale, le Res Reconditae articolate in almeno cinque libri, compilava conoscenze su argomenti tanto vari quanto le leggi suntuarie romane, le scaglie di storione, le formule segrete per evocare le divinità tutelari delle città assediate, o ancora il sole di mezzanotte in Thule.

Papiri testimoni della popolarità del rimedio

La ricetta riportata da Sammonicus conobbe una diffusione notevole nell’Antichità tardiva, come testimoniano due documenti conservati presso l’Università del Michigan.

Amuleto contro la febbre. Egitto, in greco, III secolo d.C. Papiro (58 × 120 mm). P. Mich. inv. 6666.

Un papiro greco del III secolo, proveniente dall’Egitto, illustra perfettamente l’applicazione pratica di questa magia terapeutica. Dopo una preghiera agli dèi – «Signori Dèi, guarite Elena, che X ha partorito, da ogni malattia e da ogni assalto di brividi e di febbre, effimera, quotidiana, terzana, quartana»[4] – il testo presenta una variazione sofisticata della formula.

Le sette vocali greche vi sono dapprima disposte in numero crescente fino a raggiungere 28 occorrenze, simboleggiando i sette pianeti visibili a occhio nudo e le 28 fasi della luna. Tre stelle e una mezzaluna circondano le ultime righe, rafforzando questa invocazione alla divinità suprema che controlla i movimenti celesti. Segue poi un triangolo invertito formato dalle vocali disposte in palindromo, perdendo progressivamente la prima e l’ultima lettera di ogni riga. Questa disposizione ingegnosa suggerisce che ciò che scompare non è la divinità protettrice ma il suo contrario malefico.

Libro di rituali e incantazioni per problemi medici. Egitto, in copto, VI secolo d.C. Codice manoscritto su pergamena.

Un codice copto del VI secolo, anch’esso conservato al Michigan, testimonia la persistenza di questa pratica. Questo piccolo manoscritto di sette fogli raccoglie ricette popolari e formule di guarigione per la gotta, le malattie oculari, i dolori dentali, le febbri, la gravidanza, i disturbi addominali e mentali. A pagina 8 si ritrova una variazione della ricetta di Sammonicus: due serie di vocali disposte in triangoli invertiti, da scrivere su una placca di stagno, interrotte dal disegno di un quadrato contenente degli anelli.

Le origini contese di una formula magica

L’etimologia di abracadabra è da tempo oggetto di dibattito. Alcuni studiosi propongono l’ebraico ebrah k’dabri («creo con la parola») o l’aramaico avra gavra («creerò l’uomo»), le parole pronunciate dal Dio biblico nel sesto giorno della creazione. Altri studiosi prediligono l’espressione ebraica ha brachah dabrah («Nome del Benedetto»), formula magica diffusa. Questa spiegazione appare plausibile poiché i nomi divini costituivano importanti fonti di potere soprannaturale di guarigione e protezione nella magia antica. Presso i primi cristiani, i nomi derivati dall’ebraico godevano di grande stima, poiché era la lingua di Dio e della creazione.

La formula ha conservato la sua funzione terapeutica per diversi secoli. Così, un manoscritto ebraico del XVI secolo proveniente dall’Italia menziona una variante del sortilegio inscritta su un amuleto che proteggeva dalla febbre. Lo scrittore britannico Daniel Defoe riferisce nel suo Diario dell’anno della peste che la formula era ancora in uso a Londra nel XVII secolo per evitare l’infezione, «come se la peste non fosse nella mano di Dio, ma risultasse da una sorta di possessione da parte di uno spirito maligno».

Ma la parola ha perso progressivamente il suo valore di rimedio per diventare nel XIX secolo una semplice formula da prestigiatore.


Sfera in cristallo di rocca con iscrizione. Årslev (Danimarca), circa 300 d.C. Cristallo di rocca inciso in greco: ΑΒΛΑΘΑΝΑΛΒΑ. Nationalmuseet, Copenaghen, inv. 8572 (29,2 × 28,2 × 28 mm).

Una sfera di cristallo romana in Danimarca

L’uso magico di formule molto simili a quella di Sammonicus si è diffuso ben oltre i confini dell’Impero romano. Una sfera di cristallo di rocca di quasi tre centimetri di diametro, rinvenuta in una tomba risalente a circa il 300 d.C. ad Årslev in Danimarca, reca incisa in caratteri greci l’iscrizione ΑΒΛΑΘΑΝΑΛΒΑ[5]. Questa formula costituisce una forma abbreviata del palindromo completo ΑΒΛΑΝΑΘΑΝΑΛΒΑ. Nota attraverso diversi amuleti mediterranei, è legata al culto del dio Abrasax.

Abraxas (o Abrasax) designa nello gnosticismo cristiano il «Grande Arconte», signore dei 365 cieli. Il suo nome, calcolato secondo la numerologia greca (isopsefia), dà esattamente 365, il numero dei giorni dell’anno: Α=1, Β=2, Ρ=100, Α=1, Σ=200, Α=1, Ξ=60. Questa divinità gnostica era associata al potere cosmico e alla protezione contro le malattie. Il palindromo ΑΒΛΑΝΑΘΑΝΑΛΒΑ, generalmente considerato come derivato dall’ebraico o dall’aramaico אב לן את, significherebbe «Tu sei nostro padre».

Sotto l’iscrizione della sfera di Årslev figura una piccola àncora. Si tratta forse di un simbolo cristiano primitivo che rappresenta la speranza dell’anima che, dopo un lungo viaggio pericoloso, getta finalmente l’àncora in un porto sicuro. Ciò che è certo è che gli autori classici attribuivano al cristallo di rocca proprietà curative: poteva placare la sete, rinfrescare e guarire la febbre. E, quando si guarda attraverso la sfera, il mondo appare capovolto: una proprietà che rafforzava la percezione di un potere magico!

 

[1] Quintus Serenus Sammonicus, Liber Medicinalis, v. 934-940: inscribes chartae quod dicitur abracadabra saepius et subter repetes, sed detrahe summam et magis atque magis desint elementa figuris singula, quae semper rapies, et cetera †figes, donec in angustum redigatur littera conum: his lino nexis collum redimire memento.

[2] Macrobio, Saturnalia 3.16.6: vir saeculo suo doctus.

[3] Historia Augusta, Vita di Caracalla 4.4: occisique nonnulli etiam cenantes, inter quos etiam Sammonicus Serenus, cuius libri plurimi ad doctrinam extant.

[4] Papiro P. Mich. inv. 6666 (III secolo), righe 3-5: Κύριοι θεοί, ὑγίανατε Ἑλένην, ἣν ἔτεκεν ἡ δεῖνα, ἀπὸ παντὸς πυρετοῦ καὶ ῥίγους ἐπηρείας, ἐφημέρου, ἀμφημέρου, τριταίου, τεταρταίου.

[5] Nationalmuseet, Copenaghen, «A mysterious crystal ball».

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