24 agosto o 24 ottobre? La data dell’eruzione del Vesuvio è oggetto di dibattito

Tradotto dal francese


Nel 2018, gli scavi nella Casa del Giardino (Regio V) hanno portato alla luce un’iscrizione a carbone sul muro di una stanza. Riporta: «XVI K NOV», cioè il 16° giorno prima delle calende di novembre, vale a dire il 17 ottobre.

«Il 24 ottobre 79»: ecco cosa mostrano oggi i primi risultati quando si cerca la data dell’eruzione del Vesuvio su internet. Per secoli, tuttavia, storici e archeologi hanno ritenuto valido il 24 agosto, data trasmessa da Plinio il Giovane. Nel 2018, la scoperta a Pompei di un’iscrizione a carbone che menziona il 17 ottobre ha rilanciato il dibattito. Ma questa nuova datazione si basa su fondamenta solide? Un articolo pubblicato nel dicembre 2024 da Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei, getta nuova luce su questa controversia.

L’unica fonte antica che indica una data precisa dell’eruzione è Plinio il Giovane. Nella sua lettera allo storico Tacito, redatta più di venticinque anni dopo gli eventi, menziona il «nonum kal. Septembres»[1], cioè il nono giorno prima delle calende di settembre, vale a dire il 24 agosto 79 della nostra era. I manoscritti più antichi, datati al IX secolo, riportano unanimemente questa data. Alcuni testi presentano una lacuna al posto del mese, ma la tradizione manoscritta rimane coerente.

La questione si complica per il fatto che la differenza tra «n» e «v» non è sempre chiara nella scrittura medievale. Così, alcuni manoscritti riportano «novum», «novu» o «nov/nou». Da qui nasce un primo equivoco: «nov» viene integrato come novembres o novembribus, cioè novembre. Nasce così l’ipotesi, priva di fondamento, del 1° novembre (kalendis novembribus).

Un errore metodologico

Nel 1929, Giovanni Battista Alfano e Immanuel Friedlaender pubblicano un libro nel quale sostengono la data del 24 ottobre. Il loro errore è metodologico: mantengono «non.» per il «nono giorno delle calende» aggiungendo però come mese «nov(embres)», mentre «nov.» e «non.» sono semplicemente due letture –di cui una è errata– della stessa parola nei manoscritti.

Pedar Foss, professore di scienze classiche all’università DePauw (Indiana, USA), ha dimostrato nel suo libro del 2022 che tutte le date proposte, ad eccezione del 24 agosto, sono invenzioni recenti senza alcuna base nella tradizione dei manoscritti. Quella del 24 ottobre risale ad appena un secolo fa. Foss ha collazionato sistematicamente tutti i manoscritti e le edizioni a stampa antiche delle lettere di Plinio –un lavoro mai realizzato prima. Nel 95% dei manoscritti pliniani contenenti le lettere sul Vesuvio, la data del 24 agosto appare in modo coerente.

Una data unica nella tradizione manoscritta

La tradizione non è quindi «multipla» come si è a lungo creduto. È univoca. Resta da sapere se lo stesso Plinio si sia sbagliato, poiché come precisa Gabriel Zuchtriegel, «questo non significa che il 24 agosto sia necessariamente la data corretta. Plinio il Giovane potrebbe essersi sbagliato».

J.M.W. Turner, Mount Vesuvius in Eruption (1817).

Cassio Dione menziona che l’eruzione ebbe luogo «kat’ auto to phthinóporon» (κατ´ αὐτὸ τὸ φθινόπωρον)[2], cioè in autunno. Ma nel calendario dei lavori agricoli di Plinio, così come presso altri autori del I secolo prima e dopo Cristo (Varrone, Columella), l’autunno inizia al più tardi nella prima decade di agosto. Plinio lo precisa: il 46° giorno dopo il solstizio d’estate, vale a dire l’8 agosto. Lo scarto temporale tra la sequenza stagionale antica e moderna si spiega con il fatto che allora gli equinozi e i solstizi non segnavano l’inizio delle stagioni ma il loro momento centrale. Non esiste quindi alcuna contraddizione tra la data di Plinio il Giovane e l’indicazione di Cassio Dione.

Il graffito del 17 ottobre: una prova confutata

Nel 2018, gli scavi nella Casa del Giardino (Regio V) hanno portato alla luce un’iscrizione a carbone sul muro di una stanza. Riporta: «XVI K NOV», cioè il 16° giorno prima delle calende di novembre, vale a dire il 17 ottobre. L’iscrizione completa sembra evocare un eccesso alimentare. Massimo Osanna, allora direttore del sito, ha annunciato la scoperta su Instagram, scatenando una copertura mediatica mondiale.

L’argomento avanzato era duplice. In primo luogo, la natura effimera delle iscrizioni a carbone: la scrittura non sarebbe rimasta intatta a lungo, quindi l’iscrizione risalirebbe verosimilmente all’ottobre 79, poco prima dell’eruzione. In secondo luogo, il contesto archeologico: l’atrio era in corso di ristrutturazione, con lavori che avrebbero dovuto modificare rapidamente le pareti, quindi un’iscrizione vecchia di dieci mesi sarebbe già scomparsa.

Esperimento di archeologia sperimentale

Per verificare la durata di conservazione delle iscrizioni a carbone, il Parco archeologico di Pompei ha avviato un esperimento scientifico. Il 17 ottobre 2023, i ricercatori hanno inscritto a carbone di quercia, sulla stessa parete della Casa del Giardino, il testo: «XVI K NOV 2023 ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE». L’iscrizione è stata realizzata in condizioni simili a quelle antiche, con una copertura che proteggeva dalle piogge ma esposta ai venti e all’umidità di risalita capillare.

Per dieci mesi, l’iscrizione è stata fotografata mensilmente secondo un protocollo rigoroso. Le condizioni ambientali erano paragonabili all’Antichità: temperature medie tra 11,7°C e 21,3°C, 63 giorni di pioggia e 11 giorni di temporale nel periodo.

Il risultato, pubblicato il 24 agosto 2024, confuta l’argomento del 2018. Lo stato di conservazione rivela «una condizione essenzialmente inalterata» tra ottobre 2023 e agosto 2024. Le parti tracciate con pressione hanno conservato la loro nitidezza dopo dieci mesi, e «l’iscrizione risulta perfettamente leggibile».

Il graffito del 17 ottobre può quindi perfettamente risalire al 17 ottobre 78, cioè circa dieci mesi prima dell’eruzione del 24 agosto 79.

Il contesto archeologico riesaminato

Il secondo argomento riguardava lo stato della casa. L’atrio era davvero in corso di lavori attivi che avrebbero rapidamente coperto l’iscrizione?

L’analisi rivela una situazione diversa. L’atrio e le stanze adiacenti sono rivestiti di un intonaco bipartito caratteristico delle ristrutturazioni seguite al terremoto del 62. Un dettaglio tecnico indica che questo intonaco era destinato a rimanere visibile: la parte inferiore non è finita, perché doveva essere coperta da una pavimentazione che non è mai stata realizzata.

Ma non c’è alcuna traccia di un cantiere attivo: nessun materiale da costruzione accumulato, nessun attrezzo, nessuna attrezzatura tipica dei cantieri pompeiani. La casa mostra tutti i segni di un’occupazione: cucine in attività, mobili contenenti beni preziosi, vasellame. Le numerose vittime rifugiatesi in un cubiculum confermano che la casa era abitata al momento dell’eruzione.

La Casa del Giardino non era quindi un cantiere in corso, ma una dimora abitata le cui ristrutturazioni erano completate, ad eccezione della pavimentazione dell’atrio –operazione di minore urgenza. Che l’intonaco sia rimasto senza pavimentazione per un anno o più non ha nulla di improbabile.

La complessità dei dati archeobotanici

Dal 1797, le scoperte di frutti autunnali (melagrane, castagne) a Pompei hanno alimentato l’ipotesi di un’eruzione tardiva. Chiara Comegna, archeobotanica del Parco archeologico, ricorda un principio metodologico: il reperto archeobotanico deve essere valutato in funzione del suo contesto e delle molteplici variabili da cui dipende. Cercare sistematicamente il parallelo con i modelli attuali può rivelarsi ingannevole.

Gli indizi botanici (pesche, castagne, fieni, melagrane) invocati per un’eruzione autunnale si spiegano altrimenti. Plinio il Vecchio menziona varietà di pesche tardive ed esistono castagne precoci[3]. I fieni sono stati tagliati e immagazzinati in estate secondo le pratiche agricole antiche. Le melagrane di Oplontis, utilizzate per la tintura, possono essere state conservate o importate. Quanto ai semi di fabacee trovati nei giardini, testimoniano pratiche di interramento effettuate fin dall’inizio dell’autunno romano –che iniziava l’8 agosto.

Un denario d’argento scoperto nella Casa del Bracciale d’Oro ha per un certo tempo sembrato offrire una prova decisiva. La moneta riporterebbe la 15ª salutazione imperiale di Tito, onore conferito dopo l’8 settembre 79, il che escluderebbe un’eruzione in agosto. Ma la lettura dell’iscrizione monetaria, resa difficile dal cattivo stato di conservazione, è stata contestata nel 2013. La moneta non permette quindi di dirimere la questione.

Bisogna ancora aggiungere al dossier uno studio molto recente, che è stato oggetto di una comunicazione il 3 dicembre 2025 durante il Congresso Internazionale sulla data dell’eruzione del Vesuvio. Il gruppo ÁTROPOS dell’Università di Valencia (Spagna) ha analizzato quattordici calchi di vittime di Pompei, di cui quattro particolarmente ben conservati[4]. I risultati rivelano che le persone indossavano tunica e mantello, entrambi in lana pesante. Il dettaglio della trama tessile, visibile nel gesso, mostra una tessitura fitta e pesante. Le vittime all’interno e all’esterno delle case indossavano gli stessi indumenti, il che esclude una semplice precauzione domestica. Per un 24 agosto in Campania, indossare due capi di lana pesante appare poco compatibile con le temperature abituali, a meno di immaginare una protezione contro i gas tossici o il calore dell’eruzione stessa. Insomma, nemmeno questo è un elemento decisivo per dirimere la questione.

Una testuggine terrestre ritrovata con il suo uovo (foto Parco Archeologico di Pompei).

Una tartaruga che depone in estate

La scoperta nel giugno 2022, durante gli scavi nelle terme di Stabia, dei resti di una testuggine di Hermann (Testudo hermanni) potrebbe essere più probante[5]. L’animale aveva ancora il suo uovo all’interno del carapace. Non avendo potuto trovare un luogo propizio per deporre, era morto di distocia –una ritenzione dell’uovo– prima dell’eruzione, in una bottega in rovina lasciata in abbandono dopo il terremoto del 62.

Ora, le testuggini di Hermann depongono tra maggio e luglio, con un picco in giugno. Non depongono in ottobre. La presenza di una tartaruga morta con il suo uovo in questa configurazione suggerisce che l’eruzione si sia verificata durante la stagione di deposizione, e non in autunno.

Ritorno al 24 agosto

Nel dicembre 2024, Gabriel Zuchtriegel ha pubblicato un articolo intitolato «La data della distruzione di Pompei: premesse per un dibattito aperto». Basandosi sui lavori di Pedar Foss e sulle nuove ricerche del Parco archeologico, riconosce che il 24 ottobre «non ha alcuna base documentaria» e ricorda che tutti i manoscritti più affidabili di Plinio concordano sul 24 agosto.

Il direttore del Parco archeologico di Pompei, la cui istituzione aveva annunciato nel 2018 la scoperta del graffito come indizio di una data di ottobre, compie così un ritorno critico verso il consenso tradizionale. Non affermando che l’eruzione si sia verificata il 24 agosto –Plinio può essersi sbagliato–, ma dimostrando che l’archeologia non dispone attualmente di alcun elemento sufficientemente preciso per contestare questa data.

La questione, riformulata correttamente, non è «quale data tra quelle che circolano si concilia meglio con i dati archeologici?», ma: «disponiamo attualmente di elementi archeologici sufficienti per mettere in dubbio la data del 24 agosto trasmessa da Plinio?»

Gabriel Zuchtriegel conclude suggerendo di ripensare la questione stessa. Piuttosto che correggere sulla base di osservazioni archeobotaniche una data percepita come incerta, non bisognerebbe «ripensare, attorno a una data tutto sommato non così incerta, il 24 agosto appunto, le nostre presunte certezze sull’agricoltura e valutare in modo più specifico il clima del I secolo della nostra era?».

Fonte principale

[1] Plinio il Giovane, Epistulae VI, 16, 4

[2] Cassio Dione, Storia romana, LXVI, 21

[3] Plinio il Vecchio, Storia naturale, 15, 92-95.

[4] Las víctimas de la erupción de Pompeya vestían túnica y manto de lana pesada, lo que sugiere condiciones ambientales diferentes en verano. Universitat de València, 3 .12.2025. 

[5] Parco Archeologico di Pompei, Il ritrovamento di una testuggine di 2000 anni fa e del suo uovo, communiqué, 24 giugno 2022.


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